Siamo tornati a parlare con Luigi Maria mennella, questa volta accompagnato da Nicola, per parlare del nuovissimo concept che si nasconde dietro il nuovo lavoro a nome F.ormal L.ogic D.ecay!
1) Ciao Luigi! è bello risentirti! Presentati pure ai nostri lettori!
(L)> Fa piacere anche a me tornare a parlare con te in concomitanza di un lavoro nuovo e nuovamente diverso dal precedente. Oltretutto questa volta non sono solo a risponderti (Nicola collabora con me dall’anno scorso), quindi – se per te va bene – lascerei da parte le presentazioni (per approfondimenti, rimando come sempre al mio portale www.mennella.info) e spero che le tue domande e le nostre risposte costituiscano il modo migliore per delineare il progetto in questo preciso istante della nostra vita musicale.
2) Avete lavorato a “His Master’s Void”, un lavoro che è “una decostruzione musicale” (“Deconstruction and re-arrangement in a contemporary way of old XX century songs”): a prevalere, una sorta di caleidoscopio musicale, dove alternate frangenti caotici, a sperimentazioni sonore, scorie industriali, manipolazioni noise, voci contraffatte e storpiate, persino coinvolgendo autori come Astor Piazzolla, Fred Buscaglione, Robert Johnson e George Gershwin… Potete parlarcerne voi stessi, dal punto di vista strettamente compositivo e d’ispirazione, del “mood” che si respira nel vostro cd? Avete praticamente reso su modulazioni disturbanti e quasi dissacranti, Tango Argentino, Jazz e Blues, persino Swing…infarcendoli di riferimenti disturbanti e persino oscuri: si sentano “Drunken Hearted Man” e “Guarda che Luna”…
(L)> Esistono canzoni che sembrano destinate ad accompagnarci per una vita, ma una vita è destinata a essere sempre passato. “His Master’s Void” nasce con l’intento di cogliere l’essenza di quelle vecchie canzoni e tradurle attraverso i fonemi del nostro disagio contemporaneo. Il resto, certo, è dettato da gusti personali, da preferenze estetico-formali, da uno stato emozionale del momento, ma l’intento genuino rimane quello.
Personalmente non sono mai stato un amante di un genere o movimento ben specifico, ma piuttosto del potenziale espressivo che sottende a ogni attimo di suono ed è per questo che ha preso forma l’idea di registrare un disco così, fatto di totale mancanza di aspettative stilistiche, preda della più totale e liberatoria anarchia sonica, una sorta di laica transustanziazione di idea e contenuto nel corpo e sangue di un certo tipo di fruitore di musica odierno, distrofizzato e salassato da pattume intellettualoide e artistoide o da un pedante spirito di polemica dettato da frustrazione e scarsa voglia di crescere musicalmente e umanamente.
(N)> Per me è stato il primo lavoro con Luigi come F.ormal L.ogic D.ecay. “His Master’s Void” è iniziato da un pomeriggio di primavera quando mi ha portato nel suo studio e mi ha fatto ascoltare la base di “Alabama song”. Mi ricordava alcune cose di Foetus, quelle più orchestrate e poliziesche. Mi sembrava che fosse una musica che rappresentasse un orgia di colori e sentimenti, di contrasti e di opposti, magicamente uniti da collanti di synth e da sottotessiture ambientali. Quello che descrivi tu nella tua domanda credo che sia perfetto, e se l’effetto è questo allora siamo riusciti nell’intento. I pezzi sono farciti di tanti elementi, anche teatralizzanti. “Guarda che Luna” è tutta giocata sull’incidente (la primissima parte), lui all’ospedale, lui dall’aldilà. Si, è abbastanza disturbante. All’interno di “Drunken Hearted Man” si può ascoltare un rito voodoo con tanto di sgozzamento di pollo. Sono quindi brani da associare anche ad immagini, a storie, oltre che a sensazioni.
3) Se vi definissi “decostruttori”, più che compositori, nel definire l’essenza di “His Master’s Void”, alludendo all’opera che fate, di raccolta e di selezione, e poi di successiva appropriazione e “rivisitazione”? Mi vengono in mente, in un certo senso, alcuni paralleli con gli Dei dell’Induismo: alcuni di essi sono propriamente musicisti, e, danzando, costruiscono, mentre altri, danzando, distruggono… per poi ricreare. E’ così che vi vedete?
(L)> Forse a livello filosofico/concettuale…qualcosa di simile, anche se inquadrato in un’ottica più baconiana, dove la “pars construens” inizialmente non ci appartiene – salvo assumere poi la nostra metodologia per l’attuazione degli “experimenta” – mentre la “pars destruens”, rispettosa perché volta ai fini di una contestualizzazione cronologica, estetica ed emotiva odierna cerca di portarci al completamento del nostro ragionamento induttivo. Tutto questo con i tempi e l’elaborazione del nuovo approccio baconiano appunto; ben diverso da quanto ad es. avrebbe precedentemente proposto un più ‘sbrigativo’ Aristotele. Non a caso la gestazione del disco è durata un anno…
(N)> Non riesco ad essere compositore, almeno per ora. E’ Luigi che ha studiato un percorso più “musicale”. Ho altre doti, credo. In “His Master’s Void” ho giocato proprio sul “rovina pezzi”. Insomma ci voleva anche questa figura per generare una forma-risultato che sia stata differente. E a me la bella calligrafia non è mai piaciuta o non fa parte del percorso personale che da anni seguo.
4) In base a cosa scegliete suoni, effetti, e modalità nelle quali “mixerete” il tutto? Voglio dire, l’ispirazione è istantanea, vi coglie all’improvviso, oppure è qualcosa al rallentatore, che rielabori in giorni o mesi, di prove, di controprove ecc.?
(L)> Solitamente penso a un suono, individuo una sorgente sonora di partenza e infine lo modello. Solo in un secondo momento, a seconda dell’utilizzo che devo farne, decido se modularlo in qualcosa di melodico o rumoroso. Gli effetti sono solo un orpello finale, ma cerco di preservare la genuinità, il carattere, l’essenza sonica di quello che faccio. Sicuramente, nel caso di un lavoro così complesso, il lavoro di post-produzione nella ricerca di un equilibrio totale mi ha portato a considerare mese dopo mese nuove prospettive, anche in ragione del contributo molto spontaneo di Nicola e quindi in alcuni casi tradurre nuovi stimoli. Parallelamente c’è l’aspetto dell’improvvisazione, da sempre mia ‘croce e delizia’, perché se da un lato ne amo la componente dialogica e dinamica, dall’altro non è così semplice scegliere quale sessione congelare e amalgamare con il resto della musica.
(N)> Credo che il generatore principale sia la totale libertà che ci diamo nel affrontare i brani. L’ispirazione arriva da tante causali: da come ti senti in quel giorno, da come recepisci il pezzo in quell’ora, da quanto e come hai bevuto (visto che prima ceniamo sempre e ci dilunghiamo a parlare dei problemi che affliggono l’umanità…), dalla stanchezza, dall’energia. Diciamo che appena sento le musiche che mi propone Luigi mi faccio anch’io un’idea su cosa usare e su come mi piacerebbe che suonasse ogni singolo brano. Da qui a scegliere la strumentazione della quale necessito è un attimo.
5) Che genere di strumentazione utilizzate?
(L)> Voce a parte, di tutto…tra synth analogici, strumenti acustici e suoni concreti. In questo caso il ‘pezzo forte’ è stata la ventola d’areazione arrugginita di casa mia. Ma credo anche di non essermi mai (e penso rimarrà un episodio a sé) divertito così tanto come in questo disco nell’uso della voce, diversa per ogni pezzo per timbro, registro, altezza, intensità, etc. sviscerando e “decostruendo” me stesso nel tentativo d’interpretare ogni volta un brano come qualcosa di spontaneamente unico ed empiricamente irripetibile. In queste canzoni mi sono perso e spero di non ritrovarmi mai più.
(N)> Ti parlo della mia: utilizziamo quello che ci va di usare, è un work in progress anche su questo aspetto. Per “His Master’s Void” ho utilizzato una batteria a pad elettronica filtrata da macchinette varie, un modulatore, degli effetti. Di acustico ho usato solo il cembalo e le maracas. Ultimamente però sto sperimentando con Luigi delle parti elettroacustiche.
6) Hai curato anche la copertina… cosa simboleggia il cane dalmata, con la maschera antigas… mentre ascolta un vecchio giradischi…? è molto surreale. Come ti è venuta, l’idea? E il titolo?
(L)> L’iconografia di base e lo stesso titolo rimandano ovviamente al celebre marchio “His Master’s Voice”, anche se qui tradotti e trasdotti in un’ottica post-industriale e apocalittica. Il resto fa parte del mio attuale stile illustrativo; qualcosa che deriva da anni di volontario, idiosincratico distacco dalla pittura tradizionale e da un’attitudine dadaista nel cercare nuove vie espressive che pur convivano civilmente con una sempre latente esigenza di figurativismo.
7) Pensate di riuscire a trasportare dal vivo questo vostro progetto musicale? Forse in un contesto quasi di rappresentazione teatrale… Sapete, negli ultimi tempi ho studiato un po’ alcune interpretazioni del teatro di Carmelo Bene. Pensate che il vostro approccio alla musica, e alla sua de-costruzione, sia simile all’approccio che aveva Bene, nelle sue rappresentazioni teatrali così “dissacranti” nei confronti del Teatro, comunemente e classicamente inteso?
Citando un commento all’opera di Bene, che mi colpì, e che forse può essere letto anche nella prospettiva della vostra musica:
“Caligola, Lorenzaccio, Otello, Macbeth, Pinocchio sono tutti personaggi rappresentati da Bene con l’intento paradossale di non lasciare traccia nella memoria dello spettatore; questi, durante la sua presenza in sala, si deve abbandonare al flusso dei significanti e, per quanti sforzi possa compiere nel ricordo, non potrà mai raccontare ciò che ha udito a teatro. La perfetta idiosincrasia che la “macchina attoriale” di Bene opera tra scritto e orale, come non ricordo della pagina scritta, diventa intestimoniabile per lo spettatore”. Anche nello descrivere la vostra musica, in un certo senso, spezzando così le barriere, e andando praticamente oltre ogni genere “stereotipicamente inteso”, è come se fosse un’entità in costante mutazione, che non si lascia mai definire – e quindi intrappolare – in una definizione. Un po’ come Dio. L’impronunciabilità del Tetragrammaton è il segno della sua non definizione, e quindi della sua alterità rispetto alle cose definibili (e quindi finite, destinate ad avere un termine)
(L)> Eh…ci abbiamo provato, anche coinvolti e coinvolgendo amici che ci hanno riscaldato di entusiasmo; ma sapevamo fin dall’inizio che avremmo fallito. E in tal senso la tua analisi e parallelismo con la drammaturgia di Bene è molto gradita e mi lusinga. E’ iniziato come un problema tecnico, ma con il tempo si è definito come semplicemente ontologico. Già 12 cm di policarbonato masturbati da un laser risultavano troppo stretti per contenere un lavoro che aveva bisogno di tanti, troppi ascolti per esser percepito e assimilato nella sua completa essenza; figuriamoci sintetizzare tutto questo in una performance che avrebbe dovuto tener conto anche di tutte le limitazioni (economiche, logistiche, se vogliamo etiche) della situazione live! …No, “His Master’s Void” è stato e rimarrà un dialogo musicale, eclettico quanto vuoi, ma umano tra due musicisti che si sono incontrati per la prima volta e hanno provato a inalare la stessa aria prima ancora di disperdervi le proprie limitanti e limitate parole. Poi…chiamalo pure “disco”, se ti fa piacere, ma per me resta un tassello di memoria innervato di suoni.
(N)> Abbiamo pensato tanto a proporre questo disco come spettacolo dal vivo ma ci sono varie problematiche: non troviamo musicisti adatti, perché ci piacerebbe che ogni suono presente sia ricostruito dal vivo, quindi anche le parti di ottoni e di fiati. Questo per evitare che l’85% del live sia mandato in base, cosa che non trovo stimolante. Non troviamo musicisti andatti perché vorremmo che fossero amici, non mercenari assoldati, e che fossero dentro le nostre dinamiche. Poi è anche una questione economica ed organizzativa, perché con i tempi che corrono uno spettacolo con un degno supporto scenico (avremmo tante idee “teatrali” per ogni brano) ha dei costi troppo alti per i locali. Comunque si, l’idea si avvicina molto allo shock delirante che proponeva Carmelo Bene nei suoi spettacoli e film, anche se non credo che possiamo essere paragonati alla sua maestria. Lo spettatore/ascoltatore dovrebbe rimanere spiazzato, appagato, frustrato, critico.
8) Gestisci un sacco di progetti, contando anche le produzioni… En Velours Noir, Furvus, Selenophonia, Mvsa Ermeticka, Antimonivm… puoi parlarcene un po’, magari con qualche anticipazione, se ne hai in cantiere? A proposito, cos’è “Spleen Tv – Certified Antisocial Network”?
(L)> F.ormal L.ogic D.ecay è un progetto di elettronica avanguardistica che nasce verso il 1990 ed è sempre stato caratterizzato da un estrema/estremistica eterogeneità produttiva. Attitudine conservata anche nell’attuale esecuzione live, dove io e Nicola ci impegniamo ogni volta a proporre qualcosa di totalmente inedito e circoscritto alla specifica serata. Furvus è un mio vecchio progetto di rivisitazione di musica antica/medioevale, con riferimenti neo-classici e una marcata impronta marziale e cinematica. En Velours Noir è analogamente un altro vecchio progetto nato dalla volontà di esprimere sonorità gotiche in maniera non convenzionale, teatrale, ma non baracconesca e che con il tempo è convogliato verso una musicalità di sapore chansonnier, con un retrogusto di jazz sulfureo e accompagnato da un intimismo molto auto-ironico. Selenophonia è l’attuale ‘non-label’ dedita a sonorità di matrice Grey Area che dopo una quarantina di produzioni è andata a prendere il posto dell’ormai defunta Anaemic Waves Factory. Mvsa Ermeticka è una vecchia label che si occupa di musica che racchiude in maniera più o meno estrinseca sonorità che oscillano tra la ritualismo arcaico e paganesimo post-industriale. Antimonivm è una delle mie due distribuzioni, con un linea no profit (quel che guadagno lo reinvesto nella produzione e promozione di musica personale o di amici), specializzata in releases spesso non tanto pubblicizzate provenienti dal circuito della Grey Area e parte della Brown Area; ovvero quella scevra da un adolescenziale uso di simboli e estremismi ideologici che celano inconsistenza di contenuti. Spleen TV è una piattaforma web finalizzata alla deframmentazione culturale della sovrastruttura ideologico-comportamentale generata da fenomeni di massa come Facebook (alla quale continuiamo a essere affezionati e partecipare, seppur con finalità di promozione musicale o di puro studio etologico nel mio caso…).
Detto e sintetizzato questo, in cantiere c’è molto, ma vivendo ormai da tempo ‘alla giornata’ mi resta difficile stabilire un livello di priorità. Sicuramente sarai tra le prime persone a saperlo.
9) Visto che vi muovete su una base così sperimentale, solipsista, e personale, che definizione usereste per descrivere, in una parola F.ormal L.ogic. D.ecay?
(L)> Sinestetico.
(N)> Dadaista.
10) Domanda stravagante… avete in mano una tavoletta Oujia… che vi direbbero gli artisti che avete omaggiato?
(L)> Ci provo…Kurt Weill: “‘…è un disco da tre soldi”. Henry Burr: “Rispetta le tue corde vocali”. Astor Piazzolla: “Bueno, niño…ma che cazzo dici a metà canzone?!”. George Gershwin: “Hail Satan!”. Robert Johnson: “Rispetto, ragazzi: c’è gente che soffre…”. Fred Buscaglione: “Teresa non sparare: voglio finirli con le mie mani”.
(N)> Qualcuno direbbe “meno male che ci siete voi”; qualcun altro invece “ma fatela finita deficienti, come vi permettete!”.
11) Concludete a vostro piacimento la nostra intervista!
(L)> Come sempre è stato un piacere rispondere alle tue domande, mai banali e sempre rastrellanti in ambiti significativi inediti e inespressi.
(N)> Grazie Lunaria, le tue domande sono sempre stimolanti!
(Grazie mille a voi!!! Nota di Lunaria)