Tornano in grande stile i Klangstabil. E la loro verve balza subito con carica dirompente, precisa e ispirata come sempre. A distanza di cinque anni dallo splendido “Math & Emotion”, Boris May e Maurizio Blanco mantengono ben stretta la presa, senza cedere di un passo, a dimostrazione di un’innegabile maestria che ad ogni uscita discografica si conferma e, se possibile, si eleva ulteriormente. Una carriera fatta di masterpieces, sciorinati uno dietro l’altro come sagaci pugni nello stomaco, di quelli che si è ben disposti a ricevere, tale è la loro capacità di saper fondere con intelligenza le più disparate fonti elettroniche esistenti.
E quest’indole, pregnante nella forma e nei contenuti, esordisce in bella posa con l’opener ‘Shadowboy – The Awakening’, un incipit spiazzante che riecheggia di IDM e freestyle, in cui fin dapprincipio si pone in evidenza l’esegesi del concept intrinseco all’album, caratterizzato da una disamina della creazione artistica minacciata dalla distruzione dell’identità, che per l’appunto l’Arte in sè dovrebbe contribuire a formare e a cristallizzare. Il vezzo sagacemente polemico e costruttivo non demorde con ‘Pay With Friendship’, in cui l’esuberante necessità di cambiare lo status quo veicola il messaggio con un’elegante struttura hip-hop, accompagnata quasi ininterrottamente dalla delicatezza malinconica del pianoforte. E subito dopo è il turno di ‘Cinecittà’, caustica e condivisibile critica all’attuale condizione del Belpaese, vero e proprio manifesto che dovrebbe essere imposto come monito alle generazioni presenti e future, soppiantando l’ormai desueto Inno di Mameli: la verità amara a cui si conferisce musica e voce è un concentrato inestricabile e delizioso di poetico affrancamento dall’attuale dissesto nazionale a cui stiamo andando incontro, nell’immobilismo generalizzato di cui tutti siamo complici. La traccia successiva recupera i toni freestyle, picchiando giù duro con rancorosa ostinazione e malcelata virtù, avviandoci al gioiello techno di ‘Schattentanz’, che nei suoi sette minuti e poco più incalza l’ascolto con un crescendo epico caratterizzato dall’onnipresente leit motiv “I create, you destroy” e da un affastellarsi di stratificazioni sonore che assurgono a maestoso congedo nell’interlocuzione corale. Un capolavoro, nè più nè meno. L’atmosfera si alleggerisce con ‘Arbeitstitel’, un freestyle calibrato e smussato ove si conviene, mentre con ‘The Bottom of Your List’ la IDM si fa breccia e nido in un fulgore techno che fa dei BPM un pretesto per il trionfo dello sdegno e della malinconia. La conclusiva ‘End of Us’ riecheggia della title-track, irrobustendo l’agglomerato industriale con pessimistici – e sempre graditi – rintocchi sintetici di casse vibranti, celebrando una fine inevitabile che si fa carico della rinascita prossima ventura.
Forma armonicamente perfetta, contenuto edificante e costruttivo da diffondere su larga scala e, infine, un’eterogenea ispirazione che non teme nè tedio nè stasi. Senza stare a girarci troppo intorno, almeno non più di quanto abbia già fatto con l’analisi appena effettuata, è un disco che deve essere ascoltato e apprezzato.
Dunque, cosa aspettate? Come redarguiscono i Klangstabil: volete solo stare a guardare come scompare la vostra identità?
Svegliatevi dormienti. E aprite bene le orecchie all’epopea di Shadowboy. I create. You destroy.