65daysofstatic – Wild Light
Una voce anonima, fredda e distante annuncia lo sfolgorio di una luce selvaggia tradotta in musica, ammonisce i viaggiatori del grande pericolo imminente senza sapere realmente cosa stia succedendo. Nessuno sembra saperlo, eppure il viaggio è già cominciato, una manciata di secondi. Tornare indietro sarebbe troppo tardi. E soprattutto, sarebbe un crimine nei confronti della bellezza che ci attende lì dappresso, nel crescendo scarno dell’opener track, minimale e interlocutoria, ammirevole apripista di un cosmico arabesco che colma la sua morfogenesi con simbiotica geometria: la perfezione nella sottrazione, una caparbia rinuncia all’accumulo di un distintivo wall of sound, in virtù di un’intraprendente esplorazione verso soluzioni e tonalità eterogenee ma coese.
L’onda sonora si propaga come onda concentrica, fa del suo moto la spinta propulsiva verso l’ignoto, cambia natura e materia, disgregandosi e riconfigurandosi nel suono che diventa colore. La proiezione è plurima, concatenata, consequenziale. Il prisma cattura lo spettro della cromatografia e lo fa scoppiare nella sua evoluzione, leit motiv del brano successivo, che recupera un tono lievemente più sostenuto e musical-muscolare ma sintatticamente affine al concept sotterraneo di questo viaggio interstellare, preconizzante soundtrack della nostra civiltà post-contemporanea, post-moderna e post-rock. E nel lampo accecante di un’illuminante deflagrazione, nella sua fugace imposizione che tutto imprime e comprime, trova concepimento la risacca (The Undertow) che ne arresta la corsa e la trattiene in un wormhole imprevisto. La resistenza è assente, totalmente vacante. All’opposto, suggerisce diplomatici stratagemmi di complice assonanza, celebrati nella quintessenza del pianoforte.
La sua libertà è permanente, la sua prigionìa è apparente e nell’illusione di un momento ormai perduto torna a tracciare la sua bisettrice tra lo zenith e il nadir, facendosi beffe delle macchie nere che hanno l’ardire di minacciarla (Black Spots) e scivolando via tra le abbacinanti ombre di una città di sonnambuli: tutti li attraversa e trafigge, ne dischiude le palpebre, li arrende alla redenzione di una pura visione, di un senso ritrovato e risvegliato dopo un trasecolare oblio di movimenti automatizzati (Sleepwalk City). E finalmente ne compie l’esuberante rinascita, l’elevazione traumatizzante che contraddistingue colui che percepisce quanto sia importante correre dopo aver imparato a camminare (Taipei).
Ma l’irruenza della luce, nella sua estensiva dispersione, pone determinate congetture che ne imbriglino l’audace protervia, misure draconiane che ne occludano e concludano il degnissimo proposito. Troppa verità nuoce a chi non ne è degno. Si creano feritoie e trappole per disfarne gli assunti (Unmake The Wild Light). Lentamente, con solenne discrezione, ogni cosa torna al suo posto, l’ordine è ristabilito. L’indomita accelerazione vira verso un suo contenimento, che ne garantisca un passaggio sicuro e sorvegliato, ma senza quel liberatorio virgulto che minaccia il sonno degli ostinati dormienti (Safe Passage). La dissezione è la nuova carne, la nuova segmentazione di una natura troppo forte, che per tale motivo è condannata ad un addomesticamento forzoso e conveniente in termini di controllo (Destructivist), la sua origine è demolita, così come la sua ragione. Tutto ritorna al principio, in precipuo epilogo (Artismal) ma la tensione è costante, ben lontana da una tregua che ne concili le parti.
Quel che resta da fare è ritornare sui propri passi, ripetere anche gli stessi errori ma non smettere di viaggiare. Mai. Ecco, a questo punto rimettete il CD daccapo, fate nuovamente i medesimi ascolti e vi accorgerete che qualcosa è cambiato. Non la musica, sarebbe impossibile. Allora cosa? Semplice: voi. Non si può discendere due volte nello stesso fiume, disse un filosofo. Chi vuol capire, intenda.