Dopo ben sei anni di assenza, tornano i Pride and Fall con quest’opera quarta, tale “Of Lust And Desire, riprendendo quel discorso oscuro interrotto nel 2007 con “In My Time Of Dying” e rimodellandosi con cambi di rotta più distesi e trasognanti. Tuttavia il risultato complessivo non è dei migliori, diciamolo fin dapprincipio, a partire dall’opener track, che vorrebbe introdurci in screziate atmosfere decadenti a suon di pomposi artifici un po’ fuori luogo. Traccia che dunque non brilla certo nè di originalità nè di accattivante melodia (e trattandosi di future-pop, non è di certo elemento trascurabile), annoiando al punto da sentire l’irrefrenabile necessità di passare alla traccia successiva, “Hollow”, senza dubbio migliore ma non così entusiasmante: se non altro la sua verve danzereccia ci risveglia dal torpore fin qui accumulato, accompagnandoci senza colpo ferire verso lidi sempre più EBM, con episodi orecchiabili e smaccatamente dancefloor quali “Turn The Lights On”, “Reborn” e “Fear Your Love”.
“Reborn” in particolare, che fin dal titolo dovrebbe rappresentare una sorta di manifesto di questo ritorno sulla scena dei Pride and Fall, lascia ben poco al caso, evidenziando una rinascita molto più semplicistica e prevedibile, ostentatamente aperta ad una fruizione assai più commerciale e massificante. Le atmosfere gothic oriented dei fasti d’un tempo sono giusto appena abbozzate in “Passionate Pain” e “The Void – Let Me Go First”, che però non lasciano il segno, assorbite e annichilite dalla mole esagerata di bpm che caratterizza buona parte dell’album. Perfettamente inutile la ballad di un minuto e cinquantadue di “A River Runs Through It”, noiosa almeno quanto l’opener track ma tutto sommato ben più tollerabile, vista l’esigua durata. “The Comforter” è un pezzo che dissipa il suo potenziale in un marasma sonoro piatto fino all’inverosimile, offrendo buone suggestioni sintetiche che però non trovano modo di decollare una volta per tutte e lasciano cadere nel vuoto il buon proposito, definitivamente sfumato nel nulla compositivo. La traccia finale chiude un cerchio imperfetto con un “Epilogue” degno, ironicamente, del prologo prolisso di questo “Of Lust And Desire”: la ripetitività persevera senza indugio, risparmiandosi solo in certe soluzioni synth di tutto rispetto ma, anche in tal caso, barbaramente sprecate in virtù di una resa finale sensibilmente scarsa. Notabile e, soprattutto, ascoltabile, la traccia numero sette, “The Knife”, che con voce pulita (in realtà l’unico vero pregio di tutto il disco) ci sospinge con eleganza in un viluppo sonoro progressivo di effetti ben calibrati e ragionati, che ne azzeccano finalmente la tagliente melodia, protraendo l’ascolto con avveduta ispirazione.
“Of Lust And Desire” è un disco che si è fatto aspettare a lungo ma non soddisfa appieno le aspettative, ammiccando troppo spesso ad un grossolano EBM che ne inficia la paventata eleganza; è un album che avrebbe dovuto ergersi quale matura e maturata sintesi creativa dei Pride and Fall, portando con sé la forza trascinante e irrinunciabile per una vera e propria rinascita, ma quel che ne scaturisce è niente più che un prodotto imperfetto e facilmente trascurabile, nel quale la componente pop sussiste e arranca senza trovare un vero e proprio punto di equilibrio tra l’accelerazione bpm e la stessa natura future-pop della band.
Dal ritorno dei Pride and Fall era lecito aspettarsi qualcosa di più. Se non avete assurde pretese, un ascolto potreste pure riservarglielo. Altrimenti passate oltre, c’è di meglio.