Nuovo disco per Grzegorz Siedlecki e i suoi Horologium, l’artista polacco si dimostra ancora una volta creativo e vario andando a comporre un album rude e spigoloso senza dare chiari punti di riferimento ad un ascoltatore che si troverà spiazzato in diverse occasioni durante i quasi tre quarti d’ora di durata del tutto.
L’essenza marziale resta quella dominante ma come al solito viene filtrata con un dark ambient poco oppressivo ed un folk per nulla amichevole che ben rappresenta il lato rituale dell’album.
“Du Grand Désir” è disco che si presta ad essere ascoltato e ri-ascoltato, sono tante le sfumature e le parti che devono essere rielaborate e approfondite, a me la cosa procura notevole curiosità e spirito d’esplorazione, diciamo che -senza fare cose eclatanti- e senza scavare troppo nell’animo, il presente disco riesce ad essere un accompagnamento da ricordare, musica che pianta piccoli semini pronti a maturare con ulteriori ascolti piano piano e senza alcuna fretta.
Otto canzoni, otto variazioni, ognuna pronta a fornire la propria atmosfera “stratificata”, si comincia in punta di piedi con “Three Hundred Strokes” e si prosegue blandamente con il ritmo marzial/disturbante della importante title track.
Chitarre prima acustiche e poi elettriche ci prendono per mano in “My Tundra”, brano in grado di evocare sensazioni passate conferendo un climax prima epico e poi di trasporto che non stonano affatto con quello fin qui ascoltato.
Sul disco troviamo poi alcune parti recitate dall’artista cileno Juan A. degli Der Arbeiter (sui brani “Le Chant d’Ivresse” e “The Great Longing”), il risultato è accattivante e mischia ancor di più le carte in tavola (per non parlare del pezzo femminile recitato in italiano da Monica G. Victrix su “Stormchaser Unbound”). Uno dei miei passaggi preferiti è rappresentato da “Siris & Zu”, spaccato trip/etnico tanto semplice quando conturbante che viene prontamente cancellato dalla marcia minacciosa rappresentata da “The Enemy”. Siamo nel punto più buio del disco, rafforzato prontamente dalla tellurica “Stormchaser Unbound” (nei primi minuti assistiamo inermi allo schieramento di un qualche enorme esercito, ma poi ci rassereniamo di botto grazie ad un finale di pezzo che oserei definire etereo) e dalla conclusiva “The Great Longing” che ci accoglie con sciabordii prima di diventare ritualmente/”naturalmente” oscura grazie anche all’uso di sussurri/bisbigli che ci portano direttamente sino agli ultimi secondi di vita del disco.
Vedo “Du Grand Désir” adatto per quei momenti in cui necessitiamo di musica indefinibile ma di accompagnamento. L’artista polacco ha senz’altro composto un dischetto interessante che premierà le solite persone che non si accontentano solo dei grandi nomi.
Nothing,Never,Nowhere
Martial
2012
Horologium