Costanza è una studentessa e ha problemi con il mondo (famiglia, amici, ragazzo). L’unico che sembra capirla è un professore molto caricaturato. Massimo è un sedicenne imbranato che sfugge all’iperprotezione materna nascondendosi sotto i mobili e spia una vicina con il cannocchiale. Molta ispirazione proviene da Moretti. Vero pregio: una Napoli non stereotipata.
Ricordo di aver visto questo film a Napoli, ai tempi in cui studiavo legge all’università , dopo una noiosa lezione di istituzioni di diritto privato, in un piccola sala alla fine di via Mezzocannone, era la fine del secolo, ero, con angoscia, nel bel mezzo della mia carriera universitaria, non avevo uno straccio di ragazza, i divertimenti non abbondavano ma sempre mollici e scontentanti… nell’aria avvertivo (era ottobre neanche a farlo apposta) come una depressione fatta ossigeno che respiravi e ti assorbiva totalmente, una incredibile stanchezza nel fare cose e viverle, uno scoraggiamento per il comportamento degli altri ma anche per l’apparenza delle cose e dei luoghi: un terribile immobilismo secolare che urtava con il resto del mondo (ricordo ancora le immagini da New York e le preparazioni per il nuovo millennio)…
Comunque vi scrivo questo noiosissimo proemio perchè è questa l’atmosfera che ridà la di Majo nel suo primo bellissimo lungometraggio, una Napoli della media alta borghesia (ma mutatis mutandis quello e direi questo status quo rimane e rivale per tutti i miei concittadini) nevrotica e apparentemente serena nella sua staticità immodificabile, codificata dalla pizza mandolino e Vesuvio, in cui i personaggi vivono le loro storie di ordinaria vacuità , inerzia e inattività ; in opposizione a tali codificazioni pseudo-culturali, son i caratteri degli stessi, ovvero nevrotici, insicuri, laconici e introversi, ma pregevolissimi son anche gli esterni, una Napoli uggiosa, notturna e crepuscolare, riflesso della superficialità scialba e vitrea esistente; già sconfitti a priori sono Matteo (Pietro Alessio di Majo fratello della regista), sedicenne di una magnifica inespressività bulimica e asociale, legato alla madre, unica persona che si occupa di lui, da un legame ombelicale morboso e infantile; Betta (Elisabetta Piccolomini) la zia di Costanza (Nina di Majo, nome quanto
mai allegorico… solo la costanza della forza di volontà e la cultura simboleggiata da Moni Ovadia padre di Costanza-Nina puಠrendere la vita produttiva e viva) in fuga da nuovi amori e nuove esperienze, ed infine Costanza, l’unico personaggio che tenta davvero (anche perchè giusto mezzo di esperienza e volontà ) di mutare vita, di uscire dalla costante passività ed indifferenza del sopravvivere in un ambiente fermo e spento (si veda la scena del dopo cinema delle due coppie in cui Costanza rifiuta la “chiattillità “, ovvero perbenismo borghese idiota, del giudizio del di lui dell’altra coppia su di un film appena visto, fin alla stoccata mirabile del ‘ io odio il gruppo per forza’ e con la risposta del suo ragazzo ‘ma quale gruppo compresa te siam in 4!!!).
La fine dei primi due personaggi è già segnata: Matteo picchia la madre e tenta una fuga puerile, rientrando subito all’ovile; Betta rifiuta un nuovo amore e cerca un ravvicinamento con il marito che continuerà a tradirla (la forza dell’abitudine); mentre l’eterna incerta, travolgente, sussultante, debole, vacillante, precaria e instabile Costanza, vince un premio letterario ma sembra piu infelice e insicura di prima…Il film ovviamente ha dei riferimenti ben precisi come la follia narrante contrapposta alla compostezza delle riprese di Nanni Moretti o le battute ciniche e fulminanti del misantropo Allen.