Tutto ciò che fa Giovanni Lindo Ferretti da tre anni a questa parte è in completa funzione della sua ritrovata dimensione barbarica.
Le pubblicazioni e i vari “A cuor contento” in giro per l’Italia non sono altro che lo specchio di una necessità arcaica, solenne: quella di celebrare l’antico patto stipulato tra uomini e cavalli, ma anche il bisogno di tramandare i segreti del suo teatro equestre. La Corte transumante di Nasseta, libera compagnia di uomini, cavalli e montagne, è la testimonianza ultima e più alta di questo amore ancestrale, la prova concreta che sfida, tra mille difficoltà, l'”uomo consumatore” e le logiche di mercato. “Non è impegno civile, necessità militare, è un gesto eroico, un gesto artistico, è disciplina umanistica.”
Non sorprende, dunque, che i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, palcoscenico del “Canto dei Canti”, assumano agli occhi di chi assiste i tratti di un mondo parallelo, magico, estremamente e meravigliosamente distante dall’odierno. Nelle ultime fresche ore del crepuscolo, quando tutti hanno preso posto tra le colonne benedettine, un fagotto di iuta cade dalla prima bestia al centro della scena: è Giovanni, “Signore delle Parole”, intento a rievocare le radici dell’antica alleanza. Ferretti, ponendosi quasi subito ai margini dello spazio scenico, tiene ad evidenziare che questo non è un suo “concerto”, men che meno il suo “spettacolo”; l’unico protagonista di questa sera (e delle sere a venire) è il cavallo. Tutti i brani di “Saga”, del resto, sono stati studiati e composti per interagire con gli “attori”, i cavalli, appunto, e non c’è da meravigliarsi se la musica venga eseguita in misura ridotta. La poderosa “TPR” e l’intensa “Maciste all’inferno” (rivisitazione del passato “filosovietico”) restano colonna sonora “registrata” delle evoluzioni degli equini e dei loro compagni umani, ma quella che si rivela una scelta pratica permette di apprezzare profondamente le parti “suonate”. È Paolo Simonazzi ad accompagnare il canto epico di Ferretti quando si fa sussurro: zampogna, cornamusa e ghironda vengono prestate al servizio dei momenti più intimi e toccanti come “Canto da bivacco”, che a tratti diventa un “saltarello” medievale, mentre alcuni dei protagonisti più distinti (il maremmano e riflessivo “Socrate” e il giovane stallone “Scricciolo”) accerchiano Giovanni aspettando pazienti di essere condotti nelle retrovie.
È un’esperienza assolutamente catartica; si resta ipnotizzati di fronte al turbinio di polvere e ai muscoli tesi, di fronte alla forza di Marcello Ugoletti, austero “Signore dei Cavalli”, capace di tenere a bada la spina nel cuore di “Tancredi”, di fronte alla grazia di Cinzia Pellegri, “Signora della Corte”, che con decisione assoluta sublima l’eleganza di “Socrate”. È un continuo celebrare l’intesa, il reciproco aiuto, la bellezza, tant’è che ogni convinzione più superficiale riguardo la simbologia del cavallo viene demolita: osservando i volti contratti dei cavalieri ci si domanda se non sia la bestia a domare l’uomo. La commozione avvolge gli astanti quando Ferretti intona “Maritima Loca”, ma il momento più intenso, l’apice di tutta la serata, resta sicuramente “Divampa”. Roberto Concezzi si prodiga in una vera e propria danza: con precisione e signorilità autentiche compie virtuosistiche evoluzioni mentre Giovanni appicca un fuoco al lato della scena. “Se guardi il fuoco ti riempie gli occhi, se l’ascolti palpita e scoppia…” -le fiamme si alzano pericolosamente vicine alle nostre teste, spaventando gran parte del pubblico- “…troppo vicino brucia, scotta, ma scalda, illumina la notte”; mentre alcuni abbandonano i propri posti a sedere, credendo che di lì a poco l’incendio controllato si trasformi in un fuori programma, Roberto e il cavallo sono diventati un tutt’uno, sfidando le fiamme, vorticando con esse.
Simonazzi e il bardo si ricongiungono, riportando il clima a più miti consigli con “Pons tremolans”, una delle composizioni più alte dell’ultimo Ferretti, il quale sembra voler riconquistare la fiducia del pubblico atterrito dalle vampate facendo seguire a ruota un’inaspettata “Amandoti” impreziosita dal solo organetto.
Si fa ritorno al mondo freddo degli anni ’10 con il cuore gonfio di orgoglio, l’orgoglio di aver preso parte al teatro equestre barbarico montano, sinonimo ultimo della cura che si deve dimostrare nei confronti delle passioni quanto delle tradizioni. Nel gelo matematico che ci circonda “Saga” deve resistere, restaurando con amore prepotente l’opera d’arte barbara che rappresenta, la pagina nascosta tra le pieghe della Storia che ha permesso all’uomo di sopravvivere, di evolversi. La speranza che l’opera equestre, i suoi attori e Giovanni perseguano questo intento risiede in “Diamante”, un puledro di poche settimane che, imitando sua madre, ha già cominciato a calcare le scene. Perché, per fortuna, “ciò che deve accadere, accade”.