Un mini-album, un concept sul sentimento più antico del mondo, una fluida commistione di stili: tutto questo è “Alone”, quarta testimonianza discografica degli Spiral69. Fa capolino inaspettatamente, esattamente ad un anno di distanza da “Ghost in My Eyes”, e rappresenta l’ennesima conferma dell’identità stilistica del gruppo laziale che, in sette anni di vita, è stato capace di muoversi sottopelle nel panorama musicale italiano con capacità compositive uniche, arrivando a farsi apprezzare da personalità del calibro di Steve Hewitt, Lou Reed e, ultimamente, da Robert Smith dei Cure, che vorrebbe gli Spiral69 come opening act di sue prossime ed eventuali date nella penisola.
Non sono lontani i tempi di “No Paint on the Wall”, l’album che più di tutti li ha instradati al successo -più estero che nostrano-, ma in “Alone” si fanno più incisivi i suoni che nei precedenti episodi miravano ad ornare un modus scribendi già rodato e maturo, quasi come se la band volesse giocare con le sei canzoni proposte, dilatandone ora l’elettronica ora l’elemento rock. Il risultato è una parabola squisitamente decadente, il percorso di una storia d’amore ideale che si barcamena tra le peculiarità “dark” di Sabetti e tra nuovi spunti “synthpop”, gusti barocchi e, all’occorrenza, più immediati ed incisivi.
“We’ll Find Each Other in the Dark” è l’anthem elettronico che per primo confonde le nostre conoscenze circa la band: claustrofobico, lisergico, cupo e ossessivo, è il pezzo che catapulta gli Spiral69 sotto la luce di una dimensione inedita e piacevolissima, al limite tra Depeche Mode e NIN, che imprigiona l’ascoltatore nel ritornello, sincopato e irresistibile (“We hate/We loved/We hate/We loved…”). Un punto di svolta, ma anche un ritorno alle sonorità e alle suggestioni “80s” che continuano ad influenzare un intero popolo di nostalgici.
Anche “When the Angels Leave” paga il pegno alle principali fonti d’ispirazione dell’ensemble: strizzando l’occhio al revival del genere si rivela, forse, il brano dalle tinte più “moderne” mai prodotto dalla Spirale. Sabetti abbandona i toni crepuscolari e bohémien à la Peter Murphy per restituirci un cantato più “pop” e viscerale, memore delle tinte dolci e graffianti di Richard Butler degli Psychedelic Furs, su un tappeto sonoro impetuoso, che rende facilmente assimilabile l’impatto che il gruppo possiede dal vivo. “Naked” e “Rose”, d’altro canto, ricalcano maggiormente il marchio di fabbrica del terzetto e ci ricordano quanto gli Spiral69 siano legati a filo doppio con le intuizioni “vintage” degli Spiritual Front, coinvolgendo spunti retrò classici e pomposi degni del migliore Danny Elfman. È proprio a causa di questa mescolanza continua e mai interrotta che “Alone” si conferma una scelta discografica atipica, in cui ogni brano analizza e demolisce un aspetto del sentimento posto come “concept” della produzione, con l’aiuto di una spontanea e naturalissima unicità stilistica. Ogni canzone proposta sembra legata all’altra concettualmente, eppure, musicalmente, persiste un’eterogeneità assoluta nelle strutture, nei suoni, che rende le sei composizioni simili a piccoli buchi neri: realtà autosufficienti che violentemente rapiscono e dalle quali è impossibile fuggire.
“Cruel” è il dilatatissimo ed onirico finale, un vademecum disilluso, un valzer triste e consapevole sull’amore e i suoi derivati (“Love makes you break/It makes you feel hate/Love makes you fail/Love makes you wrong”) la chiusura più adatta a questa parentesi importante degli Spiral69. Un’uscita che sancisce l’alchimia ultima tra Riccardo Sabetti, Enzo Russo e Andrea Freda, la raggiunta misura tra sperimentazione e canzone pop e che celebra con personalità il rilievo e lo spessore conseguiti. Nessuna opera epica e maestosa, solo sei brani a decretare il proprio meritatissimo status di artisti, più che di musicisti.