Dopo due CDr e un EP, il progetto solista che si cela dietro le spoglie di Kleingott prende finalmente forma compiuta con “Deathbed Tales”, primo full length di questa interessante creatura neofolk (e autoprodotta). Non è certo sede consona per un dibattito sulla pochezza vera o presunta di questo genere, che ciclicamente rientra nelle grazie degli ascoltatori come l’eterno ritorno del filosofo. Sta di fatto che questi “tales”, con le dovute riserve, sono complessivamente accattivanti e se, pure, gli afflati epici e funebri che lo compongono nulla aggiungono ad un genere che ha fatto della stasi la sua bandiera, sarebbe peccato gravissimo voltar loro le spalle in favore dei consueti numi tutelari. Numi che peraltro qui vengono tributati con soluzioni di continuità ben caratterizzate, senza mai prodursi e riprodursi quali copie carbone prive di personalità. L’influenza di Douglas Pearce è sì vigorosa ma non ingombrante, così come quella di Sol Invictus e Rome, e questo impasto sonoro sortisce un amalgama ideale a tratti manieristico eppur vibrante, coadiuvato da un songwriting omogeneo in cui affiorano prepotentemente gli scenari malinconici tanto cari al genere.
Visioni di battaglie sospese nel tempo, in cui si rimettono al fatal destino le vane esistenze di piccoli uomini che si dissanguano per accanito orgoglio (“Elytra” e “In The Saint’s Noon”); quesiti fuor di sesto sulla natura del tempo, ellitticamente ricorrente nel susseguirsi degli eventi e delle anime che trovano sempre un modo per incontrarsi eternamente, senza ricordarsi di essersi già vissute in un altrove lontano, fra gli anfratti di un altro-quando ancor più remoto e dimenticato (“Where Time Goes”); l’ineluttabilità di una morte che ci logora senza freni ma che ci lascia decomporre in vista di un giorno nuovo, in cui il sole alto nel cielo segna l’inarrivabile grandezza di una Natura a cui possiamo solo prostrarci (“Deathbed Tales”). E poi, l’Attesa (“Years of Drought”), questa condanna a cui è impossibile sottrarsi ma che fa delle nostre azioni il più ragionevole dei propositi, prendendoci per mano lungo il tortuoso sentiero che ci riconduce a quella volontà di potenza umanamente riconosciuta e riconoscibile. Ed è sempre in quest’attesa che si consumano le membra dei guerrieri, in paziente silenzio, con gli occhi fissi sul nemico ma con la mente e il cuore lasciati tra le braccia di fanciulle premurose, speranzosi di potersi riabbracciare a battaglia finita (“Someday In Summerland”). Gesta eroiche ma evanescenti, ricettacoli di incompiute realizzazioni che ridimensionano i propri slanci nel confrontarsi con verità inconfutabili (“Lorelei” e “Vespertine”).
Al di là dell’evidente capacità evocativa di Kleingott, in termini prettamente musicali sarebbe stato opportuno lanciarsi in vieppiù marcate contaminazioni ma è una leggerezza perdonabile, specie considerando che, in definitiva, “Deathbed Tales” è un disco ben fatto, fedele e coerente all’humus musicale in cui affonda le proprie radici. E di questo prendiamo atto, dandogli merito e gloria per aver dimostrato di possedere tecnica e disciplina per farsi breccia nella granitica roccaforte del neofolk..