Diamo spazio a un Autore che ha esordito con dei trattati filosofici veramente interessanti.. con spunti di riflessione e di analisi che si discostano finalmente dalle solite analisi “snob” e sterili, caratteristica di tanti altri forum, che contribuiscono a “tenere alla larga” le persone dalla Filosofia, invece di farle avvicinare!
Lunaria : Ciao e benvenuto sulla nostra Community! Presentati ai nostri utenti! So che hai vissuto l’adolescenza negli anni ’80. Vuoi parlarci della scena Dark Wave ottantiana, cosa ascoltavi, com’era l’ambiente e se ci ritrovi in questa meravigliosa musica l’Anima Esistenzialista….in fondo i Cure hanno composto “Killing an Arab” dedicata allo “Straniero” di Camus, e molti altri gruppi condividevano una poetica di Weltschmerz e Incomunicabilità del proprio disagio di fronte alla vita, agli altri, all’Universo….
Come prima cosa vorrei esprimere la mia vicinanza ai contenuti e allo spirito di questo portale, espressamente dedicato alla cultura dark, sia in senso musicale che in senso filosofico. Io stesso, in fase adolescenziale, aderii al movimento dark, che all’epoca (metà degli anni ‘80) iniziava ad avere una certa diffusione. Quello che in quegli anni mi colpଠdello stile dark non era solo l’estetica musicale, assolutamente antitetica rispetto alla disco music, al rock e al progressive (che la facevano un po’ da padroni), ma anche una nuova costellazione di ideali e di valori, che tendevano minare alle fondamenta le false certezze borghesi (sono gli anni degli Yuppies e del rampantismo) ma anche le utopiche illusioni della Beat Generation, dei sessantottini e dei ‘figli dei fiori’. La speranza di una società diversa (pi๠equa, fraterna, creativa, in armonia con la natura, rispettosa delle diversità …) era tramontata miseramente; la ‘fantasia al potere’, la democrazia partecipata, la collettivizzazione… tragicamente disattese. L’establishment aveva infatti risposto con lo stragismo di stato, la strategia della tensione, l’introduzione su larga scala dell’eroina (col proposito segreto di sedare e rendere inoffensivi i giovani), insomma tutti dispositivi ad hoc per delegittimare il movimento di protesta e la contestazione dello status quo. L’attivismo sociale e politico dei giovani non aveva portato a nulla. I giovani degli anni ’80 prendono coscienza della loro impotenza: nonostante il 68 e le rivolte marxiste-leniniste, la società continuava ad essere governata dalla solita casta gerontocratica e plutocratica, il mondo dell’economia e della finanza continuavano a tenere le redini della politica, pi๠nessuno slancio ideale, umanitario, pervadeva l’agire politico. E allora, quando il mondo diventa un luogo inospitale, spersonalizzante ed alienante, popolato da numeri, ruoli intercambiabili come ingranaggi di un meccanismo, dove gli individui sono mera ‘forza lavoro’ da vendere sul mercato del lavoro, ‘risorse umane’ sfruttabili per il profitto del grande capitale, dove anche la famiglia è, in questa logica perversa, un puro generatore di futuri consumatori, produttori e di ‘carne da macello’ destinata al fronte… (quelli della mia generazione ricorderanno le parole provocatorie del brano di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP: “produci, consuma, crepa!â€) si fa innanzi l’estraneazione, ci si sottrae deliberatamente a questa realtà , non pi๠a misura d’uomo, ci si ritrae nel ripiegamento introspettivo, alla ricerca di una dimensione interiore, inaccessibile al controllo del potere politico, allo sfruttamento del lavoro, al condizionamento dei media e della imperante cultura del successo, del profitto, del falso ottimismo, funzionale all’ottundimento delle coscienze. L’ideologia dark, pur avendo profonde consonanze con la furia iconoclasta del punk, trascende l’etica punk, un’etica nichilistica in senso azionistico (destroy, il motto dei Sex Pistols), e la trascende a favore di un nichilismo intimista, realizzando cioè l’annullamento della forma mentis borghese non pi๠attraverso atti di provocazione e distruzione materiale, ma sopprimendo in sà©, nella propria coscienza, le inclinazioni fondamentali della borghesia perbenista, scegliendo la strada della non-collaborazione, della non-adesione al modello di vita borghese: nessun vero dark degli anni anni ’80 riconosceva valore alla famiglia e al successo professione come fonte di realizzazione personale; c’era anzi la tendenza a boicottare queste tradizionali istituzioni; la realizzazione personale non poteva passare attraverso questi elementi (sempre Giovanni Lindo Ferretti: “non studio, non lavoro, non guardo la TV, non vado al cinemaâ€). La nostra ricerca andava o in direzione centrifuga, oltre la società , verso modalità primordiali di vita (Virgin Prunes, Cult…), oppure in direzione centripeta, verso l’interiorità del soggetto, verso i paesaggi oscuri della sua anima, verso l’inesplorato e l’insondato del suo subconscio, verso l’onirico e il trascendente (Cure, Siouxsie…). In ogni caso si sostanziava in una abreazione del disagio esistenziale, e, nella misura in cui questa catarsi portava ad una trasfigurazione del vissuto esistenziale, questo rendeva il prodotto di per sà© una forma d’arte. Armonie musicali deliberatamente dissonanti, tonalità cupe, suoni claustrofobici e al tempo stesso taglienti, lo stesso look e il trucco dark denunciavano molto chiaramente la vertigine provocata da questa ascesa e/o discesa, lo spaesamento e l’incomunicabilità che ne conseguivano; la stessa tonalità nera con cui si adornano i dark ne è sintomo (il nero è per antonomasia il colore dell’incomunicabilità ). E’ un po’ questo, io credo, il contesto nel quale prende vita il movimento dark, o meglio, il modo in cui io un timido e introverso adolescente di 15 anni l’ha percepito e vissuto… sempre che non lo si voglia reputare l’ennesimo fenomeno di mercato! Oggi non saprei dire cosa sia il movimento dark, credo che una metamorfosi ci sia stata, ma sono convinto (o mi piace crederlo) che, al di là dell’aspetto esteriore, l’essenza originaria sia sopravvissuta. Comunque il movimento dark mi ha iniziato alla riflessione, all’introspezione, e da qui è nata la mia propensione per la filosofia, che poi è divenuta la mia professione attuale: ho infatti insegnato Filosofia e Storia nei Licei per 7 anni, ed ora insegno Sociologia e Psicologia da 5.
Lunaria : Hai già scritto dei trattati su Cioran e Berkeley… perchè hai scelto proprio questi due pensatori? Vuoi tracciare la genesi delle tue opere, il tuo modo di scrivere, e non solo, anche di riflettere e meditare?
Nei confronti di Emil Cioran ho un debito intellettuale e umano: mi è stato maestro, mentore, guru e terapeuta; cosଠil modo pi๠coerente per esprimere la mia riconoscenza e sdebitarmi è stato quello di scrivere un saggio critico sul suo pensiero (critico nel senso di analitico). Scoprii la virt๠taumaturgica delle opere di Cioran nel periodo universitario e da allora elessi il suo pensiero a medicina animae. Ma mi accorsi subito di come il lascito del suo pensiero fosse un coacervo disordinato e ridondante di aforismi, saggi brevi, impressioni, intuizioni (nello stile di Nietzsche per intendersi); cosଠdecisi di ‘sistematizzare’, di dare ordine alle invarianti del suo pensiero, alle idee fondamentali della sua filosofia, in maniera organica, in modo che il lettore potesse avere un quadro completo ed esaustivo della sua Weltanschauung. Ma non volevo rinunciare a dare testimonianza della sua cifra stilistica, cosଠmi sono prefisso, in ogni pagina del mio saggio, di dare lustro alla sua scrittura, che trovo sublime e sontuosa, impegnandomi ad ‘infarcire’ ogni mia affermazione con il maggior numero di citazioni. Ad essere sincero scrissi quest’opera per me stesso, per chiarire a me stesso il pensiero di questo grande filosofo, anche se, a torto, non viene riconosciuto come tale dalla maggior parte degli storici della filosofia. Ma, vi assicuro, Cioran non è secondo a nessuno! Un uomo che ha voluto fare del disinganno una sorta di uscita esistenziale (ex-stasi): una lunga e articolata disillusione dalla quale osservare l’esistenza umana, con l’obiettività staccata e cinica che si riserva agli oggetti o che è in sorte ai cadaveri sul tavolo autoptico. Con Cioran la tradizione filosofica occidentale è costretta a misurarsi con l’inaudito di una metafisica del tutto altra, per un verso prossima a certo Buddhismo e a certo Induismo, ma al contempo innervata delle pi๠radicali suggestioni scettiche, ciniche e, arrivando alla nostra epoca, nichilistiche. Da qui alla fondazione di una ‘religione atea’ il passo è veramente breve: sotto i fendenti scetticheggianti del bisturi di Cioran la fede, eviscerata dal mito e dalla divinità , si allarga all’infinito e all’indeterminato del Nulla, unico fondamento incontrovertibile, inesplicabile, inesauribile. Anni dopo realizzai come il Pessimismo, nel quale sicuramente Cioran rientra, sia, per usare una metafora, il ‘Blues della filosofia’ o, per rimanere in tema del vostro sito, il ‘Dark della filosofia’: il Blues (o il Dark) sta alla musica come il Pessimismo sta alla filosofia. Cosଠcome il Blues (o il Dark) dà forma al dolore, che esibisce con crudezza accusatoria e fatalità ineluttabile, allo stesso modo il Pessimismo teorizza il disinganno, depura il pensiero dalle scorie mefitiche dell’ottimismo, dell’utopia, dell’escatologia: l’esistenza umana è segnata nella sua stessa essenza dal dolore e dal male, una dolore e un male che, schopenhauerianamente, non hanno soluzione perchà© ineriscono alla natura stessa dell’esistere. Da qui la consustanzialità di esistenza e male: il male è la sostanza stessa dell’esistere, laddove il bene, il piacere, non è altro che una ‘piega’ del male, un ‘effetto di superficie’, dovuto al momentaneo ripiegarsi del male, un fenomeno transitorio, sporadico, una temporanea assenza del male, una ‘ferita’ del male, una soluzione di continuo (come si dice in medicina) destinata in breve tempo a rimarginarsi. Aprirsi a questa verità significa presupporre il male e il dolore in ogni esperienza, in ogni azione, in ogni giornata, in ogni incontro… significa altresଠdisporsi all’accettazione del male e del dolore come inevitabili, ineludibili, ‘necessari’… e, per altro verso, il bene come imprevisto, inaspettato, impermanente, estemporaneo, fuggevole. Non è questo il luogo dove dimostrare la tesi dell’identità metafisica di esistenza e male (se a qualcuno interessa se ne puಠriparlare), comunque nello scontro tra Pessimismo ed Ottimismo, l’Ottimismo esce perdente: mentre l’Ottimismo teme la smentita della realtà , perchà© un’eventuale smentita si traduce in una perdita, nella delusione, il Pessimismo non teme mai la smentita della realtà perchà© quest’ultima si traduce comunque in un guadagno. Se io affermo che la vita debba essere gioia e piacere (Ottimismo), allora quando un evento sfavorevole funesta la mia esistenza, la mia Weltanschauung viene contraddetta dagli eventi, e con essa il tono del mio umore si deprime; se, al contrario, io affermo che la vita sia inevitabilmente dolore e male (Pessimismo), allora quando un evento sfavorevole funesta la mia esistenza la mia Weltanschauung viene confermata dagli eventi (è come se la vita desse ragione al mio modo di pensare) e questo è un guadagno; se invece gli eventi della vita contraddicono la mia Weltanschauung, ad es. se incontro l’amore o il successo, allora questa stessa disconferma non si traduce in una perdita, ma di nuovo in un guadagno, perchà© mi è accaduto un evento favorevole. Insomma aderendo al Pessimismo è quasi impossibile venir delusi; mentre l’adesione all’Ottimismo, proprio perchà© l’Ottimismo pone in essere l’illusione, porta facilmente alla delusione. Questo ci fa comprendere come la partecipazione ad una certa ideologia filosofica possa avere una ricaduta importante sul nostro stato emozionale e sulle condizioni del nostro umore. Paradossalmente il Pessimismo è il modo di pensare che fa soffrire di meno! Ecco perchà© la filosofia di Cioran è cosଠ‘liberatoria’ ed ha un fortissimo impatto psicoterapeutico: è meglio di qualsiasi analgesico, è pi๠efficace di qualsiasi ansiolitico ed antidepressivo.
Il saggio su Berkeley nasce invece da tutt’altre esigenze, da esigenze meramente ‘scolastiche’: è rivolto agli studenti liceali ed è scritto con l’intento di spiegare in modo molto didattico l’importanza della filosofia berkeleiana, una filosofia che nei programmi scolastici non riceve quasi mai il giusto riconoscimento. Eppure tanto l’Idealismo, quanto l’Attualismo e la Fenomenologia sono oltremodo debitrici al principio berkeleiana dell’esse est percipi.
Lunaria : La Filosofia è da sempre una strada ardua da percorrere, ma che puಠportare (o condannare, dipende dai punti di vista) a una vera e propria rivelazione, una gnosi che “spalanca gli occhi” in modo spesso brutale; penso ad autori come de Sade, Cioran, Kierkegaard, Sartre, Heidegger, Schopenhauer, Stirner….autori “scomodi”, “censurati” tutt’ora.
Pensi che la vita vada affrontata “aprendo gli occhi” sul Nulla, la Morte, l’Angoscia, (e se sà¬, qual’è il prezzo da pagare? Atarassia, Catarsi, “Senso di Vuoto”…) oppure ci si deve dedicare a cose “pi๠allegre”? In fondo avvicinarsi a quegli Autori, è come “guardare dentro l’Abisso”…. Si diventa pi๠forti, o al contrario “pi๠tristi” ? Io penso che frequentare il Nulla, abbia una funzione catartica, “che non lo si paventi pi๔ come direbbe Cioran…
Dopo aver frequentato per anni i colossi della filosofia (ovviamente in ispirito, attraverso le opere che ci hanno lasciato) mi sono convinto del valore essenzialmente apotropaico della filosofia. Il valore di una filosofia non si misura dal suo grado di avvicinamento alla verità , non si valuta in base al livello di adeguamento al vero, che tra l’altro è uno dei tanti pregiudizi della metafisica occidentale. Il criterio tomistico della verità come corrispondenza di pensiero e realtà , ‘adeguamento dell’intelletto alla cosa’ (adaequatio rei et intellectus) è essenzialmente un mito, una credenza, una fides priva di fondamento razionale. E’ molto semplice svelare la fallacia di tale equivalenza: se si afferma che il pensiero veritiero è quello che si conforma alla realtà , che riflette l’oggetto, che lo riproduce, che lo imita (mimesis), allora si presuppone già di conoscere con certezza quella stessa realtà che il pensiero veritiero cerca di riprodurre, riflettere, imitare, perchà© altrimenti non si potrebbe esprimere una valutazione circa la veridicità o meno di quel pensiero. Mi spiego con un esempio: se voglio giudicare se il mio ritratto pittorico rassomiglia alla modella rappresentata nel quadro, devo poter vedere direttamente la modella, per poi procedere ad un raffronto. Ma questa eventualità , che esiste per il caso esemplificato, non si dà mai per quel che concerne il rapporto pensiero – realtà . In quest’ultimo caso io dispongo di un solo accesso alla realtà , un accesso non immediato, fedele rispecchiamento dell’oggetto, ma ahimè mediato, distorto, influenzato e condizionato dalle mie stesse facoltà di comprensione. E’ come se potessi guardare solo il quadro e giammai la modella! Se confrontiamo un ritratto di Caravaggio, un disegno di un bambino tra i 2 e 4 anni (quegli omini con braccia e gambe direttamente congiunti alla testa , senza busto, i cosiddetti ‘omini testone’), i disegni degli schizofrenici, o le raffigurazioni deformate degli intossicati di LSD, psilocibina, mescalina (mani pi๠grandi della testa et similia), quale dei ritratti umani è pi๠‘vero’? Sono tutti veri allo stesso modo, nessuno è meno vero degli altri, perchà© tutti rappresentano ciಠche sentono. Oppure, sono pi๠‘reali’ le descrizioni veriste del Verga o quelle dell’Ulisse di Joyce? Idem. Sono tutte diverse, diversissime, ma chi puಠdire quale sia pi๠‘reale’, dal momento nessuno ha la possibilità di confrontarle con la ‘realtà in sà©â€™, la realtà cosଠcom’è al di fuori di come ognuno di noi soggettivamente la percepisce? Lo stesso problema lo sollevಠI.Kant nella sua Critica della Ragion Pura, nella quale afferma che la nostra mente percepisce il mondo attraverso delle ‘lenti deformanti’, le due categorie innate dello spazio e del tempo; queste due categorie ci inducono a percepire la realtà esterna come ‘spazializzata’ (dispiegata nelle tre dimensioni) e come ‘temporalizzata’ (come una successione di eventi), ma questo non ci autorizza a dire che spazio e tempo esistono realmente, questo non ci autorizza a dire che spazio e tempo esistono nella realtà , a dire che spazio e tempo sono entità reali: sono solo due modi di funzionare della nostra mente! Quindi, ritornando all’affermazione di partenza, il valore di una filosofia non si puಠmisurare dal suo grado di verità , perchà© ogni filosofia non è che una elaborazione, una interpretazione della realtà , una prospettiva soggettiva sul mondo, ciascuna delle quali non è nà© pi๠vera nà© pi๠falsa delle altre; il filosofo si comporta esattamente come l’artista come il bambino che disegna l’omino testone e come il tossicomane che disegna la mano pi๠grande della testa, cioè rappresenta ciಠche sente non ciಠche è reale. La categoria del ‘reale’ (la realtà cosଠcom’è al di fuori di come ognuno di noi soggettivamente la percepisce) è quindi un mito, un pregiudizio, infondato e indimostrabile, di cui dobbiamo sbarazzarci. Ma se non è il grado di verità a determinare il valore di una filosofia, cosa ne determinata il valore? Risposta: la ricaduta sul nostro stato emozionale. Come ho dimostrato nella precedente risposta esistono filosofie che riducono l’ansia, l’angoscia, che agiscono come sedativi, tranquillanti, antidepressivi, che rasserenano, anche se apparentemente sembrano ‘filosofie maledette’, anche se celebrano il Nulla, l’Angoscia, il Vuoto, la Morte, l’Abisso… (come quelle di Cioran, De Sade, Heidegger, Nietzsche, Stirner, Sartre, Schopenhauer, Kierkegaard…). In questo senso hai perfettamente ragione, Lunaria, la filosofia di Cioran parlando del Nulla finisce per esorcizzarlo, è dunque un dispositivo apotropaico.
Lunaria : A volte, il linguaggio filosofico cosଠcomplesso ed “ermetico” non permette di essere fruito liberamente da tutti: penso a correnti come la Fenomenologia o l’Idealismo…. Eppure nel ‘900 molti autori abbandonarono il linguaggio specialistico, i grecismi (e i vecchi concetti) e oggigiorno Filosofi come Pietro Emanuele hanno il dono di spiegare la Filosofia veramente a tutti.
Non sarebbe quindi meglio, per un uso democratico, evitare “parole difficili” per poter esprimere in modo pi๠agevole e immediato gli splendidi concetti filosofici? Oppure ti “auguri un ritorno alla difficoltà ermetica” dei primordi? Che ne pensi?
Sà¬, è vero, uno degli ostacoli maggiori che tiene lontano il grande pubblico dalla filosofia è proprio la forma ostica, criptica, enigmatica, esoterica. I filosofi in genere non sono buoni comunicatori. Prendi G.F.W.Hegel, in assoluto uno dei pi๠grandi filosofi di tutti i tempi, ancora oggi insuperato, ma un pessimo scrittore, come la maggior parte dei tedeschi. Sicuramente, come ebbe a scrivere G.Gentile, ‘forma e contenuto si coappartengono’: non è possibile esprimere certi contenuti se non attraverso una adeguata forma, cosଠcome l’uso di una certa forma condiziona inevitabilmente il contenuto espresso. Ma, in linea di principio, io sarei per una maggiore ‘democratizzazione’ della filosofia, per una fruizione democratica della filosofia, e dunque per un ripensamento stilistico della filosofia. Gentile avrebbe replicato a questa mia affermazione ricordandomi che ‘per il volgo c’è la religione’, ma il Gentile, si sa, aveva una concezione elitaria del sapere e classista della scuola. Altri tempi. Credo quindi si possano esprimere concetti complessi rendendoli accessibili a tutti, o quasi. La lingua italiana è talmente ricca e feconda che un’operazione di questo genere è sicuramente possibile.
Lunaria : Elencaci a tuo parere, i “terremoti filosofici” che hanno scosso le fondamenta stessa della Filosofia..! Insomma, quali sono stati gli Autori della svolta, che hanno demolito eo ricostruito i concetti filosofici? E quali concetti filosofici prediligi, e come li interpreti dal tuo punti di vista?
Francamente nutro una certa avversione per le separazioni disciplinari: credo sia fuorviante pensare agli ambiti disciplinari come realtà distinte e autonome (Filosofia – Scienza – Religione – Arte – Economia, etc.). L’epistemologia contemporanea ha infatti dimostrato tra discipline apparentemente indipendenti un groviglio sotterraneo di rapporti di reciproca influenza e condizionamento: concetti nati in particolari regioni del sapere vengono poi esportati in altri ambiti dove risultano avere un elevato potenziale euristico. Ora, per rispondere alla tua domanda, in epoca contemporanea uno dei concetti sicuramente sottovalutato e misconosciuto dalla critica filosofica, ma dotato di una immensa forza tellurica (attenendomi alla tua bella metafora del ‘terremoto filosofico’) è il concetto di suggestion formulato da Hippolyte Bernheim, che, come ben sapete filosofo non era, ma di tutt’altro di occupava (medicina, neurologia). Questo concetto, a mio avviso (ma a quanto pare sono l’unico a sostenerlo nel mondo della filosofia!), scardina 2500 anni di metafisica occidentale, fa saltare per aria 25 secoli di Razionalismo nelle sue diverse versioni e riviviscenze. Ai tempi di Bernheim (fine ‘800) si tendeva a circoscrivere il fenomeno della suggestione al solo ambito clinico, in quanto, come Charcot aveva sostenuto, solo le isteriche vanno soggette alla suggestione. Il merito di Bernheim è stato quello di estenderlo anche al di fuori dei casi clinici di isteria, considerandolo un meccanismo ‘normale’ (e non pi๠patologico) di funzionamento della psiche umana, che coinvolge tutti indistintamente, dal frenastenico al normodotato. Tutti sono passibili di essere suggestionati, in quanto la suggestione altro non è che l’accettazione acritica di una idea trasmessa. Ora, io mi spingo oltre lo stesso Bernheim affermando che grazie al concetto di suggestione è possibile risolvere il celebre dualismo tra fides e ratio, tra fede e ragione. Ok, procediamo con ordine, perchà© la questione è delicata. Suggestione è l’accettazione acritica di una idea trasmessa, cioè l’assunzione di una idea che ci è stata comunicata senza una preventiva verifica della sua veridicità o fondatezza, insomma per fede, sulla base della fiducia nella persona che ce l’ha comunicata. Come potete intuire questo è il modus operandi del nostro conoscere: quando lo studente di medicina, di fisica, di chimica… preparano i loro esami universitari non accettano forse sulla base della sola fiducia i concetti astrusi che trovano nei loro compendi (particelle subatomiche, forze elettromagnetiche, quanti, etc.)? Hanno mai sentito l’esigenza di verificare questi concetti in prima persona? No, accettano questi concetti scientifici, ‘razionali’, sulla base della ‘fede’, della fiducia: confidano nelle precedenti generazioni di scienziati, hanno fiducia nei ricercatori universitari che tengono loro lezioni, supponendo che non raccontino loro fandonie, che sia tutto vero quello che esce dalle loro bocche, rassicurati forse dalla fama, dall’autorità , dal prestigio che la comunità scientifica ha loro accordato. Bene, funzione allo stesso modo in ogni campo del sapere: alla base di ogni convincimento, teoria, ideologia, anche la pi๠‘razionale’, ‘empirica’, ‘scientifica’ vi è sempre una implicita e inespressa ‘fede’, una fiducia primaria nella attendibilità e credibilità della persona che ce l’ha insegnata, o nella autorevolezza di cui questa persona ha goduto in società . Si potrebbe affermare che nel fondo di ogni conoscenza, di ogni sapere e convincimento si nasconde sempre un transfert, l’insieme di sentimenti positivi (fiducia, amore, stima, bisogno di aiuto, di sicurezza…) che intercorrono tra noi e coloro ai quali ci rivolgiamo per apprendere. Pertanto la conoscenza e il sapere hanno sempre un’origine sociale. La ‘verità ’, come già ho dimostrato, non è il risultato di un adaequatio rei et intellectus (corrispondenza pensiero – realtà oggettiva), ma il frutto di un accordo intersoggettivo (conformità interpersonale). Questa mia tesi trova conferma nelle interessantissime ricerche etnografiche di Ernesto De Martino, sottostimato antropologo napoletano degli anni ’50. Un testo che andrebbe sicuramente riscoperto è La fine del mondo, contributo all’analisi delle apocalissi culturali (recentemente ristampato dalla Einaudi), in assoluto un capolavoro! In questo testo De Martino dimostra come un pensiero che si sottrae alla condivisione intersoggettiva, che si estranea dal logos (che in senso etimologico è sia ‘pensiero’ che ‘parola’) della propria comunità , che si scinde dalle fondamentali esigenze di comunicazione, si inoltra nello sfondamento psicopatologico, declina verso il delirio. Le radici di questa filosofia si possono rintracciare già nella dialettica socratica, per la quale il ‘vero’ non è mai un qualcosa di predeterminato e precostituito, ma è sempre qualcosa di ‘costruito’, umanamente costruito, è sempre il risultato di un accordo intersoggettivo, raggiunto attraverso il dialogo, la comunicazione, il confronto, il rapporto interumano, il convergere di passioni, emozioni, amore, attrazione… transfert e suggestione. Ecco perchà© Socrate non scrisse mai nulla (abbiamo una testimonianza del suo pensiero grazie alle opere di Platone).
Lunaria : E veniamo all’Esistenzialismo! Sono sicura che moltissimi dei nostri utenti si sentono affini con questa meravigliosa presa di coscienza che ha portato alla ribalta i concetti di singolarità , unicità , possibilità , di ego, di progetto, di Angoscia, di Nulla e che nella poetica degli Esistenzialisti cristiani-ebrei-islamici o teologi ha anche mostrato il lato immanente di Dio, in un rapporto Uomo-Dio avulso dalle dottrine clericali “standard”! Cosa pensi di questa corrente (pregi e difetti) e perchè all’epoca, cosଠcome oggi, è stata bistrattata, se non disprezzata? Cos’è che fa tanta paura di questa corrente?
Allora innanzitutto io credo che per comprendere adeguatamente l’Esistenzialismo sia necessario pensarlo come una reazione alle due correnti filosofiche che hanno dominato l’Europa tra ‘800 e ‘900, mi riferisco all Positivismo e all’Idealismo. Il Positivismo aveva come principale obiettivo ‘riassorbire’ le Geisteswissenschaften (scienze umane, ‘scienze dello spirito’ per l’esattezza) nella Naturwissenschaften (scienze della natura), ritenendo che le prime dovessero adottare gli stessi metodi conoscitivi, cioè il metodo delle scienze nomotetiche: partire dall’osservazione empirica per addivenire alla formulazione di leggi universali. L’obiezione degli esistenzialisti è la seguente: le
Geisteswissenschaften, proprio perchà© studiano l’uomo, o meglio, l’uomo in situazione, anzi l’individuo, che è quanto di pi๠particolare, unico e irripetibile, non potranno mai arrivare a formulare leggi universali, nà© applicare leggi universali a casi particolari per poterne comprendere i comportamenti e le scelte di vita. Quindi le Geisteswissenschaften non potranno mai essere scienze nomotetiche, ma dovranno per forza essere saperi idiografici, avendo per oggetto il singolo, l’individuale, il soggettivo, il relativo, il vissuto individuale (Erlebnis). Cosà¬, per comprendere le condotte e le scelte di un individuo non posso servirmi di una legge, come puಠessere una teoria psicologica o sociologica, e in questo senso l’Esistenzialismo è ‘antipsicologistico’ e ‘antisociologistico’, perchà© Sociologia e Psicologia pretendono che tutti ‘funzionino’ secondo le stesse leggi, e questa è una mistificazione della realtà , perchà© ogni individuo è unico e irripetibile, altrimenti non sarebbe un ‘individuo’, un ‘soggetto’, ma un ‘replicante’, un ‘automa’, un ‘prodotto in serie’. Cercare di spiegare un individuo attraverso una legge generale è proprio il modo per non comprenderlo, per allontanarsi dalla ‘sua verità ’, l’unica che veramente conta. Ma se le cose stanno in questi termini si apre il problema della comprensione reciproca, problema sollevato dalla Fenomenologia: J.P.Sartre pone una questione cruciale: tutti usano gli stessi termini (es. amore), ma ognuno di noi vive l’amore soggettivamente, a suo modo, e si finisce, quando si parla di amore, per non capirsi affatto, perchà© ciascuno dà al termine amore il significato corrispondente al suo vissuto: è il tema esistenzialista dell’incomunicabilità . I termini linguistici alludono a significati presunti universali, ma i significati effettivi con i quali intendiamo i termini sono soggettivi, rispecchiano i nostri personali vissuti. E’ la distinzione tra ‘significato’ e ‘senso’ posta da L.Vygotskij. Come risolvere questo problema? Occorre, afferma W.Dilthey, cambiare metodo, passare dalla ‘spiegazione’ (Erklarung), cioè il metodo delle scienze nomotetiche, che consiste nell’applicare una legge universale ad un caso particolare, alla ‘comprensione’ (Verstehen), che implica l’atto di rivivere la stessa esperienza dell’altro, in modo da realizzare un processo di ‘immedesimazione’ (Einfuhlung) o ‘empatia’. Tuttavia questo mi costringe a vivere un’esperienza nuova, che è la mia esperienza, forse simile a quella dell’altro, ma pur sempre la mia, non la sua! Dunque, per comprendere il vissuto dell’altro, sarಠcostretto a porre in essere una nuova esperienza, la mia esperienza, di nuovo individuale e soggettiva: quindi dovrಠ‘ricreare’ l’esperienza che voglio comprendere. Questo è una parte importante perchà© con l’Esistenzialismo nasce un nuovo concetto di verità : verum ipsum factum (G.B.Vico). Il vero, la verità , da un lato coincide con l’accaduto (‘fatto’ nel senso di accaduto), dall’altro coincide con ciಠche viene ‘creato’ (‘fatto’ nel senso di creato, costruito). Che nuovamente smentisce il criterio della veritas come adaequatio rei et intellectus della vecchia metafisica tomistica di cui si parlava prima. Quindi con l’Esistenzialismo l’uomo, o meglio il singolo, si fa ‘protagonista’ della verità , si fa ‘autore’ della verità : la verità non è pi๠qualcosa di precostituito che l’uomo non deve far altro che cogliere, riconoscere, rispecchiare, ma è qualcosa che l’individuo contribuisce a porre in essere, è qualcosa che l’uomo crea attivamente. E questo lo si trova chiaramente ed esplicitamente in Sartre (L’esistenzialismo è un umanesimo). L’altro aspetto dell’Esistenzialismo è il suo essere reazione all’Idealismo. Qual è il problema dell’Idealismo? Il problema maggiore è la sua incapacità di riconoscere autonomia e dignità ontologica [ontologia = ramo della filosofia che indaga l’essere] al singolo e all’individuale. L’Idealismo puಠessere visto come una derivazione del Razionalismo spinoziano. Ora in B.Spinoza troviamo il nucleo pulsante del Razionalismo che puಠessere compendiato nella indistinzione di ‘essenza’ ed ‘esistenza’, di ‘concetto’ e ‘realtà ’. Se un’idea è vera nella mente allora deve esistere anche nella realtà ; ora non tutte le idee sono vere allo stesso modo, quindi non tutte le idee hanno lo stesso grado di esistenza. Un’idea è tanto pi๠vera (nella mente) quanto pi๠è un concetto, cioè quanto pi๠il suo contenuto è universale (perchà© un’idea universale possiede un’estensione semantica maggiore di un’idea particolare: mentre un’idea universale vale per tutti i casi possibili, un’idea particolare vale solo per alcuni casi). Quindi idee a contenuto particolare e individuale sono meno vere delle idee a contenuto universale. Idee a contenuto particolare e individuale hanno un grado di esistenza inferiore alle idee a contenuto universale. L’indistinzione di ‘essenza’ ed ‘esistenza’, ‘concetto’ e ‘realtà ’, ritorna prepotentemente anche nell’Idealismo di G.W.F.Hegel. Nella filosofia di Hegel si vede molto chiaramente come la realtà storica sia essenzialmente la manifestazione dell’idea logica, del concetto universale: la realtà altro non è che l’alienazione dell’idea, del concetto universale. Le idee universali hanno per Hegel una tale forza intrinseca (che gli deriva dalla loro stessa razionalità ) che sono destinate necessariamente a realizzarsi. Scrive Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto (1821): “ciಠche è reale è razionale, e ciಠche è razionale è realeâ€: ciಠche è reale lo è perchà© ha una sua razionalità ; e ciಠche è razionale, proprio perchà© razionale, finisce necessariamente per realizzarsi. Ora torniamo alla critica degli esistenzialisti all’Idealismo: gli esistenzialisti si scagliano contro il presupposto che tutto ciಠche esiste sia anche necessariamente razionale e che le ‘idee’, i concetti universali, abbiano una tale incidenza ontologica da guidare (condizionare) lo svolgersi degli eventi e lo sviluppo della storia. Ad es. perchà© si è realizzata la Rivoluzione francese? Perchà© le idee di libertà , uguaglianza e fratellanza erano talmente razionali che non potevano non imporsi nella storia dell’uomo, non potevano non realizzarsi storicamente. Dov’è dunque il problema? Il problema nasce nel momento in cui gli esistenzialisti si accorgono che, di fatto, l’idea universale finisce per eliminare l’individuale: all’ideale astratto si finisce per sacrificare l’individuo in carne ed ossa, vivo, reale. Cosà¬, come è accaduto nel corso della Guerra Fredda (scontro ideologico-sociale-bellico tra Comunismo e Democrazie liberali) ma anche durante il terrorismo degli anni ’70 in Italia, diventa facile uccidere una persona se quella persona non è pi๠vista come un individuo, ma come un’idea, un simbolo di potere, l’emblema del male, perchà© in questo modo ci si convince di aver ucciso non un uomo ma una idea. Insomma se le idee diventano pi๠importanti delle persone in carne ed ossa, allora è facile giustificare la guerra, le bombe, l’omicidio, la tortura. Se invece si considerano pi๠importanti gli individui, le persone in carne ed ossa, allora tutta questa crudeltà , tutta questa violenza, tutto questo disprezzo, difficilmente potrà esistere. Quindi gli Esistenzialisti, di fronte alla delirante convinzione della superiorità ontologica dell’idea razionale, riconoscono maggiore dignità ontologica al singolo e all’individuale. Ecco questo salverei dell’Esistenzialismo, la loro fondamentale ‘umanità ’, schierandosi dalla parte del singolo uomo e non delle ideologie razionali o pseudo razionali. In questo preciso senso anch’io mi dichiaro esistenzialista, esistenzialista nel senso di umanista, nel senso che prima dell’ideologia deve venire l’uomo, con i suoi bisogni e la sua sofferenza. Quindi quello che dell’Esistenzialismo salverei è la rivalutazione dell’individuale contro la tendenza idealista a ridurre la ricchezza e diversità delle individualità in categorie universali. Questo è il suo merito maggiore. Voglio fare un altro esempio, prendendo spunto dal pensiero di K.Jaspers che pi๠che un grande filosofo fu un rivoluzionario psichiatra. Si pensi dunque al lavoro di uno psichiatra: lo psichiatra, quando deve cercare di capire un caso clinico, applica alla vita del paziente una o pi๠categorie nosografiche (nevrosi, psicosi, fobia, ossessività , etc.), ma in questo modo inevitabilmente riduce l’intera ricchezza esperienziale di quella persona al solo dato clinico, i sintomi della sua malattia: di tutto ciಠche quella persona gli puಠoffrire, in termini di vissuti, sentimenti, emozioni, intuizioni, lo psichiatra comprende solo quelle condotte che rientrano nel quadro del suo disturbo: la persona nella sua interezza, completezza, umanità , scompare e al suo posto si fa innanzi un ‘caso clinico’ (il ‘nevrotico’, lo ‘psicotico’). Qual è la conseguenza di questo atteggiamento che ‘legge’ la realtà per il tramite di categorie universali? La conseguenza pi๠grave è che lo psichiatra finisce per precludersi tutta una serie di possibilità relazionali che, se non avesse proceduto in quel modo, sarebbero state possibili: es. un rapporto di amicizia e finanche di amore. Quando infatti una persona viene etichettata e stigmatizzata come ‘nevrotica’, ‘psicotica’ o altro, la gente si tiene alla larga, lo evita, lo esclude, lo marginalizza… per lei diventerà impossibile avere una vita normale, trovare delle amicizie, un compagno/a, costruirsi una vita affettiva. Come si puಠcomprendere l’adozione di una certa ideologia filosofica ha sempre delle conseguenze sul piano esistenziale, psicologico, sociale, giuridico (diritti negati). Bisognerebbe sempre chiedersi: cosa comporta adottare questa filosofia? Le ideologie non andrebbero mai sottovalutate, anche se le loro conseguenze non sono mai cosଠmanifeste e coglierne i nessi con la vita non è mai di immediata comprensione.
Lunaria : Concludi l’intervista come vuoi! 😉
Quello che ho cercato di fare in questa lunga intervista è stato di proporre agli amici della Community una versione non convenzionale della filosofia e della pratica filosofica: come utilizzare gli strumenti della filosofia per comprendere meglio il nostro presente. Ma questo mi ha necessariamente spinto a presentare le mie personali tesi filosofiche. Spero di non avervi annoiato, come spesso la filosofia è solita fare. Grazie per la cortese ospitalità .