Duemila persone. Ben duemila persone riempiono l’Estragon per vedere dal vivo i Public Image Limited di John Lydon, e non stiamo parlando esclusivamente di Italiani. Quanta aspettativa deve aver creato la tappa del gruppo inglese lo si fa presto a realizzare. Un’occhiata al pubblico, così eterogeneo, restituisce una panoramica circa l’impatto che un istrione come Lydon abbia avuto sulla cultura pop internazionale. Dagli “hooligans” inglesi sfegatati, in viaggio per non perdersi nemmeno una data del tour, a nugoli di ragazzini ancora legati all’universo “Pistols“, che sfoggiano creste colorate e spille da balia, come se il 1977 fosse condannato a ripetersi all’infinito.
Un’ottima prova, quella di Bologna, per ricordarci che i P.I.L. hanno ancora molto da dire… e non solo ai nostalgici.
Se Lydon e questa “nuova” formazione (Lu Edmonds e Bruce “The Pop Group” Smith i veterani della band) calcano i palchi di tutto il mondo dal 2009, la curiosità, oggi, è nettamente maggiore, considerata l’uscita di “This Is PiL” (2012), primo album di inediti a vent’anni di distanza da quel “That What Is Not” apparso sul mercato della musica un po’ in sordina (contenente l’ultima prova del compianto John McGeoch).
L’emozione di questa sera è palpabile e non risparmia nemmeno i Soviet Soviet, il trio marchigiano ormai noto agli estimatori del recupero delle sonorità “new wave”, cui spetta il difficile compito di aprire le danze.
Mentre l’uscita di “Fate” è alle porte (il rilascio dell’album è previsto per il prossimo 11 Novembre) il gruppo non cela l’eccitazione di condividere il palco con i P.I.L., consapevole di aprire i concerti di un’autentica leggenda britannica. Nonostante ciò, la band riesce a brillare dell’energia che la contraddistingue da sempre, non risparmiando ai presenti una performance breve quanto intensa, impreziosita da un vero e proprio maltrattamento degli strumenti a fine set.
Allo sfumare di riverberi e delay, dopo pochissimi minuti di attesa, John Lydon fa il suo ingresso trionfale sul palco dell’Estragon, deliziando tutti con smorfie e occhiate grottesche.
Coperto fino alle ginocchia da una goffa camicia a quadroni, Johnny incanta tutti con il suo lamento monocorde, dimostrando di essere in forma smagliante: “Deeper Water“, tratta dall’ultimo album, e “Albatross“, episodio alienante e raccapricciante del glorioso “Metal Box“, sono la conferma che tutti aspettavano. Non solo la voce di John sembra più potente che mai, ma le vesti che Firth, Edmonds e Smith hanno confezionato ai brani per l’occasioe risultano addirittura migliori degli arrangiamenti originali. I fan dell’ultim’ora restano delusi: le anti-rock star per eccellenza hanno preparato un concerto sentimentale per intenditori. Non la solita “reunion”; i P.I.L. non sono qui per riproporre un “Greatest Hits”, bensì per dare una spontanea e passionale interpretazione del proprio repertorio, vecchio e nuovo, senza prendere fiato e divorando il palco come se gli anni non fossero trascorsi. Senza perdere nemmeno una volta l’occasione di canzonare il pubblico, John Lydon si libera in una sola sera di tutti i pregiudizi che lo hanno visto protagonista negli ultimi anni. Se la partecipazione al reality inglese “I’m a Celebrity!” e le pubblicità del burro “Country Life” avevano fatto storcere il naso ai fan dei Sex Pistols e ai nostalgici del coloratissimo punk inglese, il tour di “This Is PiL“. restituisce all’ex “Rotten” un’elevata dimensione artistica. Se è vero che gli introiti delle varie apparizioni televisive e i ritrovi sottotono a più riprese dei Pistols servivano a rilanciare i Public Image Ltd. e a produrre il nuovo album di inediti, Mr. L. ha fatto un ottimo lavoro.
Dopo una martellante versione della classica “This Is Not a Love Song” è il turno di una serie di capisaldi del periodo più cupo e sperimentale del gruppo: “Poptones“, “Careering” e “The Order of Death” accontentano i cultori del genere e il basso di Scott Firth non fa rimpiangere il tocco inimitabile di Jah Wobble che, insieme a Keith Levene, ha influenzato il modo di suonare di un’intera schiera di sopravvissuti al punk e ai suoi derivati. Gli spettatori restano sempre coinvolti, senza mai perdere interesse, nemmeno quando, facendosi largo tra un singolo e l’altro, trovano spazio episodi più recenti e meno celebri come “Reggie Song” e “Out of the Woods“. Lydon ammalia e strega, Lu Edmonds evoca suoni magici (che suoni il “saz” o un banjo dalla pelle lacerata), Firth e Smith alternano alle salmodie le proprie ritmiche ossessive, trasformando la platea in una stravagante pista da ballo. Tutti i brani risplendono di nuova luce, mutando senza tregua, contorcendosi tra il pubblico esperto che sembra riconoscerli, appropiarsene, ma che è costretto a lasciarli sconvolgere dai musicisti in innumerevoli e disparate evoluzioni. Si toccano momenti di autentica isteria collettiva quando il gruppo propone “Death Disco“, “Public Image” e, soprattutto, “Rise” (schiere di fan stranieri danno il via ad un pogo sfrenato e ad una serie di cori da stadio che per un pelo non sovrastano l’imponente vibrato del proprio beniamino). Insensibili alle richieste (“Religion” è la più invocata dal pubblico in sala), chiude il concerto “Open Up“, il singolo dalle atmosfere “rave” che porta la firma del progetto elettronico “Leftfield” cui John Lydon collaborò nell’ormai lontano 1993.
Una lunga ovazione saluta l’uscita di scena di una delle realtà inglesi più importanti di sempre. Tra giovani punk già sbiaditi e nostalgici del vinile l’Estragon si svuota lentamente, l’aria ancora densa dei suoni dilatati e distorti, la maschera clownesca del vecchio Johnny vivida nelle menti dei presenti. Sorprende come i P.I.L. risaltino come non mai nel contesto attuale: un prodotto dichiaratamente warholiano nel panorama musicale più ricercato che non rinuncia mai alla propria istintività ancestrale. Sono davvero passati tutti questi anni da “Happy?” o da “9“? La scrittura più matura e ricercata di “This Is PiL” potrebbe suggerirlo, le argomentazioni sulla Thatcher di John Lydon potrebbero sottolinearlo apertamente… ma la sua camicia zuppa di sudore o, meglio, di passione, dimostra il contrario.
Setlist:
1. Deeper Water
2. Albatross
3. This Is Not a Love Song
4. Poptones
5. Careering/ The Order of Death (Excerpt)/ The Body
6. The Order of Death
7. Warrior
8. Reggie Song
9. Death Disco
10. Out of the Woods
11. One Drop
12. Public Image
13. Rise
14. Open Up