I Go Flamingo! sono diventati, con una parca manciata di brani rilasciati negli anni Ottanta, una delle eccellenze dell’intera scena post-punk italiana. A distanza di quasi trent’anni dall’ultima pubblicazione di materiale inedito, il trio ferrarese torna a far parlare di sé rilasciando, a sorpresa e con l’ausilio di Cristiano Santini, “Flashover”, un album saldo, curatissimo e, soprattutto, attuale. Mai realmente interrotta la propria attività, i Go Flamingo! si fanno portavoce delle radici quanto dell’evoluzione concreta di un genere che continua a segnare il nostro tempo in maniera decisiva. Portatori sani di una classe e di un’eleganza senza pari, Bruno, Max e Leo ci raccontano della loro ultima fatica, dei loro progetti passati e futuri e dell’importanza di mantenere un occhio vigile nei confronti del circostante, assecondando le proprie passioni con l’onestà dell’istinto e con il gelo della ragione.
Dopo la partecipazione alla storica compilation “A White Chance”, nel 1984, e la pubblicazione del mini-album omonimo, nel 1986, la vostra attività come gruppo è proseguita in maniera piuttosto discontinua. Dal 2011 avete ripreso a calcare i palchi italiani e “Flashover” spezza definitivamente il silenzio dei Go Flamingo! nel panorama musicale nostrano, in quanto non rappresenta soltanto la vostra prima pubblicazione di materiale inedito da ventinove anni a questa parte, ma anche il vostro album più nutrito, per un totale di nove brani. Com’è nata la voglia di rimettersi in gioco sulla lunga distanza?
Max: È bene chiarire che, di fatto, la nostra attività non si è mai completamente interrotta. Piuttosto ha avuto un rallentamento dovuto fondamentalmente alla mancanza di occasioni per serate e concerti che fossero in sintonia con la nostra proposta. L’interesse ritrovato in questi ultimi anni per quella che potremmo chiamare genericamente new wave, con tutte le sue ramificazioni, ha creato nuove opportunità che ci hanno portato a suonare nuovamente dal vivo, anche all’inizio degli anni Duemila abbiamo tenuto diversi concerti in quella che è un po’ la nostra seconda patria a livello di sostenitori e cioè la Sicilia.
Negli anni di minor impegno live abbiamo continuato a provare, comporre, registrare in studio e, cosa non meno importante, ad ascoltare la musica che ci sta intorno. “Flashover” quindi, più che la “voglia di rimettersi in gioco”, è il risultato di questo lavoro ininterrotto, un lavoro che non ha nessun intento nostalgico ma che vuole rappresentare il presente della band.
È inevitabile cogliere in “Flashover”, così come nelle vostre esibizioni, un’evoluzione notevole del suono e dello stile. A differenza di alcune band di culto della scena post-punk e new-wave italiana, sembra che i Go Flamingo! non abbiano sentito il bisogno di cavalcare il revival anni Ottanta pedissequamente, anzi, sembra proprio che abbiate amato e studiato gli esponenti più recenti del genere, Interpol e Editors su tutti, per citare due nomi piuttosto noti. È così?
Max: È una enorme soddisfazione che tu abbia colto l’essenza di questo lavoro!
Non vogliamo per nessun motivo essere un gruppo che punta al revival ma desideriamo a tutti gli effetti essere considerati musicisti contemporanei.
Le differenze di suono e stile che menzionavi, sono da ricercare, per le prime in un nostro forte interesse per strumenti ed attrezzature musicali sulle quali ci piace essere aggiornati ed informati. Per quanto riguarda la differenza di stile, questa è frutto del lavoro di cui si parlava prima: abbiamo cercato di andare avanti con nuovi pezzi, nuove soluzioni che, pur restando all’interno di un filone preciso, rendessero il nostro lavoro il più attuale possibile. Ecco che quando tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila sono apparsi sulla scena gruppi come Interpol, Editors e aggiungerei anche Cinematics (purtoppo scioltisi) ci siamo sentiti molto confortati dal fatto di sentirci così musicalmente affini a band giovani con palcoscenici ben più grandi dei nostri.
In “Flashover” spicca “The Highlands (In Memory of Stuart Adamson)”, un particolare e sentito omaggio al rimpianto chitarrista degli Skids e dei Big Country. Raccontateci il bisogno di un simile tributo, da parte vostra, e la scelta di rielaborare “My Heart’s in the Highlands”, la canzone del poeta scozzese Robert Burns.
Bruno: La scelta di utilizzare il testo di “My Heart’s in the Highlands” nasce dopo che Max è rimasto colpito dal brano inserito all’inizio del film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. La suggestione legata alla particolare versione, fortemente evocativa e abbinata a immagini stupende, ha innescato una ricerca che, a sua volta, ha fatto nascere la voglia di misurarci con quello stesso testo. Il risultato, secondo le nostre intenzioni, dovrebbe suonare come una sorta di inno.
Max: A Stuart Adamson abbiamo pensato soprattutto per la grande ammirazione che proviamo sia per lui come musicista sia per i Big Country, così inimitabili e contraddistinti da uno stile inconfondibile. La tragica conclusione della vita di Stuart ci ha sempre tristemente impressionati e ricordarlo con un pezzo che parla della sua terra ci è sembrato un sentito omaggio ad un artista forse troppo presto dimenticato.
Le citazioni colte non finiscono qui: con “Green Automobile” mettete in musica una poesia di Allen Ginsberg! Passate dalla Scozia del XVIII secolo alla “Beat Generation” americana da un brano all’altro…
Max: Effettivamente il salto temporale potrebbe sembrare azzardato, ma il testo di “Green Automobile”, scritto da Ginsberg nel 1953, o almeno la parte della poesia da noi utilizzata, ci ha consentito di parlare di un tema, quello del legame tra le persone, che sentiamo particolarmente vicino. Consideriamo infatti il legame esistente all’interno della band come uno dei nostri punti di forza: si lavora per ottenere il migliore risultato d’insieme e non per far emergere una singola personalità.
Bruno: Parlando di ispirazioni letterarie mi piace ricordare anche “Time Out of Joint”, inclusa nella compilation “A White Chance” che citavi prima, e ispirata all’omonimo romanzo pubblicato da Philip K. Dick nel 1959.
Com’è stato lavorare con Cristiano Santini dei Disciplinatha? Nel 2012 la sua collaborazione con Miro Sassolini è risultata decisiva: sembra che abbia sviluppato una sensibilità particolare come “sound engineer”.
Max: Lavorare con Cristiano è stato superlativo! Oltre alle sue indiscutibili capacità tecniche, ci siamo arricchiti con le sue osservazioni, la sua precisione, la sua attenzione ai dettagli, la sua disponibilità ad ascoltarci.
Concordiamo con te sul riuscitissimo lavoro che ha fatto con Miro Sassolini, realizzando un album davvero poetico.
Leo: Abbiamo avuto il piacere di lavorare con Cristiano dal vivo in diverse occasioni, incluso il Moonlight Festival 2011 al Velvet di Rimini.
Quando nel 2013 The Frozen Autumn ci invitarono a partecipare, con la cover di un loro brano, alla compilation celebrativa per i loro vent’anni di attività (“Riding the Crest of the Frozen Wave” pubblicato da Calembour Records), decidemmo di affidarci a Cristiano e al suo Morphing Studio.
Da quel momento abbiamo avuto la certezza che fosse la persona giusta per noi e il lavoro svolto successivamente per “Flashover” lo ha confermato.
Sembra che il vostro approccio stilistico risulti più vicino ai Sound di Adrian Borland che ai capisaldi più noti del genere. Se penso a brani del passato come “Holy Tree”, “Annie” e “The Return” noto già un timido, seppur decisivo, rifiuto dei cliché più “cupi” e familiari della categoria e in “Flashover” questa larghezza di vedute si palesa più che mai. Le chitarre ipnotiche di Massimo, la voce monocorde e il basso fluido di Bruno, la batteria ossessiva di Leo: questi elementi strizzano tanto l’occhio alla scena post-punk britannica quanto alle soluzioni college rock statunitensi. A mio parere condividete molto con alcuni “outsider” stranieri degli anni Ottanta quali Pylon, The Chameleons, Josef K, Sad Lovers & Giants. Quali erano i vostri punti di riferimento? Quali sono oggi?
Max: La scena post-punk britannica resta senz’altro il nostro principale riferimento. I Sound di Adrian Borland, da te citati, sono per noi un caposaldo. Non possiamo dimenticare neppure gli U2 di “I Will Follow” e “Gloria”, e neppure Mission, Red Lorry Yellow Lorry, Chameleons, Echo & The Bunnymen, Bauhaus, Psychedelic Furs per arrivare ai mai troppo amati Cult!
L’elenco delle band alle quali dobbiamo qualcosa sarebbe ancora lungo e spesso noi stessi restiamo sorpresi nel registrare le analogie che il pubblico avverte ascoltandoci (Pylon e Josef K, ad esempio sono due inediti!). Oggi la musica viene fruita molto più rapidamente ed è più difficile trovare riferimenti nell’opera completa di uno o più artisti. È più facile riconoscersi in un singolo pezzo ascoltato alla radio o come colonna sonora di un film o di una serie TV.
Bruno: C’è a mio parere un aspetto che contribuì a rendere la fine degli anni Settanta e buona parte degli anni Ottanta un momento musicalmente eccitante e innovativo per la musica in Italia. Mi riferisco alla quantità di concerti dal vivo a cui si poteva assistere, perlomeno dal centro Italia in su. Dopo che alcuni artisti importanti, come Led Zeppelin o Santana, dovettero interrompere i loro concerti in mezzo ai lacrimogeni, per un periodo il nostro paese rimase letteralmente escluso da qualsiasi tour. Uno dei primi a varcare nuovamente le Alpi fu Iggy Pop, nel 1978. Dopo di lui la “nuova onda” arrivò quasi al completo e abbiamo avuto la fortuna di vederne parecchi. Tra questi, a proposito delle influenze di band americane che dicevi, citerei gli psichedelici Urban Verbs.
Ogni concerto era una lezione, sia per ciò che si ascoltava, sia per ciò che si poteva vedere sul palco da un punto di vista tecnico. Da lì abbiamo assorbito molte ispirazioni musicali, oltre a un’attitudine per quanto possibile professionale sia dal vivo che nei metodi di lavoro.
Pare che Federico Guglielmi stia curando una nuova compilation dei Go Flamingo! Cosa dobbiamo aspettarci rispetto a “In the Dark”, l’antologia uscita nel 2004?
Max: Esatto, uscirà nei prossimi mesi per la Spittle Records la raccolta “Sonic Beat (1984-1988)” curata da Federico Guglielmi, critico musicale che da tempo e con grande merito ricostruisce da un punto di vista storico la new wave italiana.
La precedente raccolta “In The Dark” era un progetto, realizzato su iniziativa di una etichetta catanese, che purtroppo non ci risulta sia mai stato effettivamente distribuito. Le poche copie stampate oltre ad una ristampa autofinanziata sono servite fino ad oggi come gadget da distribuire ai concerti. A parte la diversa veste grafica curata dallo stesso Guglielmi, la nuova raccolta avrà un pezzo in più, registrato nel 1988 e inedito.
Quando suonate dal vivo interagite con un pubblico che conosce la vostra storia e la vostra musica, ma anche con fruitori e curiosi, giovani e non, che ignorano il vostro passato e l’impatto che gruppi come i Go Flamingo!, gli Intelligence Dept., i Frigidaire Tango, i Krisma, i Pale TV hanno avuto nella scena “underground” italiana. Trovate che sia difficile, nel 2015, attirare l’attenzione di nuovi ascoltatori?
Max: La stragrande maggioranza del pubblico che viene ai nostri concerti è composta da un pubblico giovane che ama questo tipo di musica, che la conosce molto bene, che la ascolta con competenza e dedizione, ma che non ha vissuto direttamente gli anni Ottanta semplicemente per una questione anagrafica. Questo dato di fatto a volte sorprende anche noi anche se è diventata una piacevole abitudine incontrare ragazzi under 30 con i nostri vinili sottobraccio.
Tornando al tema del revival: come vivete il rinnovato interesse, da parte di un pubblico sempre più ampio, rispetto all’estetica e alla musica degli anni Ottanta?
Max: Questo rinnovato interesse è estremamente positivo sia da un punto di vista squisitamente storico sia da un punto di vista più personale.
Prima e dopo i nostri concerti assistiamo spesso a dj set entusiasmanti che riportano in luce brani dimenticati, sepolti dal tempo e dalle radio commerciali che rendono onore ad un grandissimo e fertile decennio musicale. Ovviamente senza questo ritorno di interesse, anche per i Go Flamingo! sarebbe stato più difficile suonare dal vivo ed incontrare e coinvolgere nuove generazioni.
Bruno: Non credo che il cosiddetto riflusso, sia sufficiente per spiegare l’attuale apprezzamento verso l’estetica e la musica di quegli anni. Credo semmai che il “linguaggio” di allora si dimostri efficace per esprimere anche il sentire delle generazioni a seguire. C’è qualcosa nelle persone, nel loro rapporto conflittuale rispetto alla società, forse addirittura rispetto alla realtà, che le fa “risuonare” a quelle stesse frequenze.
Siamo ancora intenti a goderci “Flashover”, il vostro elegante ritorno, ma la paura è che dovremo aspettare a lungo per un nuovo album in studio. C’è speranza di ascoltare ulteriore materiale inedito nell’immediato futuro?
Max: Non è una speranza ma una certezza. Stiamo lavorando a nuovo materiale e ti possiamo anticipare che un primo pezzo è già stato registrato in studio sempre con la ineguagliabile collaborazione di Cristiano Santini.
Per continuare il percorso delle citazioni, per il testo di questo brano abbiamo adattato una stupenda poesia di William B. Yeats.