
La storia di Billy Idol è simile a quella di innumerevoli icone pop che, pur sforzandosi, non sono uscite completamente “vive” dagli anni ’80 né tanto meno illese rispetto all’ingente carico di fama che le ha investite. Battezzato dal fuoco dell’ondata punk inglese degli anni ’70 e successivamente trasformato in paladino glamour della “second british invasion” (conciliando tanto gli adepti di MTV quanto i puristi delle sonorità “rock” e “new-wave”), Billy Idol è, a tutti gli effetti, reduce del più tradizionale declino che affligge le “rockstar” costrette a fare i conti con gli anni e con le mode che passano. Oggi, il Nostro, si è lasciato alle spalle incidenti in moto, crisi depressive ed un pericolosissimo caso di overdose per godersi i frutti di una vita su e giù dai palchi di tutto il mondo: se il suo tipico ghigno soffre di un lifting incerto e se la sua estetica quasi immutata fa risaltare in maniera un po’ goffa i suoi 58 anni, Billy dimostra una volontà ferrea nel restare in sella al proprio status di “rocker” energico e piacione.
“Kings & Queens of the Underground” esce a distanza di nove anni da “Devil’s Playground”, album che segnava l’effettivo -e discreto- ritorno sulle scene del cantante britannico, mentre segue di otto anni il trascurabile “Happy Holidays”, imbarazzante e, purtroppo, nutrito compendio di canzoni a tema natalizio (operazione che, ammettiamolo, è riuscita davvero bene soltanto a Johnny Cash, Annie Lennox e Bad Religion). Il sesto full-lenght dell'”Idol” inglese sfrutta, dunque, un fitto periodo celebrativo, palesandosi in contemporanea con il rilascio della prima autobiografia (“Dancing with Myself”) e con la promessa di un altro tour europeo, dopo la fortunata serie di date collezionate in primavera. È un periodo intenso e felice per il “figliol prodigo” del rock inglese e il fatto che Billy si adagi sugli allori confezionando un capitolo della sua discografia non particolarmente memorabile non risulta tanto biasimabile.
Sarebbe stato davvero da ingenui aspettarsi un fine capolavoro da chi ha trovato, con sincerità disarmante e dopo più di un decennio di sbandamento, la dimensione più congeniale in una formula ampiamente rodata e testata negli anni. “Nulla di nuovo sotto il sole”, dunque, se non una produzione meno graffiante e più ammiccante al grande pubblico, complice lo zampino di Trevorn Horn -l'”uomo che inventò gli anni ’80” in persona- e il tocco “pop” più commerciale e moderno di Greg Kurstin (già “Re Mida” per Lily Allen, Foster the People, Beyoncé e Lana Del Rey).
Ne risulta un disco il cui filo conduttore è un vero e proprio bilancio umano e professionale, un percorso autobiografico che cerca, per quanto i mezzi lo concedano, di apparire il più eterogeneo possibile. Non mancano, quindi, tracce energiche quali “Can’t Break Me Down” e “Whiskey and Pills” (condite dagli inconfondibili riff “old school” del fedelissimo Steve Stevens), ballate semi-acustiche struggenti solo in potenza (a conti fatti, semplicemente noiose), e impacciate contaminazioni elettroniche. Esclusi divertenti, seppur ingenui, “sing-along” da stadio come “Save Me Now” (che strizza esplicitamente l’occhio ai Simple Minds) e “Bitter Pills”, il disco si perde in una serie ininterrotta di auto-citazioni (“Postcards from the Past” è, a tutti gli effetti, una versione riveduta e corretta di “Rebel Yell”), mentre il tentativo di mischiare le carte con gli accennati echi “folk” e “prog” della title track non convince e, piuttosto, confonde. Un’epicità esagerata per un testo che, semplicemente, snocciola in ordine cronologico gli avvenimenti più salienti della carriera del nostro eterno Peter Pan.
Tempo di reminiscenze per Billy, che sembra commiserarsi parecchio in brani come “Eyes Wide Shut” (il più riuscito degli episodi malinconici per semplicità ed immediatezza), “Ghosts in My Guitar” e le “speranzose” “Nothing to Fear” e “Love and Glory”. Un quadrato fin troppo compassionevole, questo, che mette in evidenza i punti deboli di un disco di per sé non particolarmente brillante.
Nessun ritorno in grande stile per Billy Idol, nessuna prova da chansonnier e nessun percorso sperimentale: ogni canzone è una colpo “sicuro” sparato al cuore di chi non ha mai smesso di seguirne alti e bassi con devozione.
Un album “senza infamia e senza lode” ma pur sempre piacevole, ottimo per un “revival” tra nostalgici compagni di viaggio, magari da ascoltare e cantare in auto, mentre si percorre l’autostrada e ci si concede una spinta in più sull’acceleratore.
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condivido in pieno