Il poco più che ventenne Niko ha da poco abbandonato l’università ed è obbligato a confrontarsi, durante la sua lunga giornata berlinese, con le conseguenze della sua inerzia.
Con il passare delle ore cresce la sua stessa condizione di estraneità rispetto alla gente attorno a lui che affronta la propria vita quotidiana.
In Italiano sottotitolato “un caffè a Berlino”, questo film, vincitore di tanti premi in giro per il mondo, è una piccola perla sussurrata in un mondo patinato pieno di urla ed effetti speciali.
Leggendo la trama non si ha alcuna idea di dove il regista voglia andare a parare e, in effetti, l’atmosfera che si percepisce, la scelta stilistica (molto azzeccata direi) di un bianco e nero rarefatto, le situazioni “normali” che vive il protagonista, la storia che non ha la pretesa di portare a qualcosa, confermano l’impressione iniziale: sembra quasi un film francese ma ambientato in Germania, uno dei film di Truffaut dove non succede mai nulla, un racconto di uno scorcio di vita lungo un paio di giornate.
E allora, perché questo film è da vedere?
Perché, forse, al di là dei soliti film standard, il cinema a volte può anche racchiudere una cosa chiamata poesia, senza camuffare il proprio vuoto dietro a costosi budget; perché i piccoli scorci di paesaggio, quasi come fossero cartoline, mostrano Berlino in tutta la sua malinconia, perché chi c’è stato, guardandolo, vorrà sentirne ancora il profumo; perché il protagonista, nella sua apatia ed (in)esistenza, nei suoi gesti e nelle sue azioni, ci fa capire quanta differenza potremmo fare, ma anche quanto inutili possiamo essere.
Questo film non è un film, ma un concetto astratto, un racconto rappresentato da dialoghi, musiche ed immagini, uno squisito spaccato di vita di un ragazzo e dei personaggi con cui ha a che fare, dal nuovo vicino di casa al padre, dalla fidanzata all’amico attore, dalla ex compagna di classe al commovente anziano conosciuto al bar, niente è lasciato al caso e ogni frammento compone un puzzle perfetto che scorre via come un caffè, proprio quel caffè che il protagonista non riesce a prendere mai e che poi, forse, diventa un simbolico gesto per la catarsi.
Da vedere e gustare in silenzio. Una chicca indimenticabile.