20 – 10 – 2009 Hiroshima – Torino
Il collettivo Sophia, capitanato da Robin Proper Sheppard, ex God Machine, è ritornato in Italia per presentare il nuovo album “There Are No Goodbyes”. Dopo Roma e Milano, la band si ripresenta dopo un paio d’anni a Torino, nuovamente nei locali dell’Hiroshima Mon Amour. Assieme a Black Ossian, con l’immancabile canon al seguito, la schizzata Vicky Black, e dopo una serie di semafori rossi e precedenze negate per far presto, paghiamo 12 euro ed entriamo.
La band è già sul palco che accorda gli strumenti; il locale non è proprio pieno in realtà , ci saranno circa 150-180 persone al massimo, ma il grande palco con al centro Proper Sheppard e chitarra classica in mano, un bassista, un chitarrista, un batterista, un tastierista ed un quartetto d’archi seduto in alto sulla destra, cattura subito la mia attenzione; nove elementi, non male, e tutto ciò mi fa pensare che finalmente vedrò un bel concerto. Terminata l’accordatura degli strumenti, Robin saluta e ringrazia il pubblico per essere intervenuto alla serata e parte l’esibizione.
Il concerto parte con “The Sea”, brano dall’album “De Nachten”, lavoro datato 2001; la canzone è lenta e malinconica ed il cantato quasi struggente, ma l’impatto mi appare un pò sotto tono. Dopo la richiesta del leader del gruppo di abbassare ulteriormente le luci per creare atmosfera, parte “Swept Back”, brano da “People Are Like Season”, del 2004, uno dei più bei album della band, ma la sensazione è la stessa. Subito dopo “Signs” dall’ultimo “There Are No Goodbyes”, ma la situazione non cambia, la malinconia generale dei brani è sin troppo melensa per i miei gusti ed il suono è mono-tono, il gruppo è numeroso ma c’è poca armonia tra gli strumenti; a questo punto inizio a girare per il locale cercando di carpire dai volti e dagli atteggiamenti del pubblico se l’impressione è solo mia oppure condivisa e non vedo espressioni d’esaltazione.
Parte il quarto brano, che non ricordo proprio più quale fosse, ed inizio ad essere insofferente; stanco di guardarmi attorno mi avvio verso il bar nella speranza che una birra possa svegliarmi dal torpore ed intravedo Vicky, seduta su di un divanetto, che era lì quasi a schiacciare un pisolino. Mi siedo a farle compagnia e mi fa notare come la canzone suonata in quel momento fosse il rifacimento perfetto di “Knockin’ On Heaven’s Door” di Bob Dylan, al punto che ci siamo messi entrambi a cantarla. Ci dirigiamo verso il bar ed incontriamo Black che, dopo aver scattato le foto, per combattere la noia aveva fatto ricorso al fido Long Island. A quel punto urge una sigaretta; all’aria aperta mi ritorna in mente una definizione di un mio collega recensore di “darkitalia.it”, che al tempo mi aveva colpito per l’originalità : – gruppo di “glucosio musicale”- a cui ci aggiungerei al “cloroformio”.
Ad un certo punto odo una drum machine, è l’introduzione di “Oh, My Love”, un classico della band, anch’esso da “People Are Like Season”. Qui il concerto pare, dico pare, prendere un’altra piega. Arrivano “Storm Clouds” ed “Obvious”, brani dell’ultimo album; il ritmo a questo punto è un po’ più alto e diventa forse più intenso con “Desert Song No. 2″, altro ritorno al passato. Dopo ascoltiamo i nuovi “Dreaming” ed “I Left you”, dai toni post-rock tra feedback e violini. Nel primo bis della serata Robin Proper Sheppard è accompagnato solo dal quartetto d’archi, c’è anche il tempo per una richiesta del pubblico, ma a questo punto penso che comunque possa bastare.
Il concerto finisce e ripensando che le 12 euro spese sono state sin troppe ritorniamo a casa, dove sulla via del ritorno c’è in prima visione un incidente allucinante tra una macchina di grossa cilindrata che a folle velocità , ed inseguita dai carabinieri, prende prima in pieno un’altra auto che passava da lì per caso e poi va a sfondare il portone credo di un magazzino. L’unica vera sensazione “eccitante” della serata.