Pochi gruppi contemporanei possono vantare di affacciarsi al panorama musicale italiano con una produzione simile a quella di “Gestalt”, prima prova discografica dei Caron Dimonio.
Una “demo” di cinque brani (più una “ghost track”) che fotografa pienamente, e con perizia, l’attitudine del duo bolognese a confezionare canzoni semplici, dirette, senza mai abbandonare la matrice onirica e surreale che contraddistingue il proprio “songwriting”.
Aiutati da un ingegnere del suono d’eccezione come Gianluca Lo Presti (alias Nevica su Quattropuntozero) della Disco Dada, Giuseppe Lo Bue e Filippo Scalzo fanno muovere i primi passi alla propria creatura in un tentativo lodevole di far coesistere tanto la forma-canzone quanto la sostanza lirica. Una dichiarazione d’intenti che risiede nel titolo dell’EP e che, attraverso una dimensione del tutto personale, travolge come un treno l’ascoltatore ignaro senza lasciargli il tempo di raccogliere i pezzi. Insomma, una prova in pieno stile avanguardista che, fortunatamente, non restituisce spazio alla comprensione spicciola ed immediata.
Il punto di forza dei Caron Dimonio risiede proprio in questo: inscatolare la propria anima in strutture scandite e sincopate, contrastare il proprio indecifrabile ego con suoni immediati e minimali. Quanto descritto si manifesta già nella prima traccia di questo spartano ma efficace dischetto: “Sul monitor” ha tutti i tratti distintivi per diventare una hit trascinante dal gusto retrò e, sebbene i simbolismi evocati dalla voce di Lo Bue si susseguano inarrestabili, il basso e la chitarra si rincorrono in un duello che si imprime ben bene nella memoria, ottenendo l’effetto ossessivo desiderato. “I ricordi” sostiene la paranoia dell’incipit attraverso spirali di synth e martellate alienanti di drum machine mentre Filippo Scalzo è impegnato a restituire ai fruitori un basso scheletrico, cupo e nostalgico. “I ricordi mi uccidono/E’ un mix sul guanciale” intona Lo Bue con una voce rotta e monocorde in pieno stile post-punk (che, per fortuna, non è impegnata a scimmiottare Ian Curtis, moda molto in voga negli ultimi anni). Molto più vicine al Bernard Sumner di “Power, Corruption & Lies”, le linee vocali verranno sovrastate per tutta la durata dell’EP dagli altri strumenti (fatta eccezione per l’episodio puramente strumentale di “Monolito”). E’ come se l’intento principale di questo lavoro sia far parlare suoni plastici e robotici, immagini appena suggerite, quasi a canzonare un pubblico che cerca violentemente di spiegarsi tutto, ma proprio tutto, e un’intera schiera di autori impegnati a cercare astruse -e spesso vuote- forme d’espressione. Ridicolizzare, insomma, una “Gestalt” priva di sostanza.
“Pensavo sarei morto a 18 anni” denota una capacità compositiva intrigante e che si spera emergerà sempre di più nelle prove future. Mentre il basso si sostituisce pulsante ad un battito vitale, si intuisce qualcosa di davvero profondo nei versi (“La verità col suo mantello aveva chiodi sulle ruote”), qualcosa che fluisce completamente, quasi a chiudere un cerchio creativo, nella traccia fantasma dal sapore un po’ “industrial”. Graditissimo il cameo di Christian Rainer che qui recita “La verità è che pensiamo a noi stessi come degli eroi, ci immaginiamo eterni. La verità è che la vita è una tragedia comunque, ci adagiamo su comode voragini.”
Tra echi di CCCP e una nostalgia esplicita per gli anni ’80, i Caron Dimonio fanno il loro ingresso nel mondo come band dalla spiccata umanità. Sinceri, immediati, senza fronzoli, con una lunga strada da percorrere sulla quale potrebbero affrontare gli aspetti più disparati del genere. Se il loro esordio fa i conti con un senso incredibile della misura, si aspetta di vederli impegnati con spirito più pionieristico in un “full-lenght” che, a quanto pare, non tarderà ad arrivare. Teneteli d’occhio!
