Mi annoio facilmente, lo confesso. Chiedo continuamente di essere intrattenuto in ogni situazione che vivo: se sono in coda alla posta, per esempio, spero sempre che succeda una lite con l’addetto di turno ligio alla burocrazia. Ho un debole per le situazioni stravaganti e le parole coraggiose. Quando ho sentito il piccolo eroe di questa storia – che si chiama, non a caso, Augusten – dire: “Da grande volevo diventare o un medico o una celebrità. L’ideale sarebbe stato fare la parte di un medico in una serie TV”, ho capito che aveva tutte le carte in regola per non annoiarmi. E non mi ha deluso. Uno sguardo lucido, il suo, che solo un ragazzino può avere. Una vena ironica irresistibile, quasi genetica, che trasforma ogni possibile incazzatura in un sorriso disarmante. Ed è una storia che rischia di fare molto incazzare, questa. Perché racconta di quanti torti può subire un adolescente durante il suo percorso di crescita: una madre tutta sbagliata, che si rivolge a lui come se rispondesse a un’intervista televisiva; un padre che sogna di abitare vicino a una discarica; una seconda famiglia completamente andata, che gli risolve i problemi facendo la “pesca alla Bibbia”. Ma la forza di Augusten (Burroughs) è proprio la sua grande capacità di adattamento. Anzi, direi addirittura che Correndo con le forbici in mano è una lezione di adattamento al mondo che ci circonda.
Esilarante e struggente, forsennato, terrificante, raffinato e vendicativo, questo è un memoir che non lascia il tempo di prendere fiato. La storia di Augusten inizia a tutta velocità quando lui ha nove anni e non rallenta più per tutta la sua adolescenza, incastrata tra quel grottesco insegnante di matematica alcolizzato che dovrebbe essere suo padre e una madre sofisticata e vanesia che sogna di vedere i suoi versi pubblicati sul “New Yorker”.
Di Augusten Burroughs è stato scritto che dopo aver finito il suo libro viene voglia di invitarlo a bere una birra: Augusten con le sue giacche blu navy, i capelli sempre laccati e perfetti e il suo sogno glamour di diventare parrucchiere per dive o medico in una soap-opera, Augusten e la naturalezza con cui simula un tentato suicidio pur di rimanere a casa da scuola. Ma insieme a lui inviteremmo volentieri a bere una birra anche tutti gli altri personaggi di Correndo: il dr. Finch, per esempio, lo psichiatra che vive in una casa tutta rosa e al quale Augusten viene letteralmente scaricato dalla madre, e magari anche la signora Finch, che sgranocchia cibo per cani appollaiata davanti alla televisione. E di certo non potrebbero mancare i loro sette figli confusamente biologici e adottivi e tutti i pazienti variamente psicotici che entrano nella pink house e molto spesso decidono di non uscirne più, o di farsi adottare, o di sedurre uno qualsiasi dei membri della famiglia.
“Perché non può mai succedere niente di normale?” si chiede Augusten durante tutta la sua infanzia. Ma in una casa dove l’albero di Natale non viene mai spostato dal salotto e la carcassa del tacchino del Giorno del Ringraziamento soggiorna sopra la televisione per almeno sei mesi, e dove spesso non si sa nemmeno bene chi sia figlio di chi, la domanda di Augusten, per fortuna, è destinata a rimanere senza risposta.
sensazionale..
“Non ti senti mai come se stessimo rincorrendo qualcosa? Qualcosa più grande di noi. Non so, qualcosa che possiamo vedere solo io e te. Come se stessimo sempre correndo, correndo, correndo e correndo ancora?”
“Già – dissi – Stiamo correndo eccome. Correndo con le forbici in mano.”