In seno alla musica propriamente d’avanguardia, FM Einheit può certamente essere considerato artista d’elevata caratura. Dalla sua defezione dai Neubauten, avvenuta nell’annus horribilis 1996 durante la lavorazione del full length più trascurabile di Blixa e soci (il fatidico e profetico Ende Neu) di acqua sotto ai ponti n’è passata parecchia e le sue sperimentazioni sonore, di pari passo con un gran senso di coerenza e lealtà verso le proprie inclinazioni, non han ceduto alle tentazioni di vie più easy listening e dagli approcci più convenzionali. A dimostrazione di ciò sarebbe sufficiente menzionare i project Stein e Gry, veri e propri attentati colti e radicali alla struttura stessa della forma-canzone. Sarebbe sufficiente, certo. Ma non sarebbe un resoconto completo. Difatti le sue incursioni avanguardiste lo han visto poi collaborare fruttuosamente con Diamanda Galas, Ulrike Haage, Mona Mur e tanti altri performer accortamente pretenziosi. Ed è proprio questa attitudine collaborazionista che ha permesso la nascita di questo “Terre Haute”, concepito in sinergia con En Esch, ex-KMFDM e talentuso polistrumentista e la già citata Mona Mur, performer di culto degli eighties e con la quale già contribuì, nel 1982, a dare alle stampe il seminale “Jeszcze Polska”.
Data e definita l’entità di questa creatura tricefala, ravvisandone i prominenti connotati in ambito artistico, era prevedibile o quantomeno auspicabile la riuscita del progetto: e infatti così è stato. Concedendosi pure a rivisitazioni brechtiane con ‘Salomon Ring’, e ponendo pertanto l’accento sulla reinterpretazione decostruzionista dei modelli preposti (non dimentichiamoci le pur sempre solide radici di quelle “Strategies Against Architecture” dei “nuovi edifici che crollano”, specie nel loro periodo di massimo splendor geometrico e a cui, volente o nolente, rimanda inequivocabilmente, pur con spirito rinnovato e oltranzista), questo gioiello cacofonico-ma-non-troppo dimostra l’innegabile esigenza di valicare i confini per intraprendere strade nuove. E lo fa con modalità fedeli alla old-school e in medesima istanza rivolte alla rivolta del tempus fugit tipicamente moderna: un’eversione equilibrata, armonica e disarmonica.
Rivolta silenziosa e dunque frastornante, com’è nella miglior tradizione industriale (ebbene sì, pure l’industrial non si sottrae alla necessità di erigere una traditio che sia propria e identitaria, pur facendolo per meglio definirla e giustamente rovesciarla), s’apre alla nenia accomodante di ‘Sleep Baby Sleep’, teatrale e minimale, in perfetto accordo con l’estro vocale di Mona Mur, che si fa carico di una modulazione ipnotica che ben si presta all’immersione cognitiva in acque profonde e che viene poi falcidiata dal duetto sintetico di ‘Hacken’, in cui En Esch irrompe impietoso su Mur, quasi a dissolverla in tracotante osmosi con la sua voce tagliente e gutturale, in flebile contrapposizione. ‘Reach for the Sun’ concettualizza ancor più le mire astratte del project, dividendosi tra down-tempo e mitologia in spoken word (ancora En Esch, che si destreggia tra arzigogolii metallici e chitarre irriconoscibili e ossificate); a seguire, l’appetibile e accessibile ‘Kiss the Ring’, contraddistinta da un appeal riconducibile a certi Die Form. Tra le già menzionate rivisitazioni brechtiane della traccia successiva e tra i rimandi ingombranti agli Einstürzende di ‘Schick Kaputt’, s’approda infine alla title-track, chiusura esemplare di un disco affatto deludente, in cui si palesano ricerca e ritrovamento di questo triplice accordo artistico. La Trinità è compiuta. E con un sospiro di sollievo, il disco può ben dirsi riuscito.