Il project neoclassico e tutto italiano di All My Faith Lost… calca le scene dall’ormai lontano 2000, quando inaugurò la sua melanconica verve con la self release “Hollow Hills”, di acerba produzione, certo, ma con una propensione già ben definita sul percorso sonoro da intraprendere. Poi, nel 2002, come ieratico messaggero, venne alla luce il debut “In a Sea, In a Lake, In a River…or In a Teardrop”, che confermò a pieno titolo l’ispirazione che li contraddistingue da sempre. Cinque anni dopo, per la compianta Cold Meat Industry, in pieno possesso di facoltà e capacità apprese mutatis mutandis, dispensarono bellezza con “As You’re Vanishing In Silence”, gioiello neoclassico al quale sovvien profonda e naturale la tessitura d’infinite laudi. Tra l’altrettanto pregevole “The Hours” e l’impostazione intimista di “Chamber Music”, la discografia dei nostri arriva sino ad oggi senza perdere colpi e senza tradire la propria indole, garanti di una qualità sempre al di sopra degli standard di un genere altrimenti schivo e ripetitivo, la cui pericolosa vocazione alla noia è sempre dietro l’angolo.
Caratterizzando le ultime uscite da un’esplicita emancipazione da case ed etichette discografiche di sorta, e dunque in favore di una sempre bene accetta auto-produzione, l’ensemble di All My Faith Lost… ci propone oggidì, attraccando su quel ben saldo molo della Projekt (e andando dunque ad interrompere quella romantica dissidenza con la quale reclamavano autonomia e risolutezza) questo “Redefine My Pure Faith”, EP ambizioso e non alla portata di tutti che ridefinisce, umilmente, i paradigmi neoclassici di Rosenthal e dei suoi fin troppo celebrati Black Tape For A Blue Girl.
Personalmente, aperti tributi e celebrazioni da leccapiedi, con tutto il rispetto per i podofeticisti, mi han sempre fatto storcere orecchie e naso, con annesse orticarie e intolleranze del caso [mi si conceda la rima! ndr], complici di un crescente ribrezzo che inevitabilmente si pone ad unità di misura del giudizio finale. Tuttavia, per questa volta, ho permesso ad un briciolo di diplomazia di farsi strada tra spirito e cuore e, accantonata quasi del tutto una fin troppo facile polemica, mi sono lasciato coinvolgere obiettivamente in quest’omaggio alla purezza della fede ridefinita e reinterpretata.
Epperò, pur dando a fondo a buoni propositi e intenzioni, la triste e incontrovertibile verità è che quest’ultima prova lascia un po’ il tempo che trova [altra rima, chiedo venia! ndr]: manieristica, dal potenziale soffocato (forse per questioni reverenziali verso gli stessi Black Tape For A Blue Girl), con diffuse velleità modestamente artigianali piuttosto che artistiche. Pare quasi che a monte vi fosse sì quell’ambizione necessaria all’intermediazione con l’ispirazione, tarpata però in extremis in favore di un ben più rassicurante e banale schianto contro l’arido terreno del dozzinale. Le tracce scivolano via in maniera godibile, certo. Penso soprattutto al piacevole sgomento suggerito dall’episteme sonora di “Dulcinea”; o anche alle suggestive aperture ad effetto degli archi salmodianti di “Russia”. Ma scivolano irreparabilmente, senza un’eco che ne ne faccia da contraltare per l’ascesi artistica. Rimangono in sospeso fino alla fine dell’ascolto, senza risalire quella china mnestica che permette alle emozioni di esplodere e vibrare negli spazi dilatati dello spirito. Sete e fame di trascendenza non rinvengono, in questa sede, fonti e carni da suggere e divorare.
Nel complesso, è un’operazione apprezzabile ma trascurabile, tecnicamente lodevole ma nulla di più, un’operazione discutibile che si concede fin troppo eloquentemente alla lusinga conto terzi. Ce l’ho messa tutta per non farmi travolgere da un giudizio negativo, ho persino taciuto bruscamente i derivativi pregiudizi dell’insofferenza ma i fatti parlano chiaro e io non posso che assecondarne l’esegesi con una sintassi dichiaratamente vòlta al rammarico e alla delusione.