Sono passati tre anni da quel tour che celebrava il trentennale della creatura più indecifrabile del panorama musicale inglese, tre anni dal ritorno di Douglas Pearce sui palchi di piccoli e grandi club europei. Un’ “uscita dal bunker” inattesa e insperata perché, i fan lo sanno, l’uomo dietro la maschera è poco avvezzo a tornare sui suoi passi. Fatto sta che in questi tre anni i Death in June, nella loro forma più scarna, abbiano raccolto consensi e “tutto esaurito” a profusione e, udite-udite, Pearce ha concesso anche al continente americano, fautore di quella “Death of the West” ribadita tante volte nel corso della propria carriera, di godere di puro e semplice “Totenpop” senza fronzoli. Ci si è trovati, dunque, dall’essere in astinenza di mimetiche e “whiphand” ad una vera e propria overdose di Death in June, che dal 2011 vengono a svernare in Italia per una media di tre date l’anno. Se la formula è risultata ostica ai nostalgici di Patrick Leagas e/o Albin Julius, il rito esoterico fatto di dodici corde, timpano e rullante tribali non ha stancato lo zoccolo duro che, in questo caso, ha viaggiato finanche dalla Puglia per raggiungere la periferia meno conosciuta di Napoli e dintorni. Si capisce subito che si tratterà di un concerto intimo: il White Angel presenta una sala dalle dimensioni ridotte e un “palchetto” completamente all’altezza del pubblico, che si ritrova (me compreso) a solo un metro di distanza dai musicisti.
Ad accompagnare Douglas P. nelle peregrinazioni di quest’anno non è il solito John Murphy, l’austero, storico e onnipresente percussionista di innumerevoli gruppi di culto, ma è finalmente Miro Snejdr, l’autore delle bellissime musiche di “Peaceful Snow” (2010) cui si deve il merito di aver introdotto il pianoforte nell’universo sempre più serrato ed esclusivo dei Death in June. Ad aprire le danze, invece, ci sono i Narcolexia, veterana realtà “electropunk” del sottobosco napoletano degli anni ’90 intenta a misurarsi con un set che si barcamena tra elementi acustico-tribali e contenuti interventi elettronici. Nella scaletta, tra brani datati e più recenti, anche una cover di “Annarella” dei CCCP.
Proprio quando i presenti cominciano ad esternare i primi segni d’impazienza, Miro Snejdr prende posto dietro la tastiera, opportunamente agghindata con il “Totenkopf” d’ordinanza, per offrirci un assaggio del suo meraviglioso progetto classico-sperimentale che risponde al nome di “Spitting at Pigeons“. Incurante delle fazioni più ciarliere della platea, Miro esegue un repertorio intenso e davvero suggestivo, in cui trova spazio anche un medley liberamente tratto da “Lounge Corps“, l’onesto “companion” di “Peaceful Snow” che presenta una nutrita serie di classici della Morte in Giugno riletti in chiave minimalista appositamente per il piano. Delicatissimo ed elegante, Miro, nel confondere insieme “A Nausea” e “But, What Ends When the Symbols Shatter?“. Chi ha avuto l’opportunità di apprezzare a dovere l’ultima raccolta di inediti dei Death in June sa quanto si sentisse il bisogno di lui sul palco.
Per fortuna Snejdr non da segno di voler lasciare la scena: indossa la sua maschera, prova a spaventare gli astanti ed imbraccia la fisarmonica. In lontananza, dalla parte opposta al palco, si sente il fischietto di Douglas farsi largo tra la folla. Vestito di tutto punto e ancor di più (questa volta porta sulle spalle anche uno zainetto militare), Pearce si esibisce in un’inedita versione “crooner”. Nascosto dalle “Mimo Neutra”, il duo sembra davvero divertirsi nell’eseguire le cinque canzoni prescelte: “Life Under Siege“, “Wolf Rose” e “Peaceful Snow” (tratte dall’album omonimo) e le amatissime “Hail! The White Grain” e “Leopard Flowers“. Congedato (ed acclamato) Miro, il concerto prosegue nella forma più classica possibile.
La triade “industrial” (“Till the Living Flesh Is Burned” / “Death of a Man” / “Bring in the Night“) deve, stavolta, accontentarsi delle sole percussioni di Douglas e delle inquietanti registrazioni di sottofondo ed è interessante come anche gli adepti più navigati restino sempre ipnotizzati dalla performance del Misantropo per eccellenza. Segno lampante di come il nome Death in June abbia plasmato negli anni un’élite irriducibile, una cerchia irremovibile che non smette di emozionarsi davanti ad una proposta ampiamente rodata. Per restare “fedele alla linea”, Douglas persegue gli intenti di questo “Snow Bunker Tour” abbandonando la maschera e proponendo i classici del suo intero repertorio accompagnandosi esclusivamente con la chitarra acustica: da “Ku Ku Ku” a “All Pigs Must Die“, passando per le più recenti (e meno note, forse, anche meno amate dagli astanti) “The Maverick Chamber“, “Good Mourning Sun” e una “new entry” in scaletta datata 2005: “Takeyya“. Mostrando un po’ di insofferenza per il chiacchiericcio di sottofondo, il nostro “reduce” dà, come sempre, piena libertà agli affezionatissimi domandando a più riprese “What do you want to hear?” e accontentando un po’ tutti (spaziando da “Hollows of Devotion” a “Fields of Rape“), qualora la sua volontà e i tempi lo permettano.
Totalmente assediato dai fan in visibilio per episodi come “Little Black Angel” e “He Said Destroy” (non è un errore di battitura: la nuova versione è stata adattata per l'”attentato” dell’11 Settembre 2001), Pearce esaurisce le sue ultime forze chiedendo al pubblico di poter abbandonare il palco (che, come dicevo, è totalmente alla mercé dei presenti) e dichiarando fintamente seccato “Go away! You are too friendly! R-i-s-p-e-t-t-o!”, non riuscendo a nascondere un ghigno di soddisfazione per un calore che, ne siamo certi, non è abituato a ricevere. Alla richiesta bizzarra di un ragazzo che chiede gli sia ceduta una delle bandiere di scena, Douglas canzona il temerario di rimando: “This is my life! Give me your fucking life! ‘Give me the flag…’, it’s incredible. Give me one million euro!”.
In questi ultimi giorni di Dicembre, il tour sta per volgere al termine. Non sappiamo cosa aspettarci da Douglas P. e, com’è d’uso, non possiamo nemmeno immaginare cosa riserverà il futuro ai Death in June. Altro Snejdr? Altro “Totenpop” acustico dalle trincee innevate? Altri “greatest hits” in giro per l’Europa?
Una cosa è certa: questa serata è stata, umanamente, una delle più interessanti degli ultimi tre anni di Misantropia.
Setlist:
Life Under Siege (feat. Miro Snejdr)
Wolf Rose (feat. Miro Snejdr)
Hail! The White Grain (feat. Miro Snejdr)
Leopard Flowers (feat. Miro Snejdr)
Peaceful Snow (feat. Miro Snejdr)
Till the Living Flesh Is Burned
Death of a Man
Bring in the Night
Ku Ku Ku
The Maverick Chamber
Good Mourning Sun
Takeyya
Hollows of Devotion
Disappear in Every Way
Golden Wedding of Sorrow
All Pigs Must Die
Fields of Rape
Rose Clouds of Holocaust
But, What Ends When the Symbols Shatter?
Tick Tock
Luther’s Army
He Said Destroy
Fall Apart
Little Black Angel
Runes and Men
The Death of the West