
Bellissima scoperta questo disco degli Artcore Machine,duo di Rovigo formato da Moreno Padoan e Roberto Beltrame,progetto parallelo ai Bems (Bug Eyed Monsters),col quale già ci avevano deliziati.
Chi scrive ha immediatamente associato il titolo dell’ album all’ omonimo arcade-game degli anni ’80,legato ad una famosa leggenda urbana circolante nel Web,secondo la quale il gioco in questione avrebbe fatto letteralmente “impazzire” i giocatori,causando incubi e addirittura tendenze suicide,per poi scomparire dal mercato senza lasciare traccia.Secondo Wikipedia,non è mai stata provata l’ effettiva esistenza di tal videogame.
Questo parallelismo è ipotesi puramente personale ma che mi affascina,poiché anche questo album è un oggetto,strano,particolare,in qualche modo misterioso:atmosfere rarefatte e lontane da ogni compromesso commerciale,si fondono in un viaggio elettronico “introspettivo” dove l’ elettronica ha un’ “anima” e dove il suono si fa esplorazione di uno spazio-tempo proiettato anni luce dal qui ed ora.
L’ album esordisce con la traccia intitolata,simbolicamente e semplicemente, “I”:inizia minimale e rarefatta,continuando in crescendo,via via più “tirata” e vicina ai territori sia dell’ industrial noise che di Aphex Twin. Si prosegue con “Morphina”,electro-ambient dall’ incipit deciso per poi snodarsi tra l’ alternanza di pause rarefatte a momenti tesi e sincopati.Un viaggio elettronico/mentale,con echi dei Kraftwerk e,a tratti,vagamente Gobliniana.Inquietante ed efficace.
“Range” ha un inizio industrial a passo lento;ipnotica,può ricordare i Neubauten del primo periodo.L’ inquietudine continua,alienante e chimica,ipnotica e robotica.La musica plasma immagini e sembra essere stata fatta per esse,si sarebbe potuta sposare magnificamente a un film come Tetsuo.
La successiva “Raw” esplora e seziona il concetto di suono,ancora una volta si alternano momenti di ambient trascinante a pause riflessive,caratteristica ricorrente del disco; “Zehn”,dura,rarefatta e cerebrale,la segue a ruota,fredda e coinvolgente al tempo stesso,potrebbe essere soundtrack perfetta di un immaginario sci-fi movie.
In “Phukk” tornano le sonorità care a Richard D. James;musica come trip,di non immediata facilità d’ ascolto e metabolizzazione,in un pezzo teso e riflessivo,che dimostra appieno una grande abilità tecnica e una tendenza alla sperimentazione,mescolando sottili venature drum’n’bass all’ ambient tradizionale e ai già citati Kraftwerk. “Caterpillar” è musica che si fa elemento/macchina,come voce di un Grande Computer,un Hal9000 più che mai dominante su coloro che credono di dominarlo.
Passando per la schizofrenica “Xterm”,manifesto del dualismo tra lentezza meditativa e interferenze noise,del “pax vs bellum” che caratterizza l’ intero lavoro,e per “Instant Sospendu”,traduzione musicale del proprio titolo,istante sospeso di calma onirica,si giunge a “Splint”,che chiude l’ album: summa dell’ intera opera,puro esperimento noise-industrial,vera e propria sfida alla struttura convenzionale del suono.
Un disco non facile,a tratti disturbante,ma anche per questo unico e bello,senza compromessi.Un album che fa ben sperare nell’ evoluzione dell’ elettronica proveniente dal nostro paese:dopo troppi prodotti plastificati e omologati,arrivano,finalmente,il coraggio di sperimentare e di sfidare l’ ascoltatore.
Artcore Machine – Polybius