Nuova e interessante band italiana che ha appena rilasciato “We Die in Such a Place”, disco che si muove su coordinate oscure, sofferte ed evocative. Auguriamo a questi ragazzi di potersi anche esibire all’estero!
1) Ciao e benvenuti! Presentatevi ai nostri lettori!
Salve a tutt*, siamo i Japan Suicide.
2) Japan Suicide: cosa significa il vostro monicker? Come mai lo avete scelto?
Il nome è un accostamento simbolico. Come nell’architettura di Tokyo convivono parti antiche e moderne, così ciò che era un rituale proprio di una cultura del passato oggi è una forma di alienazione moderna.
3) Vorrei che ci parlaste di “We Die in Such a Place”, che già dal titolo preannuncia un’atmosfera letteraria: Javier Marias e Shakespeare. Potete anche stilare differenze e punti in comune col precedente “Mothra”, del 2010?
Non ho sentito “Mothra”, ma penso che per far capire ai nostri lettori le vostre coordinate musicali, direi che vi muovete sui binari dei Cure di “Pornography” a cui aggiungete un suono più secco e scheletrico, a tratti, come nell’incipit di “Even Blood”, che poi “esplode” in un climax di forte emozionalità o “aereosità” (la rarefatta “Tokkotai”). Un altro aspetto interessante è quello dato dai synth, che spesso creano un effetto alienante. Ci sono citazioni anche prese da “Disintegration” (penso a “I Don’t Exist”), ma tutto suona molto più “pesante” piuttosto che rilassato. Per quanto riguarda l’artwork invece?
Rispetto a Mothra, We die in such a place ha una maggiore coerenza stilistica e qualità musicale. Forse in meno ha quella “leggerezza” che invece ha Mothra. We die in such a place è una sorta di punto di arrivo, sia sul piano musicale che stilistico, anche per questo può suonare meno rilassante. Anche dal punto di vista dei testi c’è un’aria negativa ricorrente. Chiaramente speriamo e crediamo che ci sia comunque una piacevolezza nell’ascolto e che i nostri intenti siano ben espressi, avendo cercato di unire le atmosfere cupe che ci piacciono molto con l’aggressività sonora e un andamento ritmico incalzante, nervoso, in modo da ottenere una musica che ricerchi la bellezza, ma che sia anche di impatto. La copertina del nostro disco, fatta da un nostro amico (Luca Paolucci), mostra appunto uno scenario desolato e una bandiera issata, come gesto di approdo e di testimonianza, che è poi il senso del titolo, che è preso da un’opera di Shakespeare (Enrico V), riportato al tempo presente.
Il disco può essere ascoltato in streaming in anteprima su RockOn e acquistato su Marte Shop. Le 500 copie disponibili per il mercato estero sono già tutte esaurite in tre settimane!
4) Leggo che: “We Die in Such a Place” è il tentativo di mettere in musica l’inquietudine, la ricerca privata e personale attraverso piccoli ricordi e momenti di vita, il fascino per le storie altrui, per i conflitti e le sconfitte subite, consapevoli del proprio ruolo insignificante di fronte alla storia, per una idea di musica che voglia colpire al cuore e che sia fonte di riflessioni ulteriori, rifiutando ogni consolazione e ogni inganno, prendendo parte all’infelicità umana con lo spirito della resistenza, della cura.” La trovo una definizione molto calzante al vostro stile musicale, così nebbioso e solcato da nervosità pulsante… Si sentano per esempio track come “Shame” o “Naked Skin”, con quell’intro stridulo e quel mood angosciante.
“Hideous Man” ha un’aura quasi corrosiva…
Un’altra particolarità sono le vocals molto recitate e sofferte (“A Mood Apart”, la già citata “Naked Skin” o “Death” (forse una delle vostre track migliori). Sembra che Stefano Bellerba metta a nudo l’anima… spesso si percepisce proprio una fragilità quasi spettrale, o un sussurro intimista (“Even Blood”).
I testi sono fatti di storie altrui (Even Blood parla di migranti; Tokkotai dei giovani kamikaze, prendendo spunto da un saggio dell’antropologa Emiko Ohnuki-Tierney), storie impersonali (Hideous Man è un racconto sulla violenza sessuale, che riguarda l’uomo e gli uomini, ma più in generale una certa cultura) e racconti privati nei quali effettivamente cerco di arrivare al punto di ciò che mi preme, anche dolorosamente, pur cercando di rimanere in un’ottica di racconto collettivo, proprio come detto nel titolo del disco e considerando che faccio parte di una band. I don’t Exist può essere “letta” in questo senso, come evocazione nostalgica di sé e come manifesto dell’Io che cerca di farsi da parte. Per quanto riguarda il lavoro sulla voce ringrazio Fabio e Giorgio Speranza con i quali abbiamo registrato il disco, che hanno saputo insistere nel tirare fuori il meglio da me, per quanto possibile.
5) Pensate di girare un video anche per “We Die in Such a Place”?
Per il momento uscirà il video di Naked Skin, diretto da Francesco Brunotti. Sarebbe sicuramente bello farne altri.
6) E per quanto riguarda la dimensione live? Avete già in programma qualcosa?
Suoniamo ancora troppo poco in giro. Qualcosa si sta muovendo, incrociando le dita in estate andremo in Germania e speriamo di riuscire a trovare anche altre date all’estero.
7) Concludete a vostro piacimento la nostra intervista!
Ci ha fatto molto piacere questa intervista e l’ascolto che ci avete dedicato. Per chi volesse siamo raggiungibili sui vari social e al nostro indirizzo mail: japansuicide@gmail.com
Mille grazie!