“If I abandon this project I would be a man without dreams and I don’t want to live like that: I live my life or I end my life with this project.”(Werner Herzog on “Fitzcarraldo”, Herzog on Herzog, 2002)
Nella società del consumo, spesso, ci si ritrova a possedere informazioni con una facilità disarmante. Non essendo costume diffuso investire in strumenti di sapere (complici le difficoltà finanziarie che, a volte, costituiscono “alibi” per i più pigri), i nostri occhi sfogliano pagine di pixel, fotogrammi sgranati, mentre le nostre orecchie vengono inondate di note e fraseggi compressi. Persiste, nonostante tutto, una cerchia di persone che eleva ad oggetto di culto un volume usurato dal tempo o che custodisce con cura maniacale un disco in vinile. A questi oggetti, naturalmente, viene attribuito un valore del tutto personale. Un album diventa la colonna sonora di un periodo; il personaggio di un romanzo, un saggio filosofico, si trasformano rispettivamente nell’alter ego e nella storia della “propria” vita. E’ un processo del tutto naturale che fomenta le passioni e che, con un occhio sempre rivolto al contesto originale, risulta carburante fondamentale per la ricerca.
La storia di Giulio Di Mauro e del Post Romantic Empire è la storia di una celebrazione articolata, elegante, e, ad un ascolto attento, commovente. Un tributo agli artisti che hanno fornito il “carburante culturale” all’autore di quest’opera grandiosa. Non solo: la materializzazione e, insieme, l’astrazione di un pensiero, di un manifesto, di un’ossessione. Giulio ci racconta, con un’umiltà coniugata ad un autentico spirito futurista, le difficoltà e i privilegi di realizzare un proprio atto rivoluzionario. Qualora vi capiti di stringere tra le mani la testimonianza sonora del PRE, non perdete l’occasione di lasciarvi travolgere dal violoncello di Julia Kent, dal piano di Maja Elliott o dalle voci di Annabella Lwin, di Baby Dee, di Little Annie, di David Tibet. Lasciate che la storia di Shéhérazade parli di voi, certo, ma guardate alle radici dell’Impero come prezioso monito: la strada verso il sogno è lastricata di sacrifici ma, soprattutto, d’amore nei confronti del sogno stesso.
La tua esperienza con “The Post Romantic Empire” nasce con l’organizzazione di eventi e con la produzione. Quando è scattata in te l’idea di mettere insieme una vera e propria “Justice League” della scena musicale più colta, underground e avanguardista?
Giulio: E’ complicato da raccontare. E’ semplice per me che questa storia l’ho vissuta, ma complicato è mettere in fila in modo comprensibile i momenti, le idee, le persone… E’ stato un po’ il contrario di come dici tu: c’è stata la volontà iniziale di edificare una galleria di ritratti dei personaggi che avremmo potuto considerare eredi manifesti della Rivoluzione romantica. Gli artisti, almeno quelli a me noti o che stavo scoprendo mentre mi documentavo, che provocavano e rompevano schemi, gli individui che lottavano nell’ambito della poetica intesa come categoria in grado di descrivere/raccontare la Sehnsucht. L’idea, fumosa e ariosa ma secondo me assai pervasiva, era che gli scienziati misurano il mondo, i filosofi spiegano le realtà, ma sono i poeti a parlarci davvero di noi stessi, di quando ci emozioniamo e percepiamo la vita che ci scorre nel sangue, e a loro dobbiamo l’esercizio del libero arbitrio che oggi rende libero il cosiddetto occidente culturale. E i poeti contemporanei si esprimono in ambito musicale.
Nel 2003 pensavo di scegliere un centinaio di artisti che, messi in relazione, avrebbero reso palese l’idea di base: che il Romanticismo non è morto ma è Rivoluzione permanente, interiore e non solo. Poi sono venuti gli eventi, le produzioni, i dischi, e si è consolidata una rete di relazioni spontanea e casuale da cui nasce quella che hai chiamato “Justice League”. Ci sono una serie di persone che disposte in fila sulla timeline di PRE hanno guidato le mie azioni, e visto che siamo alla fine le cito in ordine sintetico: Massimo Canevacci che mi ha introdotto a Gilles Deleuze, Francesco D’Orazio che è stato partner per i primi tre anni, Fabrizio Modonese Palumbo e Jonny B con cui è stata fondata l’etichetta PREcordings, Matt Howden e Tony Wakeford, David Tibet che assumendomi nel management/famiglia Current 93 mi ha portato dove (e da chi) non avrei mai immaginato, Claudio Fabrianesi che rappresenta le moltissime scorribande nella scena rave, Lorenzo Macinanti che ha sostenuto l’architettura web e lo spirito virale di PRE a lungo, e infine – sopra tutti – Carlo Cassaro senza il quale avrei rinunciato già da molto tempo.
Un’impresa come questa non risponde propriamente alle logiche discografiche e commerciali del momento. Sono certo che tu ne fossi consapevole già dal principio e che i tuoi moventi valicassero certi aspetti. Nonostante ciò, quanto è stato difficile mettere al mondo una creatura del genere?
Giulio: E’ stato talmente difficile che sono ancora sorpreso di avercela fatta. Certo, altri riescono a generare denaro e a frequentare jet set, ma questo accade quando si fa qualcosa perché si intuisce che stia per essere di moda. PRE non è mai stato di moda, anzi nasce come reazione alla moda stessa (che è stato a lungo il mio ambiente lavorativo): non idee da tramutare in costume ma spontaneismo emozionale fuori dagli schemi. Si potrebbe vedere PRE come una reazione isterica al presente, come la volontà di essere sempre fuori tempo e fuori luogo. Non originali, perché ogni individuo lo è per antonomasia, ma “fuori”, “altri”. Ci sono dei momenti in cui tutto cambia per sempre, quando scopriamo nuovi punti di vista, e il nostro nuovo modo di pensare e agire sorprende chi pensa di conoscerci a fondo – è qualcosa che succede più volte nella vita di ognuno. PRE è stato un po’ questo: il doppio vincolo tra gli artisti che mi hanno “aperto la mente” e la mia mente. E’ stato la volontà di sdebitarmi con loro facendo da cassa di risonanza. Non che ne avessero bisogno, ma è stata una necessità quella di organizzare eventi e produrre dischi, qualcosa che potrebbe essere vista come “militanza”.
Parliamo delle re-interpretazioni. Ascoltando questo, anzi, questi dischi (si tratta di un 12″ e di un 7″; n.d.r.) sembra che l’anima di ogni collaboratore venga trasmessa al brano senza compromessi (penso, nella fattispecie, alle due versioni di “Love Will Tear Us Apart”). E’ difficile ascoltare qualcosa di così eterogeneo, eppure così rispettoso, quasi si trattasse di un cerimoniale. Non trovi che nasca l’esigenza di trovare un termine alternativo al concetto semplicistico di “cover”?
Giulio: Alla fine ciò che avevamo immaginato e che non eravamo in grado di spiegare con parole chiare si è manifestato, è come se il senso di tutto quello che abbiamo fatto si sia svelato nel finale, come un colpo di scena seguito da un lieto fine. Il Post Romantic Empire Album, e lo stesso PRE nella totalità del suo corso, è un tributo che è si è fatto rituale – atto celebrativo praticato, medit/azione, e che è andato oltre il concetto stesso di tributo. Non sono cover quindi, ma nuovi arrangiamenti di archetipi della contemporaneità: il PRE Album è stato un vero e proprio invito aperto a proporre nuove forme di Romanticismo. Questo album è l’ultimo invito di PRE a raccontare le proprie passioni attorno alla stessa fiamma. An affect or passion of the mind is a confused idea. Confusi e confondenti: i linguaggi sono quelli della musica neo/classica, del blues, della psichedelica, del post/punk e più in generale della contaminazione e della sperimentazione. Un documento polifonico composto da un doppio lp e un ep, cui si affianca uno spazio web dedicato dove immergersi in ciò che è stato. Perché quello che rimane dopo quasi dieci anni di attività sono soprattutto le connessioni tra artisti provenienti da scene musicali diverse. Il PRE Album è stato immaginato per rendere visibile la matrice comune che lega Nikolaj Rimsky Korsakov ai The Cure, i Joy Division ai Current 93. Realizzarlo ha voluto dire farsi area d’incontro, spazio liminale condiviso, per 26 artisti (e un coro) sparsi in tutto il mondo, ognuno con ritmi e metodi di lavoro molto diversi tra loro, e coordinare il lavoro di ciascuno con la visione di partenza.
Si tratta davvero di un progetto ambizioso. Nel 2010 Roger O’Donnell comunicò, tramite il suo sito ufficiale, che gli era stato chiesto di scrivere un’interpretazione della storia di Sheherazade e de “Le mille e una notte”. Proseguì affermando che non gli era molto chiaro ciò che avessi in mente e che, parlando con te, tutto è diventato più limpido: “limpido come il fango”. E’ stato facile per te comunicare con tutti i musicisti coinvolti? Come è stato interagire con così diverse personalità?
Giulio: Sai che ho scoperto che Roger aveva annunciato il progetto nel 2010 solo due mesi fa? Io pensavo fosse tutto segreto, ma intendiamoci: mi ha fatto molto piacere sapere che stava in qualche modo “sponsorizzando” il processo produttivo. La presenza di Roger, per la quale devo ringraziare la promotrice culturale italoinglese Klarita Pandolfi Carr (Kaparte), è per me assai significativa essendo i The Cure la mia band preferita di sempre, e ogni sua attenzione è stata un grande onore. A parte questo il concept dietro PRE è talmente semplice e aperto da risultare incomprensibile a molti. Nel 2003, mettendo a punto un primo manifesto, decisi di abbandonare il linguaggio accademico del laboratorio di antropologia culturale che frequentavo e di usarne uno più semplice: semplificare i concetti, lasciare le idee nude, e usare simboli e slogan e archetipi (sebbene contro/culturali) conosciuti e popolari. In sintesi: una ricerca sulle eredità della Rivoluzione Romantica e un utilizzo libero del prefisso “post”, utilizzato per definire ciò che continua ad essere – l’immanenza e la pervasività di un cambiamento culturale radicale. Il risultato paradossalmente fu che il mio professore di antropologia Massimo Canevacci bocciò radicalmente l’approccio stesso alla tematica e che l’eroe principale della mia avventura nel panorama musicale, David Tibet, ripetesse in più interviste che di PRE non capiva il senso. Ovviamente io ci sono sempre rimasto male, è come quando un bambino non riesce a far capire alla propria mamma perché piange, ma ho anche imparato che se ricevi amore per come sei e per quello che fai le parole non sono così importanti. Con gli artisti che hanno contribuito al Post Romantic Empire Album è stato un po’ lo stesso, è bastato percepire che lo sguardo verso l’interno è simile e condiviso, che l’argomento è quello degli infiniti spazi interiori e del primato dell’emotività sulla ragione. Avremmo potuto finire per non capirci, alcune personalità avrebbero potuto prevalere su altre, ma magicamente non è accaduto: ognuno ha ragionato in modo indipendente eppure coordinato, entropico. Un lungo esercizio di pratica entropica, una lunga seduta di respirazione collettiva sincronica. Certo, io e Carlo Cassaro siamo stati dei coordinatori pazienti, e abbiamo attraversato momenti difficili in cui si è rischiato di perdere tutto, ma alla fine abbiamo portato la nave oltre la montagna… (ecco, se devi scegliere una foto per accompagnare questa intervista usa un’immagine qualsiasi di Fitzcarraldo!).
I dischi sono stati confezionati in guisa di una vera e propria opera d’arte. Il 7″ bianco è contenuto in un’elegantissima cartelletta di cartone con il rilievo del simbolo matematico dell’infinito. Ne risulta un piacere per gli occhi, oltre che per le orecchie: la gioia di ogni “feticista musicale”. Cosa puoi dirci riguardo l’ “artwork” e le foto che corredano il prodotto finito?
Giulio: Ho imparato che un disco deve essere bello, deve profumare di vecchia tipografia e deve portare le gocce del sudore di chi l’ha pensato, frequentando la scena neofolk dove ogni disco viene immaginato come un epifania privata di chi lo comprerà, qualcosa di opposto al consumo digitale della musica, qualcosa che evoca l’artigianato e l’autoproduzione, “against the modern world”. E poi c’era l’esigenza di non prevaricare i contenuti e di ottenere un prodotto che fosse a metà tra un vinile white label da dj e un libro. Il nesso grafico con il White Album non esiste, piuttosto c’era un parallelo con la scatola di Hellraiser – qualcosa di prezioso e pericoloso che ha diverse configurazioni e infinite dimensioni al suo interno. Il Post Romantic Empire Album racconta una lunga storia disseminata di volti e di momenti felici e drammatici, ma è anche porzione di vita di ogni artista che vi ha partecipato e quindi è una scatola di anime. All’interno dei packaging nivei o corvini ci sono immagini colorate, cartoline dall’Impero, che hanno vita propria ma che portano dentro anche le loro autrici – Stacia Blake e Ksenia Nefedova. Stacia è stata la ballerina degli Hawkwind e la sua presenza rappresenta la nostalgia del desiderio (o la sessualità della nostalgia se preferisci), mentre Ksenia è un po’ una alter ego a cui ho delegato ciò che non ho voluto fare io per non esagerare con la mia presenza. Ad ogni modo PRE mi ha dato la possibilità di esprimermi anche con il linguaggio della grafica, e di questo sono molto contento: sono molto fiero dei molti flyer fatti duranti questi anni e spero di raccoglierli in una pagina del sito www.postromantic.com molto presto.
Possiamo aspettarci un’ulteriore testimonianza del Post Romantic Empire? Un seguito a quest’operazione monumentale?
Giulio: PRE non finirà mai, è stata produzione ma è soprattutto un’idea, per questo il nuovo sigillo è il simbolo dell’infinito. I ricordi generati non si esauriranno tanto facilmente. E poi l’uso e l’abuso di slogan e simboli è la mia pratica preferita, e lo slogan a cui sono più legato è “il 900 non è finito”. Ad ogni modo per portare avanti a lungo la promozione/diffusione del Post Romantic Empire Album abbiamo messo a punto il remix project, che coinvolge numerosi artisti, e tutti i remix prodotti diventeranno qualcosa di fisico e unitario, prima o poi. Nel frattempo ho avuto un’idea che mi ha preso molto, ma con la mia fidanzata abbiamo altre forme di militanza da mettere in pratica al momento, quindi chissà. E poi devo fare pace con il fatto che non so suonare e quindi delego altri a esprimere l’ineffabile che percepisco: forse è ora che mi prenda le mie responsabilità. O forse no.