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Vampire (2011 – Shunji Iwai)

front_VAMPIRE_dvdSE-e1506335376324-310x409Simon è un giovane e brillante professore di biologia che nel tempo libero si prende cura della madre malata di Alzheimer. Oltre all’insegnamento, egli ha in realtà anche un hobby decisamente inquietante: tramite chat virtuali Simon contatta donne desiderose di togliersi la vita, organizzando incontri segreti con la promessa di vivere con loro la medesima esperienza. L’occhialuto docente, naturalmente, ha un modus operandi ben preciso, ovvero quello di prelevare totalmente il sangue delle vittime per poi ingurgitarselo.

E se dietro tutto questo ci fosse uno scopo ben preciso?

 

Uscito nel 2011, ma apparso nell’home-video italiano (per merito della“Midnight Factory”) solo nel 2017, “Vampire” è un’interessante pellicola che cerca di affrontare il tema del vampirismo con modernità e spunti di chiara matrice psicologica ( un po’ come il sottovalutato “Martin” di George A. Romero, film che cercava di allontanarsi dal classico stereotipo del succhia sangue per snocciolare una visione di puro stampo sociale).

Diretta dal nipponico Shunji Iwai – qui alla sua prima trasferta in suolo statunitense – l’opera di cui sopra sembra vivere di momenti in cui la matrice thriller viene avvolta da attimi di puro dramma esistenziale in cui il protagonista – un convincente Kevin Zegers – deve far fronte non solo a se stesso, ma soprattutto alla povera madre – una sofferente Amanda Plummer, famosa per aver recitato in “Pulp Fiction”-, una donna incapace di intendere e di volere che si muove all’interno della sua stanza per mezzo di alcuni giganteschi palloncini appositamente legati ad una sorta di busto per la schiena.

In un affresco già triste di suo, dove inizialmente la vicenda parrebbe prendere spunto dalle gesta del famigerato Armin Meiwes (un serial killer tedesco – dedito al cannibalismo e alla necrofilia – che pressappoco si muoveva in maniera del tutto simile a Simon), l’autore descrive in modo decisamente critico non solo gli adepti (per non dire fanatici) settari del vampirismo contemporaneo – qui visti come dei veri e propri maniaci sessuali – ma anche tutti coloro che cercano di fare a meno di uno dei doni più speciali dell’ esistenza stessa: la vita e tutto quello che ne concerne.

Snocciolando dialoghi esistenziali e prettamente scientifici (il discorso sulla vita delle farfalle e sulla possibilità di rinascere all’ interno di un bozzo), la narrazione si adagia in ritmi lenti, compassati e senza qualsivoglia aggressività, restituendo al fruitore un quadro complessivo dove la sensibilità si eleva sopra ad ogni cosa.

La compostezza filmica utilizzata per dare sviluppo alla storia è certificata da una messa in scena pulita, sobria e oggettivamente raffinata, con delle inquadrature di buon componimento estetico, dove la mano di Iwai (responsabile, tra le altre cose, della malinconica e dolce colonna sonora di stampo squisitamente classico) assume i connotati di un pittore che usa il suo pennello con toni essenziali ma gradevoli e da una fotografia sì fredda, ma contraddistinta da una sua vitalità.

Apparso a suo tempo in numerosi festival, tra cui il famoso “Sundance film festival”, “Vampire” è un lungometraggio che, nonostante alcune imperfezioni di scrittura e di raccordo narrativo, risulta gradevole nella sua esposizione e nella sua sincera emotività – frutto, forse, delle origini culturali del cineasta stesso -.
Il sangue visto come vera essenza vitale dell’esistenza: quella che ci permettere di vivere e combattere ogni singolo giorno, insomma.

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