Nine Inch Nails – Hesitation Marks
Ci son voluti ben cinque anni di attesa, di esilio sprezzante ma alla fine, dopo l’epopea patchwork di “Ghosts I-IV” e dopo le non proprio entusiasmanti derive di “The Slip”, abbiamo finalmente tra le mani la nuova, agognata estensione psico-musicale di quel geniaccio di Trent Reznor.
Meglio partire in quarta e non tentennare: Hesitation Marks è discreto, nulla più. Confezione come sempre sopra le righe ma a conti fatti ciò che riverbera dopo attenti ed impietosi ascolti, è una sensazione di incompletezza e, soprattutto, di delusione. Sia chiaro, Reznor dimostra per l’ennesima volta la propria indiscussa capacità di manipolare sonorità spigolose, di addomesticarle con mano sapiente. Però quello che manca è il pathos, l’ispirazione, il genio, il gesto ardito di colui che osa e conquista imperi di sporcizia in cui solo pochi temerari hanno il coraggio di avventurarsi.
L’album è una sofisticata cantilena di melodie catchy, esageratmente pop e inespressive. Emblematica la settima traccia, “Everything”, il pezzo più brutto e inutile che Mr. Self Destruct potesse concepire, con un ritornello pseudo-emo che ancora adesso è cagion dell’insofferenza più nefasta. Ascoltare per credere. A singhiozzo affiorano episodi mediamente accettabili e con spunti interessanti, come il flusso di coscienza di “Various Methods Of Escape” e il piglio ossessivo e preciso dei due singoli riempipista (“Copy Of A” e “Came Back Haunted”). Ma ad ogni modo si tratta di fiochi rimaneggiamenti che non lasciano quel segno atteso e preteso. Ben poca cosa intro e outro, assolutamente trascurabili. Qualcosa di apprezzabile si accende debolmente nel disagio pre-confezionato di “In Two”, senza concretizzarsi in qualcosa di più convincente.
In una parola: noia. Suoni e ambient ai massimi livelli, ovviamente. Però il tutto è così ovattato e reso innocuo che l’ascolto prosegue senza turbinii scismatici di sorta. Senza sorprese. E’ un disco che potrebbe far contenti molti, specie i nuovi listeners che s’approcciano tardivamente al project di Reznor e che mal digeriscono l’ellissi ispirata e ben più agguerrita dei suoi incisivi trascorsi. Ma in definitiva è un’opera che trasuda di eccessiva produzione certosina, a discapito di una vera e propria ispirazione, che latita e, alla lunga, infastidisce. Tuttavia non lo definirei un passo falso. Anzi, è prova e controprova di un alchimista musicale che conosce a menadito i trucchi del marketing e che, rimessosi alla maturità, sembra farsi trascinare placidamente in un mare sonoro sì elettrico ma ben lungi dalla tempesta creativa.