
Ospitato dall’industriale George Stark nella sua villa su un’isola del mediterraneo, uno scienziato – Frank Angel – si trova invischiato nell’ennesima rilettura – non accreditata – del famoso romanzo di Agatha Christie Ten Little Indians. Stark e altri due suoi colleghi – tutti accompagnati dalle loro mogli – cercano di strappargli una formula di una resina sintetica rivoluzionaria. Dopo una lunga parte introduttiva, la vicende subisce una brusca accelerata dal primo delitto. Di lì in avanti è una girandola di uccisioni, tradimenti, e atti scellerati di ogni sorta; fino all’improbabile ma sorprendente epilogo.
Se dal punto di vista della sceneggiatura il lavoro di Mario Di Nardo (Giornata nera per l’ariete, 1971 di Luigi Bazzoni) è tutt’altro che irreprensibile, altrettanto non si può dire di quello di Mario Bava (che già aveva diretto il seminale Sei donne per l’assassino, 1964). È infatti soprattutto il suo magico occhio artistico a sospingere una vicenda colma di incoerenze e astrusità a un livello particolarmente accettabile. Immerso in un impianto visivo coloratissimo e lisergico, caratteristico dell’arte “pop” del periodo – elemento per cui vale la pena menzionare l’importante lavoro di Antonio Rinaldi (che, non casualmente, con Bava aveva lavorato nel precedente Diabolik, 1968) come direttore della fotografia; e Giuseppe Aldrovandi (Il dio serpente, 1970 di Piero Vivarelli) e Giulia Mafai (Tutti i colori del buio, 1972 di Sergio Martino), ideatori delle scenografie che mescolano in un affascinante gioco di stili, architetture moderne a elementi più classici – il regista ligure gioca con le carenze dello “script” per costruire una sarcastica ballata sull’ignominia umana, sfruttando quelle trovate efficaci – la cella che si arricchisce di corpi umani sospesi come quarti i carne, per citare quella più rappresentativa – che in ogni caso Di Nardo riesce a inserire sulla carta. La sua macchina si muove, sfrutta lo zoom – di certo non ai livelli estranianti di un Jesús Franco – o incornicia i personaggi in un’abile ricostruzione fumettistica – ambito forse più adatto alla trama, considerando certe proposte offerte da testate come Cronaca nera – in cui le tonalità sanguigne sembrano voler “sbavare” sulle figure che compongono la giostra, quasi esprimendo una condanna, un destino ineluttabile che incombe su di loro, sottolineando, al contempo, quell’elemento apertamente retributivo – anche se l’epilogo di questo 5 bambole offre una soluzione piuttosto cinica e tutt’altro che moraleggiante – che svilupperà nel successivo Reazione a catena, 1971, autentico punto di partenza per il futuro “slasher” che gli americani svilupperanno a partire da Halloween, 1978 di John Carpenter e soprattutto Friday the 13th / Venerdì 13, 1980 di Sean Cunninagham.
Se gli aspetti visivo e tecnico-teorico sono elementi fondamentali nella valutazione del film, non vanno dimenticate nemmeno le splendide e ossessive musiche di Piero Umiliani (Orgasmo, 1969 di Umberto Lenzi) e le ottime prestazioni fornite da un eccellente cast, in cui tutti trovano il loro momento di protagonismo. In particolare emergono la sensualità di Edwige Fenech (Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, 1972 di Giuliano Carnimeo), l’aristocratico cinismo di Ira Fürstenberg (il già citato Giornata nera per l’ariete), la fresca bellezza della splendida lolita di Eli Galeani (Una lucertola dalla pelle di donna, 1971 di Lucio Fulci), qui all’esordio, il fascino velenoso di Renato Rossini (L’assassino ha riservato nove poltrone, 1974 di Giuseppe Bennati), la volgare prepotenza di uno splendido Teodoro Corrà (Body puzzle, 1992 di Lamberto Bava) e la distaccata ambiguità di William Berger (che rivivrà tematiche simili in La noche de los asesinos / Sospiri, 1974, di Jesús Franco).
Non uno dei capolavori di Bava, ma comunque un film che le sue grandi abilità innalzano a livelli ben superiori di quanto sia lecito attendersi riflettendo sul materiale a distribuzione, condito da qualche memorabile passaggio, e permeato da un’atmosfera di tagliente ironia che non viene mai meno, senza per questo dimenticarsi dei ritmi e della suspense necessarie a far vivere un “thriller”.
5 bambole per la luna d’agosto (1969 – Mario Bava)