Dark holidays with Hekátē
“Μαύρη Tρύπα” – Black Hole (Buco Nero) è il secondo LP delle Hekátē, band greca “dark synthwave punk” nata nel 2018. E’ un progetto tutto al femminile potente e audace, a partire dal nome: Ecate, nella mitologia greca, era la Dea della magia, la signora dell’oscurità. Regnava sulla notte, la luna, i fantasmi e l’aldilà e, insieme agli altri Dei principali, era adorata in tutta Atene.
Il disco è uscito a Giugno ed è probabilmente tra gli ascolti più interessanti, crudi e autentici di quest’anno. Iris, Chara, Vicky e Lydia, non solo ci regalano un’innovativa esperienza musicale, tra synth e linee di basso non indifferenti, ma ci raccontano una Grecia diversa dal solito, quella vera. Quella lontana da riflettori e obiettivi fotografici di turisti e celebrità che affollano i centri più rinomati, mentre lontano, dove i loro occhi noncuranti non arriveranno mai, c’è miseria. E’ quindi un’evidente denuncia ad un fenomeno ormai sempre più grande: l’overtourism. E non solo. Trattasi di una critica sociale generale, una narrazione di quel senso di smarrimento e impotenza che si prova di fronte alle ingiustizie. Tutto ciò mentre si è costretti ad assistere allo spettacolo più triste di tutti: l’indifferenza di chi è al potere e, di conseguenza, l’immagine del proprio futuro che si sgretola. L’apatia da parte di chi ci governa però un po’ ce l’aspettiamo, ormai è storia vecchia. A sorprendere sono coloro a cui certi argomenti dovrebbero toccare, ma nonostante ciò voltano lo sguardo da un’altra parte. E’ chiunque abbia l’opportunità di usare la propria voce per chi non la ha, ma sceglie di non farlo. Tuttavia, non è per niente questo il caso. Le Hekátē utilizzano la loro posizione e le loro capacità per urlare forte tutto ciò che c’è di sbagliato, rappresentando già una speranza. Non solo a livello umano e sociale, ma anche per la sottocultura.
E’ così un disco che ci riporta alla vera essenza del punk e ai suoi temi politici, ecco perché non è difficile capire il motivo per cui nella definizione del loro genere troviamo non solo il dark, ma anche il punk. Ossia le nostre radici, dove tutto è nato. La base dark c’è, ed è anche eseguita bene. Eppure il contenuto è molto più ricco rispetto alla solita band media di questo genere. E’ l’atmosfera malinconica che conosciamo bene e, allo stesso tempo, è una richiesta ben precisa: incazziamoci, lottiamo, non sprechiamo le nostre possibilità. Siamo ancora capaci di farlo? Viviamo in una realtà ormai distopica, ma la rabbia può essere uno strumento positivo per andare avanti; citando il buon vecchio John Lydon e la sua “Rise”: “Anger is an energy”. Loro di certo non falliscono in tale obiettivo, anzi.
Il nostro percorso alla scoperta di una Grecia e di un mondo, per la varietà di contesti, come non li abbiamo mai visti – o meglio ascoltati – comincia con “Εμφύλιος”, “Guerra civile”. Subito dopo “Tears of Blood”. Questi primi due brani sono accomunati dal tema della guerra, ma se nel primo troviamo un paragone con le nostre lotte interiori (infatti, cantano: “una guerra civile che vive dentro tutti e ci divora vivi. Nella notte i pensieri vagano e cercano una speranza, una roccia su cui stare) il secondo, scritto in inglese, sembra essere ispirato più a una guerra vera e propria, cosa che non avrebbe potuto essere più attuale, considerato il genocidio in atto.
“Sound the alarm, another building down” “The air is thick with smoke, nowhere safe” “When bombs like rain fall from the sky then tears of blood fall from their eyes.”
“Suona l’allarme, un altro edificio crolla” “L’aria è densa di fumo, nessun posto è sicuro” “Quando le bombe cadono dal cielo come pioggia, allora lacrime di sangue cadono dai loro occhi.”
In “Παράλογη Ζωή”, “Vita assurda”, abbiamo un basso molto presente che si contraddistingue. Inoltre, quel disorientamento menzionato qualche riga fa, quella difficoltà nella pianificazione del futuro: “ll futuro si perde come polvere. Buco nero. Cerco tempo perduto, illusione avvolta nel caos. Buco nero.” La ripetizione di “Buco nero” è abbastanza autoesplicativa.
Arriviamo a “Service State”, traccia numero quattro, un’altra in inglese. E’ una di quelle che rappresentano al meglio il disco e che risaltano di più, nonché forse la più originale: durante l’intro, veniamo teletrasportati infatti su un volo diretto ad Atene, grazie ad un messaggio di servizio tipico di quelli delle hostess. Ma questa volta un po’ diverso, anticonformista e inaspettato. Vale la pena andare a leggere il testo, perché è proprio qui, più precisamente, che troviamo la critica all’iperturismo, ad uno “stato neo-fascista mascherato da democrazia”, a imprenditori che creano opportunità e profitto sulle “spalle degli oppressi”, così cantano loro. Quello che la Grecia sta subendo ormai da anni, insomma. Il ritornello, ha un retrogusto amaro, sì, ma anche un pizzico di ironia e originalità, e la racconta lunga:
“Come to Greece we have it all! Come to Greece we sell it all!
Cops! Macho men! Racism! Greek Salad!”
“Venite in Grecia, abbiamo tutto! Venite in Grecia, vendiamo tutto!
Poliziotti! Uomini macho! Razzismo! Insalata greca!”
Dopo la nostra tappa ad Atene, con “Heavenly Howler”voliamo in Islanda, ma qui non ci sono né testo, né note musicali. Si tratta letteralmente di registrazioni fatte sul luogo, quindi sonorità del paesaggio islandese con tanto di flora e fauna.
Magari immaginavano di scappare lontano, di trarre giovamento da un “change of scenery”, e perché no, anche di regalare agli ascoltatori una breve pausa dopo aver fatto i conti con la realtà. “Βουβές Φωνές” “Voci mute”, altra critica a guerra e Stato. Un’intro che si fa strada dentro di noi lentamente. Poi entra di nuovo il basso, facendosi sempre più incalzante. Come per prepararci a quello che sta per arrivare: “lo Stato semina terrore e raccoglie obbedienza. Con le teste rotte i nostri fratelli per strada muoiono soltanto e la nostra rabbia trabocca”.
“Ricochet”, il settimo brano, è forse il più orecchiabile, ma non è da sottovalutare. Il testo sembra narrare un rapporto malsano e manipolativo: “You made me feel insane. You made me feel so small. Despite what you think, this is not my fault.” “Mi hai fatto sentire pazza. Mi hai fatto sentire così piccola. Nonostante ciò che pensi, non è colpa mia”.
Un inno alla riappropriazione di se stessi dopo aver subito una crisi d’identità.
Nel penultimo, “Δίνη” (“Vortice”), altro scenario terribile: “In un tragico buco della morte siamo tutti intrappolati senza ritorno. Ogni giorno qualcosa di orribile, ogni generazione ferita, macchiata di sangue” seguito però da un messaggio di speranza nell’ultimo “Echoes (Heart of Glass)”: “I hope you find your way out of this big black city. I hope you find your way home.” “Spero che troverai il modo per andare via da questa grande, oscura città. Spero che troverai la strada di casa”.
E’ con queste parole che si conclude l’album e che termina il nostro burrascoso, profondo viaggio all’esplorazione di varie tematiche: da quelle personali a quelle sistemiche, a volte intrecciate; ricordando che esse sono intersecate, che una non esclude l’altra. Il risultato? Un lavoro notevole, unico nel suo genere e per niente scontato, sotto qualsiasi punto di vista.