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The Transfiguration (2016, di Michael O'Shea)
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Transfiguration03 Milo è un ragazzino nero, orfano e solitario, che vive nel quartiere del Queens a New York con il fratello maggiore, un reduce da una qualche guerra mediorientale. Passa le giornate guardando film, leggendo libri e cercando di conoscere tutto sui vampiri, convinto di essere uno di loro. La sua vita sembra però prendere una piega diversa con l’arrivo di Sophie, l’unica ragazzina bianca dell’isolato.
Milo è prima di tutto un outsider, un reietto, un ragazzino profondamente solo e infelice, che non si sente di appartenere a niente e nessuno, il cui unico rifugio è il mondo dei vampiri, con il quale sente un’affinità morbosa. Nella sua collezione di vhs spiccano titoli come The lost boys/Ragazzi perduti e Vampire circus/La regina dei vampiri, di certo non pellicole alla Twilight, che lui definisce “non abbastanza realistico”. Perseguitato dal ricordo sconvolgente della morte della madre avvenuta in circostanze drammatiche, vive in un quartiere malfamato e degradato, circondato da membri appartenenti alle gang criminali più pericolose. Ma Milo ha un segreto, è convinto di essere un vampiro e si comporta di conseguenza, compiendo anche le azioni più efferate, pur mantenendo un certo candore e una dolcezza di fondo.
Unico spiraglio nella sua vita cupa è l’incontro con Sophie, ragazzina bianca che sbarca nel comprensorio dove abita Milo, anche lei proveniente da una famiglia sfasciata e con una vita travagliata; sarà la conoscenza con questo spirito affine a farlo ragionare sui suoi comportamenti e a fargli mettere in discussione tutte le sue convinzioni più radicate.
The Transfiguration è un horror-drama indipendente che riserva più di una sorpresa; opera prima del non più giovanissimo regista statunitense Michael O’Shea, da lui scritto e diretto, è la naturale evoluzione del suo cortometraggio Milo del 2014. Passato al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard e successivamente al Torino Film Festival 34, nella sezione After Hours, è un bizzarro coming of age doloroso e angosciante, sincero, semplice, coraggioso e di rara sensibilità. Il corto Milo corrisponde all’incipit del film ed è stato il trampolino di lancio per O’Shea, a cui comunque sono serviti diversi anni per trovare i finanziamenti per produrre il lungometraggio.
The Transfiguration è anche una pellicola dalle forti connotazioni simboliche, marcatamente improntato sul disagio adolescenziale e sui problemi derivanti dalle discriminazioni sociali e razziali, un vero e proprio horror urbano che richiama agli incubi metropolitani di Abel Ferrara – c’è più di una similarità con The Addiction/The Addiction – Vampiri a New York (1995) o con il Martin/Wampyr di George A. Romero (1978).
Ma The Transfiguration si profila in realtà come prodotto unico e particolare, che colpisce e affonda per la sua dolcezza inquieta e per la dualità di Milo, anima nera del film seppure in un certo modo innocente, che sconvolge e commuove, interpretato dal giovanissimo e stupefacente Eric Ruffin, teenager forzatamente già adulto, con una consapevolezza disarmante e annichilente e la cui voce narrante ci accompagna dall’inizio alla, durissima e scioccante, fine.




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