Dopo aver recentemente pubblicato la loro prima raccolta , i Ladytron presentano il loro nuovo disco Gravity The Seducer.
Da sempre in cima alla lista della schiera revivalista di un genere come quello dell’elettroclash e del synthpop che mai come ultimamente risulta statico e privo di nuovi innesti sperimentali in grado di donargli nuovi colori e nuove speranze . Così tristemente rinchiuso nelle concentriche gabbie dal gusto retrò e quasi dimenticato come se fosse stato chiuso un una buia soffitta , dimenticato insieme ai pupazzi che un tempo erano guardiani dei nostri sogni.
Eppure la band adottata dall’Inghilterra ma di origini miste , bulgare giapponesi ed inglesi , tenta di iniettare un antidoto per curare il male grave dell’elettronica synth , presentando un album che resta tutta via molto legato nell’anima e nello stile di quello ottantino ma che presenta un variegato numero di elementi , per lo più sperimentali .
E così le due eclettiche singer Mira Aroyo ed Helen Marnie accompagnate dagli immancabili programmers Daniel Hunt e Reuben Wu si rimboccano le maniche , mischiano le carte e puntano tutto sulla sperimentazione senza sconvolgere a dire il vero totalmente il marchio Ladytron. Gravity the Seducer parte trasognante con White Elephant , traccia forse un po’ troppo ampollosa e pacchiana ma che risulta essere uno dei pezzi migliori dell’intero platter.
A comandare sono sempre loro , le due singer supportate da un tappeto magnifico di synth da capogiro eseguiti come sempre con somma maestria dai due programmers sopra citati. Il giro di voci e l’atmosfera catartica richiama parecchio gruppi più vicini all’ambient che al pop , diciamo una versione azzardata dei Dead Can Dance con i mood e ritmiche tastieristiche belle spinte. Mirage , cambia tutto , ricucendo la musica con i destini solari di una elettronica vicina a quella dei Depeche Mode.
Implosioni , erosioni , cambi repentini che come ostetrici impazziti tentano di succhiare linfa da ogni derivazione musicale. White Gold , primo singolo estratto dal cd , richiama spiriti e sonorità ancestrali appartenute agli ottanta con synth mielosi e ,finalmente, un buon ritmo che a dire il vero finora sembrava parecchio mancare al lavoro in questione. L’intermezzo Ritual è una buona sperimentazione di incroci , quelli più dolci del synthpop con quelli più duri vicini al punk speziati da sintetiche atmosfere dal gusto di ovatta che spiana la strada a Moon Palace.
Quest’ultima riprende un po’ quello che si era messo da parte all’inizio un’ambient maculato e ben strutturato vicinissimo a quello dei Cocteau Twins straziato da bagliori di pura darkwave vicina a quella dei primi Bauhaus. Si continua su questa strada tranne che per Altitude traccia dall’anima molto più elettronica delle sue sorelle che per certi versi riporta alla mente le cibernetiche e computeristiche atmosfere dei Ktafwerk . Degne di nota sicuramente risultano le atmosfere new wave di Meeting Ice , forse una delle tracce meglio riuscite di questo Gravity The Seducer.
Tanta carne al fuoco oseremmo dire. Tanta carne al fuoco che risulta essere troppa anche per dei mastri cuochi delle sonorità electro-clash come i Ladytron. Un disco molto diverso dai precedenti ma non è questo ad incidere sul fatto che può piacere o meno. L’esecuzione , parliamoci chiaro , è magistrale grazie alla solita accuratezza nei campionamenti e nel legame degli elementi musicali.
La miscela per certi versi funziona e l’idea a dire il vero appare anche geniale. Un Sali scendi mistico che tocca i cieli di pece dell’ambient darkwave coniugandolo con quelli più scalmanati del punk sempre a tinte oscure e quelli più solari dell’synthpop ottantiano. Il risultato però non è dei migliori , almeno per il sottoscritto. Il disco appare disconnesso e non scorre come dovrebbe . Ci si riesce a distrarsi troppo facilmente dalla musica espressa e a sentirsi confusi ed annoiati.
Ladytron – Gravity the seducer
Angel
