Album alquanto controverso questo “Calling Ov the Dead”, primo full-lenght da one man band per Bryan Erickson. Tormentato da questioni finanziarie e dalla pesante dipendenza dalle droghe si vede rifiutare la produzione dalla Off-Beat perchè ritenuto poco brillante. Con l’assistenza di Bird ed Olson (due sue amici e coinvolti nel progetto Velvet Acid Christ VAC inoltrarono pesanti accuse all’etichetta e dopo un lungo tira e molla che vide coinvolta anche la sede europea l’album vide la luce alla fine del 1997 in collabarozione con l’americana Pendragon.
Non fù con questo album che i Velvet acid christ si fecero conoscere ma possiamo dire che ha contribuito in maniera importante alla creazione del VAC’s Sound, lavoro fin troppo trascurato e mai messo in risalto, oscurato dal successivo e straordinario “Fun With Knives”.
Entriamo però nello specifico di quest album che vede il suono indurirsi e i beat si avvicinano tra loro aumentando la velocità ritimica creando un suono corposo e ossessivo. Bryan ha più volte dichiarato che la sua musica è la simulazione di ciò che succede nella sua testa è questo porta l’ascoltatore nei meandri tenebrosi della sua mente. Proprio questa particolarità lo rende eccezionale, perchè orrorifiche urla e simple vocals si mischiano alla durezza del suono dando proprio la sensazione di essere in un tunnel senza via di uscita. Già dall’iniziale “Phucking Phreak” il malcapitato ascoltatore viene preso per mano e trasportato in una nuova dimensione, un refrain quasi punkeggiante, avrà molto successo in sede live. Successivamente VAC alza il ritmo e inanella una serie di killer song dal sapore oscuro e delirante fino a che decide di rallantere con “Timeless Visions” traccia riflessiva in stile cyber-goth una ballata tetra molto riuscita per spezzare l’album. “Pray for life” è la traccia più EBM – commerciale, in sostanza molto banalotta ma il ritornello funziona tanto da essere quella più canticchiabile. Dopo di ciò si riprendono i ritimi iniziali fino a sfociare in alcuni remix giusto per allungare il brodo ma che per fortuna non inficiano con la qualità dell’album.
Bryan con questo album da dimostrazione della sue capacità regalandoci una gemma oscura e purtroppo poco apprezzata nell’ambito EBM-industrial, non è un suond immediato è bisogna avere un po di pazienza nel assimilare l’enorme quantità di sfumature presenti, ma una volta assorbite sarà difficile premere stop.