In una fredda notte di dicembre, precisamente il cinque dicembre scorso, la band capitanata da Riccardo Prencipe “Corde Oblique” ispirata alla storia dell’arte, si è esibita in una performance ricca di professionalità e passione. Un’esibizione che ha riscaldato gli animi dei suoi spettatori, in un’era moderna sempre più tendente al gelo emotivo e al nulla dilagante (citando lo stesso Prencipe, ma anche un po’ la Storia Infinita). La stessa si è tenuta nella splendida location gotica di OltreVerso, realtà Campana con sede a Succivo (CE) di Michele Mozzillo e Alessandra Policella, altri artisti di alto livello e degni di nota, ex Hapax e attualmente l’affiatato duo Varg I Veum.
Il concerto è stato diviso in due parti: la prima più classica e introspettiva, l’altra più elettrica e aggressiva, proprio come il loro ultimo lavoro uscito quest’anno “Cries and Whispers” (Sussura e grida, pellicola di Ingmar Bergman). Un disco che fonde due mondi in apparenza lontani, ma più vicini di quanto crediamo: essi sono le facce della stessa medaglia del loro dark folk unico nel suo genere; lo specchio delle “due personalità” del fondatore. Per Prencipe, infatti, il sound metal è sempre stato affascinante, ma anche molto limitante per la sua espressività; questo bisogno di affermazione artistica risulta in una sperimentazione sempre in grado di sorprendere.

Ma torniamo alla loro esibizione: non solo ha rappresentato un viaggio sensoriale tra vari generi ma, attraverso la loro musica, le Corde Oblique ci hanno permesso di visitare luoghi vicini e lontani. Vediamo come.
Si inizia con “Eventi” da (Respiri, 2005), uno dei pezzi classici. Poetico e toccante, moralmente vicino a tutti noi, ricorda il senso d’oppressione e d’impotenza causato dallo scorrere degli eventi:
“Restiamo attoniti, increduli e attenti / a reggere il peso di tutti gli eventi”.
“Bambina D’Oro” (Per le strade ripetute, 2013), è sulla scia della prima, ma con una dolcezza tutta sua, infantile, appunto. Ed è proprio quello che trasmette: “guardarti è una carezza agli occhi”.
Con “Jigsaw Falling Into Place”, voliamo ad Oxford dai Radiohead, autori del brano, in questo caso reinterpretato in modo del tutto originale.
Si ritorna in terra natia con “Le pietre di Napoli” che, come la cover appena citata, è contenuta nell’album A Hail of Bitter Almonds, 2010; ma anche con “Averno” (2013), un racconto dal sapore nostalgico e familiare sull’omonimo lago.
Ultimo brano più classico, “Casahirta” (Volontà D’Arte, 2007), descrive un amore fugace, la cattiva abitudine di dare valore ad un legame solo una volta perso.
E’ molto emozionante, soprattutto live; tant’è che la vocalist Rita Saviano si commuove e, quasi fiera, si esibisce in lacrime, mostrandoci una grande passione e devozione. In un tempo così arido in cui mostrarsi vulnerabili risulta persino un difetto, è sicuramente qualcosa di cui essere fieri.
Altra caratteristica impressionante è la sua presenza scenica arricchita da balli affascinanti.

Seguono due brani strumentali: “Almost blue” (The Moon Is A Dry Bone, 2020) e “A Step To Lose The Balance” dall’ultimo disco. Ma se il primo continua a percorrere la via classica, seppur sempre con tratti malinconici, il secondo apre le porte di quella elettrica e persino progressive. Ciò avviene attraverso un intrigante e ansioso crescendo, come addentrarsi in un percorso sempre più stretto e oscuro, dove si finisce con il “perdere l’equilibrio”. Nonostante ciò, il messaggio che si vuol trasmettere è più positivo di quanto immaginiamo: questa perdita è, piuttosto, un bisogno di cambiamento, un nuovo inizio. La speranza che il disorientamento possa portare a qualcosa di inaspettato e donare nuova energia, proprio come la performance live di questo pezzo.
Altri interessanti crescendo sono le successive “The nightingale and the rose” e “John Ruskin”, sempre da Cries and Whispers. La prima è ispirata alla fiaba di Oscar Wilde “L’usignolo e la rosa”.
Questa viene “presa in prestito” per descrivere le difficoltà affrontate dagli artisti, proprio come l’usignolo usa il suo stesso sangue per la dipingere la rosa.
La seconda, ispirata all’omonimo poeta critico d’arte e ai Sigur Ros, ha influenze metal e post-rock. Sia per questa che per “Eleusa Consumpta”, per accompagnare Rita Saviano, è salita sul palco la cantante Athena Maryam, dalle origini greche e dal timbro “orientaleggante”, così definito dal fondatore. Ed è soprattutto qui che siamo stati trasportati in terre lontane e, allo stesso tempo, abbiamo assistito al talento di due donne non rivali, ma complici. Sì, perché complicità e coordinazione tra i musicisti presenti sul palco – tra cui anche i bravissimi Edo Notarloberti al violino, Alessio Sica alla batteria e Umberto Lepore al basso – è rara a vedersi.
Nessuna finzione, nessun effetto speciale. Solo veri talenti che si uniscono.

Ultime due: “Uroboro” scritta dal violinista, le cui note ti entrano nell’anima, e “Kaiowas”, cover dei Sepultura, reinventata totalmente. Non mi dilungherò sull’originale, poiché si discosta fin troppo dai generi trattati.
In conclusione, una serata speciale, che ha messo d’accordo appassionati di vario genere, come si evinceva dal pubblico: musicisti professionisti, amanti di musica folk, metal, ma anche dark, come la sottoscritta. Cosa abbastanza insolita poiché, come risaputo, certi sound risultano a noi alquanto ostili! Si potrebbe dire, quindi, che le Corde Oblique posseggono un potere “camaleontico” da non sottovalutare, una grande abilità nel rinnovarsi.

Tutte le foto sono state scattate da Angelo Grieco, fotografo di OltreVerso, specializzato in street, theatre e live music photography; come si può notare, Grieco riesce ad entrare in empatia con i suoi soggetti e, attraverso scatti professionali, a catturare la loro essenza e le loro emozioni.