Quando ci si trova in e-mail un disco intitolato Oblivion, scritto da una band che ha come nome Ash Code, prodotto dalla Swiss Dark Night e che ha per giunta un teschio in copertina ti prepari quasi inconsciamente ad ascoltare un disco che sulla carta dovrebbe essere un ricettacolo di cliché gotici. Quasi ti disturba il fatto che la copertina non sia in bianco e nero e leggendo distrattamente i nomi dei brani ti rassicura il fatto che oltre a “Oblivion” ci siano titoli come “Crucified” e “North Bahnhof”.
Il primo singolo “Dry your Eyes” è accompagnato dal loro primo video che aldilà della sua realizzazione calca temi e scenari fin troppo utilizzati nell’immaginario decadente, quasi a voler sottolineare, come se ce ne fosse ancora bisogno, l’ambientazione di questo loro primo lavoro.
Oblivion è un disco di 10 tracce, con un classico mix di pezzi:
troviamo come apri pista “Void”, un pezzo strumentale, e in chiusura una ballata nostalgica, “North Bahnof”. E le altre otto? Direte voi. Per quanto gli Ash Code non si distinguano per originalità, rimanendo piuttosto ancorati a un gusto musicale oramai noto e privo di messaggi subliminali, funzionano. Anche piuttosto bene.
Il basso è incalzante e crea, insieme a una drum-machine dalle forti tinte minimal, un tappeto di suono diretto e orecchiabile che, suppportato da bpm mai troppo scarichi rende la maggior parte dei pezzi ballabili e sicuramente degni di una playlist da seratona anni 80. A questo aggiungiamoci della tastiere low-fi, dai suoni alle volte giocattolosi o passivamente standard che ritagliano spazi dalle tinte talvolta orrorifiche, con motivetti semplici o psichedelici pronti a supportare e condizionare un mood che rischierebbe di essere forse troppo ripetitivo. La voce convince, anche se gli effetti ricordano forse troppo i Covenant, come anche i Depeche Mode o, per avere un riferimento moderno, i Cold Cave. Il registro basso e impostato poi evoca ancor più riferimenti, ma questo è sempre il rischio dell’avvicinarsi a un cantato di questo tipo, alienato in stile Ian Curtis o più caldo ed espressivo simile ai London After Midnight (giusto per rimanere in tema).I ritmi di batteria o degli stessi synth riconducono anche a gruppi più elettronici e più vicini all’EBM: Vnv Nation o DAF, giusto per citarne alcuni. “Crucified” insieme a “Drama” sono sicuramente i pezzi che mi hanno colpito maggiormente, forse perché in questi due pezzi si è cercato di uscire un po’ più dagli schemi, anche con un suonato più originale e l’ausilio di una voce femminile (nell’ultima citata) che è un peccato non aver sfruttato maggiormente. “Waves with no shores” e “Unnecessary Songs” hanno un ottimo tiro ma hanno sonorità e arrangiamenti troppo scontati per poter essere incisive.
Un buon esordio comunque, anche se da una band emergente forse ci si aspetta qualcosa in più per poter contraddistinguersi tra tante altre realtà electrowave che negli ultimi anni sono spuntate come funghi, conseguenza anche di un revival del genere. Bisognerebbe inoltre curare maggiormente anche l’impatto scenico e mediatico, cercando di discostarsi un pò da tutto quello che è lontano dall’essere attuale, e che è diventato ormai vintage, sopratutto se si è nuovi e si vuole lasciare una propria impronta e un proprio suono, altrimenti si rimane copie di copie e per gli Ash Code sarebbe proprio un peccato.