Società per l’industria del Freddo – Errori
L’errore vomita la sua necessità, reclama corpi da possedere nello stupro di esecrate intenzioni, concettualizza la sua sintesi criptica nel disagio di non potersi emancipare. E infine espelle ingombranti prigioni di tumefatta concertazione che vorrebbero esiliarlo dalle scelte intraprese nel corso di una vita. Accorgersi troppo tardi di essersi sbagliati, di aver mal ponderato le reali opportunità intraviste. E ritrovarsi a tu per tu con l’evidenza della propria svista, l’illuminazione consapevole che l’errore è parte di questo viaggio senza direzione. La catena è spezzata, resta il disagio di non avercela fatta contro il destino. E qui nasce l’urgenza di poterla controllare, di darle voce e musica sì da permetterne un’osservazione in terza persona, un modo fra i tanti per sopportarne l’inaudita potenza.
La veemenza dell’illusione a lungo cercata, l’inganno volontario di immergersi nella realtà si apre a ventaglio nei “12 Secondi Sintetici”, che nel fragore di un noise ellittico impugnano le armi fittizie di una rivolta contro la noia e il dolore, per tenere a debita distanza la paura di contaminarsi con il quotidiano vivere, tanto prevedibile quanto insostenibile. Un disagio glaciale, un senso vanificato che trasforma la paura in vergogna, che escogita trasfigurazioni “Analizzando il Tramonto” nella dispersione intenzionale dei punti fermi, implosi in sè stessi come entusiasmo soffocato. Il disadattamento sociale e individuale, a lungo trascurato, esplode nella diatriba tra il movente e la malefatta: dubbi esistenziali che non trovano risposta, chiusi a serraglio nelle distorsioni solipsistiche, confabulano come voci peregrine sul discernimento tra “Sintomi o Follie”. La patologia, la dissennata concessione a buttarsi via per una ragione, è forse avvisaglia di qualcosa ancorchè peggiore e senza soluzione, una discesa “Nel Niente”, un nihil iperreale che tutti ci attraversa, dentro e fuori, con ‘inevitabili e fastidiosi pensieri’. Ed è in un susseguirsi compulsivo di abbagliante terrore, dato dall’inadeguatezza di poter gridare al mondo e “In te” il desiderio tradito di poter essere realmente sè stessi, che ci ritroviamo in quel fatidico giorno in cui ‘ti rendi conto di aver perso tutto’, quando la certezza “Nascosta” di non riuscire a farcela si rivela repentina all’occhio finalmente spalancato e lacrimevole. La sconfitta è tale che le leggi del nostro “Universo Precario” implodono in incessante silenzio, lasciandoci nudi e imploranti al cospetto di una vita ingrata sotto un ‘cielo così nero, così vuoto, così morto’, abbandonati nella ricerca di una mano affettuosa che ci riscaldi da tanta fredda empietà, che ci effonda la ragione ultima per andare avanti, poichè “Il Resto” non ha senso. E ‘mentre il mondo grida il tuo nome’ e ‘ tutto cade giù’ si cerca inutilmente di trovar riparo in un abbraccio distaccato e lontano, che preclude una volta per tutte l’immane tentativo di redimersi e che di tanto affanno non concede “Nessun Guadagno”. La voce rasenta il sospiro, si affievolisce, tante urla l’hanno stremata: poche, lodevoli parole a porre fine a una battaglia persa in partenza, le cui gesta affatto eroiche spalancano l’estradizione raminga sulla “Zossener Strasse”.
Berlino? Uno stato della mente? O un’impressione incipiente? Quel che è certo è che il pathos che scaturisce da questi “Errori” rifocilla lo spirito di dilanianti emozioni, una ad una inanellate con sentita partecipazione e sgomento. Emozioni che parlano da sole, senza tirare in ballo influenze evidenti dal migliore alternative rock che si possa concepire. I giochi associativi, le facili disamine in termini di comparazione ne snaturerebbero le intenzioni, che brillano di per sè come stelle sì morenti ma palpitanti. Come il cuore che ottunde la mente, in un dialogo sempre più incompatibile eppure necessario, che si porta in grembo al pari d’embrione perennemente incompiuto, come un’opera abbozzata ma esaustiva, essenziale, pervasa del liquido amniotico da cui la vita estrae il dinamico virgulto per lottare e soccombere allo stesso tempo.
Da ascoltare. E farsene travolgere.