
Diana giunge nella dimora della sua bizzarra famiglia accompagnata dal marito (Gerald), proprio alla vigilia di un periodo di luna piena. Gerald si trova spiazzato dal comportamento dei vari membri, con la sorella maggiore che finirà per rivelarsi un’arpia incestuosa e matricida, la sorella minore che è una degenerata affetta da infantilismo e da sadici impulsi omicidi, e un fratello ritardato e mostruoso segregato in una segreta del maniero di famiglia. A completare il casato vi sono poi il fratello Mortimer e il vecchio gerarca incapace di schiodarsi dal letto – e di parlare comprensibilmente. Dopo una lunghissima quanto spossante serie di ciarle, la luna piena giunge e il plurisecolare segreto custodito dal casato dei Moonay (ma per favore!) si rivela in tutto il suo orrore quando i vari membri si trasformano in licantropi e si eliminano tra di loro. In un finale, non esente da una certa ironia, è comunque Diana ad avere l’ultima parola. Sottofinale pleonastico.
È uno dei molti “capolavori” di Andy Milligan (ricordiamo titoli come Bloodthirsty Butchers / Macellai, 1970 o The Ghastly Ones, 1968, fino a Monstrosity, 1989) realizzati con budget davvero infimi per lo più per William Mishkin, un piccolo guru dell’exploitation cinema che aveva iniziato sul finire degli anni ’50 con i “burlesque” e aveva esordito alla produzione con Violated, 1953 di Walter Strate, in cui uno psicotico uccide e scalpa le proprie vittime.
È davvero un “filmaccio”. Lento, verboso, malissimo fotografato e grezzamente montato; una vera tortura per lo spettatore, il quale, a conti fatti, potrebbe tranquillamente fare a meno della prima ora – un concentrato di inutili e fitti dialoghi che non portano da nessuna parte, e che risulterebbero eccessivi perfino in una “piece” teatrale – per dedicarsi agli ultimi “scoppiettanti” 30 minuti. È lì infatti che si concentrano i fatti della pellicola, con la sorellina pazza che affetta una sua amichetta – amichetta all’apparenza altrettanto ritardata – che le ha rivelato di aver scoperto la presenza del fratello mostruoso; le varie trasformazioni licantropiche – realizzate attraverso dei trucchi che sembrano voler essere veramente tra i più risibili del cinema “horror” – e il massacro con la valida trovata conclusiva.
Il cast è quello che ci si può immaginare in questo genere di pellicole: volenteroso nella migliore delle ipotesi – anche se Ian Innes si rivela di una legnosità tanto insopportabile che questa rimane infatti la sua unica presenza nel cinematografo – nel quale la protagonista Jackie Skarvellis (Cyberon, 2000 di Bill Baggs) riesce tutto sommato a rendersi credibile. Joan Ogden (all’attivo un pugno di comparsate in diverse serie televisive, fra le quali Callan) ha la rigidità di un manichino, mentre Hope Stansbury (che ha lavorato solo per Milligan) si rivela completamente fuori controllo nella sua parte di sadica maniaca – e le scene in cui frusta il fratello deforme o in cui (in modo assolutamente gratuito e francamente biasimevole) uccide un piccolo topo vivo illustrano perfettamente il suo livello di capacità recitativa, evidenziando al contempo tutta la miserevole nequizia alla base di questa produzione.
Oltre alle improvvide qualità tecniche più sopra sottolineate, val la pena sottolineare l’imperizia dei quasi assenti effetti speciali, che rendono il titolo nemmeno accettabile sotto l’aspetto prettamente orrorifico; cosa che, considerato il periodo e il genere di realizzazione, appare come la colpa peggiore. La trama, oltre che risultare quanto mai prevedibile, si scioglie in un insieme interminabile di disgrazie il cui effetto melodrammatico porta immancabilmente alla risata involontaria – e, se vogliamo, è questo l’unico aspetto veramente “positivo” del film – e al sopore più incontrovertibile – incredibilmente, devo ammettere che sarebbe un ottimo sostituto dei sonniferi, considerando il numero di volte in cui la sonnolenza riesce a sopraffare l’attenzione messa a durissima prova dello sfortunato spettatore.
Per spiegare l’incredibile titolo originale – non che quello dell’edizione italiana non manchi di un certo fascino “trash”, anzi… – va detto che il girato relativo alla famigliola licantropa superava non di molto l’ora e Mishkin lo ritenne insufficiente, obbligando Milligan a mettere insieme del nuovo materiale – quello riguardante il mercante di ratti (!) – e raggiungere così (ahinoi!) una durata maggiormente commerciabile. Insomma: i ratti stanno arrivando, i lupi mannari son qui, e gli spettatori son già fuggiti!
The Rats Are Coming! The Werewolves Are Here! / L’invasione degli ultratopi (Andy Milligan, 1972)