La scena post- punk francese attualmente appare l’unica in grado di tenere alta la tensione e l’ambientazione di un genere musicale che risulta costantemente in bilico tra ombra e declino.
Giunti finalmente al loro primo full-lenght , ancora auto prodotto, i Varsovie si lanciano senza remore in uno dei lavori sicuramente più profondi ed affascinanti del genere. Eclettico e carico di tensione musicale il disco incarna ed alterna momenti di profonda solitudine a momenti di visionaria superiorità musicale, resi magici ed assoluti dalla grande carica emotiva presente in ogni singola traccia del platter.
I francesi riescono con molta naturalezza a mutare la tradizione musicale di questo genere trovando una dimensione compiuta e compatta assemblando un’opera caratterizzata da magnifici incastri di gioghi musicali, un’anima prettamente malinconica e romantica, un chitarrismo frenetico e graffiante ed un cabaret musicale capace di tramutare l’arte musicale in arte visiva.
Elementi , sospiri e creazioni che unite ad una buona dose di alternative rock riescono a far uscire la band dall’ottica dei possibili e molteplici riferimenti musicali e ad allontanarla da ogni possibile aspetto derivativo del popolatissimo microcosmo musicale francese. La loro musica infatti risulta essere sicuramente più elaborata rispetto a quella dei Joy Disaster , meno frenetica rispetto a quella dei Frustration e meno calda rispetto a quella pop-wave dei Dorcel .
Nel loro sound sono rintracciabili comunque analogie e chiari riferimenti alla musica dei Joy Division ed a quella dei Noir Desir ,soprattutto per quel che concerne l’aspetto art rock alternativo presente nel disco. I riferimenti riescono comunque ad incidere in modo positivo nell’impatto musicale del disco , complice anche alle ottime capacità rielaborative dei Varsovie che danno luogo ad un disco nel quale l’aspetto preponderante risulta essere l’espressione che muta in moto continuum attraverso fragili melodie e ruvidi momenti drammatici.
La compresenza di quest’ultimi aspetti incidono molto sull’ambientazione di questo Etat Civil che appare totalmente costruito su di un contesto emotivo ed apparente ricondotto ed unito alla realtà grazie alle spiccate doti teatrali della band . Succede cosi che l’inquietudine e la malinconia viene spesso travolta dalla crudeltà e dell’abominio delle chitarre che gridano , graffiano e succhiano via il veleno sputandolo addosso alla società ed ai malumori dell’anima.
Apprezzabili i passaggi nei quali prevale l’essenzialità delle chitarre e delle sobrie tonalità di pianoforte come accade nella bellissima Madmoiselle Else o nelle sofferte e notturne atmosfere dell’elegantissima Demain in September. In Retours de flammes affiorano costantemente le radici di un post-punk etereo ed affascinante capace di prendere a calci in culo il presente e di catapultare il contesto in un passato che forse non è mai stato cosi vicino. Nostalgia ed abbandono deviano la conclusiva e sublime inertie dove le chitarre donano al brano un andamento lievemente trasognato ed avvolgente.
Nel suo complesso Etat Civil è un’opera lineare che gira senza conoscere momenti di tregua . Il suo post-punk è ricoperto da un sottile strato di polvere che lo rende ancora incontaminato , elegante ed emotivamente vibrante. Il disco lascia sicuramente intravedere tutte le potenzialità di un gruppo che forse non risulta ancora essere dotato di una fisionomia ben definita ma che proprio per questo riesce a donare momenti di assoluta originalità e di spiccata sensibilità .