Quando il potere mette al riparo da ogni rischio.
Il capo della sezione omicidi della polizia, conosciuto da tutti come “il dottore”, viene nominato dirigente dell’ufficio politico della questura; ma proprio il giorno della sua promozione, il funzionario uccide la sua amante Augusta Terzi. Forte della posizione che occupa, “il dottore” non si preoccupa neppure di sviare le indagini; finché, quando una bomba deflagra nella centrale di polizia e vengono fermati alcuni contestatori…
Paradigma del cinema “politico” e di impegno civile, scritto da Petri insieme a Ugo Pirro e con un Gian Maria Volonté superlativo. Premio speciale della giuria a Cannes e Oscar come miglior film straniero.
Elio Petri firma, nel pieno delle contestazioni e movimenti insurrezionalisti ed extraparlamentari degli anni ’70, un film che fa scalpore e scontenta tutti, ma proprio tutti dall’estrema destra ai movimenti studenteschi rivoluzionari (o pretesi tali).
La storia è quanto mai affascinante e difficile da affrontare senza scadere nel clima di allora: un importante dirigente della polizia viene promosso dal settore ‘omicidi’ al settore ‘politico’; commette un omicidio per vigliaccheria e per sfida al potere stesso che rappresenta, disseminando poi prove a suo carico per testare la validità del ‘sistema’ punitivo cui fa parte.
All’apparenza sembra un film lineare, un giallo sui generis ‘al contrario’ (si conosce sin dall’inizio il colpevole) con sfumature politicizzate: nulla di più semplicistico e svilente. Invece, il film ha più piani di visione, tutte strettamente intrecciate, l’idea di fondo è davvero un giallo con intenzioni ‘civili’, ma vi è molto di più: sullo sfondo del tema ‘caldo’ degli abusi della polizia ‘politica’ negli anni 70′, si staglia la figura dell’ispettore, Gian Maria Volonté superbo, senza pari in questa parte, un cingolo eminente della stritolante e autoritaria catena-apparato della giustizia in Italia.
L’ispettore è un personaggio dostoevskiano (ma vengono in mente anche Camus e Borges), un infantile, insicuro e nevrotico uomo ‘solo’, senza alcuna storia o cultura in senso lato, del meridione, il quale trova il suo ‘posto’ e senso nella vita attraverso l’idolatria fanatica della Legge-Stato: domina un doppio distorto rapporto di sadomasochismo (dominazione e asservimento), doppio perchè da un lato l’ispettore atterrisce i propri colleghi, cittadini e cerca di dominare la reltà cosi come la sua amante con il suo acquisito potere, quasi anche un autoaffermazione della propria virilità;
dall’altro si asserva totalmente fino alla follia alla Legge-Stato (Volonté ripete più volte ‘io sono un funzionario dello Stato’, quasi invocando un aurea di sacralità e infallibilità del suo operato), anzi ne subisce un tale fascino e devozione, che la mette alla prova, commette l’omicidio (anche) per verificare la certezza e la coesistenza delle presunzioni verità-legge da un lato e potere-funzione di alcuni eletti, dall’altro, e se le indagini deviano, anche con numerosi e gravi indizi, allora le equivalenze anzidette sono valide; non a caso Petri pone alla fine del film le parole iniziali del processo di Kafka sul guardiano della porta “Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”.
Tale è il pensiero dell’ispettore (non a caso il suo nome non è citato), egli non è simile agli altri, causa la sua funzione a servizio della Legge, ruolo che lo sottrae al comune giudizio umano, e persino alla legge stessa valida per tutti gli altri, il tutto in un calembour di deriva psicologica che sfocia nell’assurdo e nella follia.
Preziosa è l’interpretazione dell’ispettore, davvero non ho aggettivi per Volonté un attore…perfetto, somatizzando un medio funzionario di media cultura universitaria, di idee retrograde e psicopatologiche, (non oso pensare ai gradi subalterni), delineando quello che era (ed é) un sistema borbonico, antidemocratico, profondamente illiberale, che vuole la legge ‘immutabile, scolpita nel tempo’: qui non è solo l’affermazione del mantenimento dello status quo, è una vera dichiarazione ciecamente fanatica dell’eguaglianza realtà=legge; e poi continua (il dialogo di insediamento dell’ispettore a capo della sezione politica è fondamentale per la comprensione del film) ‘il popolo é minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare ed educare, a noi il dovere di reprimere, la repressione è il nostro vaccino, REPRESSIONE E’ CIVILTA’, assioma fulminante e sinallagmatico rispetto la concezione della vita (della normalità-malattia sociale) del medio funzionario di quei tempi, che animava quel versante della giustizia.
Tuttavia Volonté delinea anche, il diario di uno psicopatico, nel morboso rapporto con la sua dannunziana amante (sono esilaranti le scene delle ricostruzioni delle pose di ragazze assassinate), nel credo fervente della legge, si pensi alla scena del testimone a proposito delle cravatte; l’altalenante follia lucida, derivante dall’abbaglio del potere, lascia a poco a poco l’ispettore a nudo con le sue incertezze, le sue meschinità e le sue debolezze; ha osato troppo, entra definitivamente in deliquio, quando con una stoccata di logica della stessa risma, il testimone oculare, lo studente che abitava nello stesso stabile di via del Tempio, e che
viene interrogato dall’ispettore per eventi politici,lo riconosce, ricostruisce l’omicidio in un magnifico scambio graduale di ruoli, inqi(sito)rente-interrogato, ma si rifiuta di denunciarlo, fino a gridargli ‘Un criminale a guidare la repressione, è perfetto’, ma ciò rileva anche su un altro piano: la deformazione del pensiero del funzionario ha un lato dostoevskiano, questo questurino prende le sembianze di un novello Raskolnikov, vuole e cerca la penitenza, si noti bene non il giudizio umano (ecco che torna oltre Dostoevskij anche Camus),al contrario ciò che invoca l’ispettore, tra le lacrime, all’anarchico situazionista Pace, è la denuncia alle autorità, ma soprattutto la sua volontà di ‘pagare’ per il suo errore, anche se commesso per verificare il meccanismo: ed ecco che questo risvolto non rientra nei canoni di aspettativa dell’ordine cui la mentalità malata dell’ispettore fa riferimento come guida; la sua ossessione sadomasochista si appalesa in un crescendo di flashback con l’amante e presente onirico fino al sogno finale in cui si autoaccusa, convoca tutti i suoi superiori, espone loro le prove nel tentativo di provare la propria colpevolezza e così da chiudere un cerchio di funzionalità perfetta e non scalfita da nessuna eccezione.
Qui altro coupe de reve, i funzionari ignorano e distruggono tutte le prove e testimonianze della sua colpevolezza, fino alla grottesca firma della confessione di innocenza dell’ispettore.
Il film è un capolavoro anche per le musiche ossessive e inquietanti di Morricone e per la lucida esposizione della fotografia di Kuveiller (lo stesso di Profondo Rosso). Vinse molti premi dall’oscar come miglior film straniero al nastro d’argento a Volonté, interpretazione senza commenti … è perfetto (lo so mi ripeto). Due curiosità: il poliziotto che dorme al comizio di Volontè è Petri, una citazione da Hitchcock, mentre il giornalista era un militante di lotta continua.