
Cinque giovani si dirigono a un “rave-party” celato in una “location” boschiva, dopo aver trascorso in gita l’intera giornata. Si tratta di tre ragazzi romani e di due ragazze rumene (in un “calembour” che sembra voler evidenziare la latinità dei suoi protagonisti), conosciutisi la notte prima in un locale notturno. Quella che sembra, tuttavia, una situazione abbastanza comune nel cinema horror viene improvvisamente stravolta quando i tre “bravi” ragazzi si rivelano per degli psicopatici stupratori e assassini, al quale si riallaccia la presenza di un quarto uomo – alquanto ricco e di indole altrettanto perversa dei suoi compagni – che si diletta a seviziare una manicurista nel suo appartamento. La consueta figura retributiva – o, almeno, apparentemente tale – si materializza in un manipolo di gladiatori – le cui vicende, non tanto distanti da quelle dei quattro energumeni odierni, vengono tracciate attraverso delle notevolissime tavole animate durante i titoli di testa – i quali, tornati in vita, dilaniano, dopo un’estenuante caccia, sia i tre membri del branco che le loro due sfortunate vittime.
Primo lungometraggio di un giovane regista italiano, Raffaele Picchio, è un inatteso – e quanto mai gradito – ritorno alla sana ferocia di un cinema oramai scomparso, annacquato e dilapidato nella sua forza sovversiva dal profluvio di carinerie e ammiccamenti nei confronti di un pubblico sempre più obnubilato da prodotti rassicuranti e “fast-food” provenienti d’oltreoceano – elementi negativi che però già fanno la loro comparsa in altre pellicole delle nuove leve del cinema di paura italico, come Federico Zampaglione, Stefano Bessoni o Gabriele Albanese, tanto per fare qualche nome esemplificativo. Picchio si rivolge apertamente a un cinema più viscerale, estraniante, che, dopo aver preso per mano lo spettatore sulla scorta di una prima parte piuttosto di “routine” (ancorché il prologo, con il suo filmatino super 8 in cui il picnic di una famigliola medio borghese viene mandato in malora dagli atti pedofili di uno zio, con conseguente ripresa dell’attività massacratoria dei confratelli di Spartaco, è di certo un buon campanello di allarme), lo abbandona all’inattesa e prolungata ordalia delle due fanciulle.
L’efficacia del brusco cambio di registro dei tre protagonisti maschili e il loro dilungato esercizio di crudeltà tradisce le certezze fin lì accarezzate dallo spettatore medio, al punto che la comparsa nel quadro scenico dei gladiatori viene vista come un felice elemento retributivo. Ma, ancora una volta, Picchio si dimostra erede non di un cinema lapalissianamente catartico – come, per somiglianza nelle forze ultraterrene tirate in causa, i redivivi lebbrosi di Fog, 1980 di John Carpenter – quanto piuttosto di una demolente forza nichilista – e, infatti, i suoi lottatori antichi sono mutuati più dall’iconica immagine del mostruoso cannibale di Antropophagus, 1980 di Aristide Massacesi – in cui i “buoni” e i “cattivi” vengono pedissequamente livellati a carne da macello, senza alcuna speranza di poter sfuggire all’elemento soprannaturale – o supernaturale – posto sul loro cammino da un destino altrettanto feroce e beffardo. Un elemento, quest’ultimo, reso evidente dalla chiusa causticamente anti-cristiana.
È un peccato che la parte conclusiva, che avrebbe dovuto essere dominata nettamente dallo “splatter” più estremo, rimanga minata da un eccesso di ombre e buio – la fotografia, per il resto di buon livello, è di Daniele Poli, di estrazione televisiva (Boris, Colpi di sole), attenuando l’efficacia in parte l’efficacia eversiva della pellicola; ma a fronte di questo difetto – e di qualche piccolo elemento dubbio (per esempio: chi è l’autore del filmato del prologo?) – il film offre un certo numero di fattori positivi, non ultimo – e nel cinema italiano più recente ciò appare quanto mai sorprendente – un’ottima interpretazione generale, a partire delle due ragazze (entrambe a inizio carriera), capaci di dare una forte credibilità ai loro sfortunati personaggi. Le atmosferiche musiche di Riccardo Fassone – che, per altro, dà vita a un eccellente tema – e alcune azzeccate citazioni (come quella, facilmente riconoscibile, di American Psycho, l’epocale romanzo di Bret Easton Ellis) aumentano il (dis)piacere di una visione che riscopre, con un evidente grande passione e malgrado la presumibile esiguità budgetaria, il senso perduto del genere horror, affiancando in quest’operazione, seppure attraverso una via diversissima, il friulano Lorenzo Bianchini (Custodes bestiae, 2006).
Morituris (Raffaele Picchio, 2012)