
Giovane giornalista di una testata regionale viene coinvolto da un professore universitario in una rischiosa indagine che ha le sue radici in un misterioso evento correlato a un prete di una piccola comunità del pordenonese in pieno medioevo. Costretto dall’impossibilità di ottenere aiuto dal professore – che viene trovato del tutto incapace di intendere e volere – il giornalista si associa a uno studente dell’uomo appena impazzito, dando inizio a ricerche approfondite su di un particolare affresco che sembra contenere indizi rivelatori su quell’arcano evento. Ai due giovani e testardi detective improvvisati si rivelerà, troppo tardi per la loro incolumità, la medesima, terribile verità che è costata la sanità mentale all’anziano studioso.
Lorenzo Bianchini (già autore di Lidris cuadrada de tre, 2001) si dimostra un eccellente creatore di inquietudini e avvolgenti atmosfere cariche di mistero e di minaccia. Sfruttando peculiari inquadrature e giochi di montaggio, avvolge la sua intricata e affascinante vicenda in un ambito di crescente e incombente pericolo per i suoi protagonisti, costretti a barcamenarsi attraverso un labirinto di indizi da una forza assai più potente di quanto sospettino; fino a portarli a un minaccioso finale, potentemente lovecraftiano, che testimonia appieno come la bravura e l’intelligenza siano di gran lunga preferibili ai budget imponenti. Il risultato travalica assolutamente l’esiguo budget a disposizione (stimato in risibili 3’000 Euro), offrendo alla spettatore un viaggio, credibilissimo, attraverso orrori secolari, tangibili con mano, a soli pochi chilometri di distanza. L’unico vero difetto rimane l’audio in presa diretta che testimonia l’amatorialità di alcuni degli interpreti, per quanto, nel loro complesso, si rivelino perfettamente in grado di dare vita a personaggi realistici e dotati di un certo spessore – in più di un caso fornendo risultati assai più convincente di quanto non sia riscontrabile in cast di professionisti, magari anche di grido (e, in questo senso, Il cartaio, 2004 di Dario Argento “docet”).
Pellicola fortemente autarchica capace di rivelarsi invece una lietissima sorpresa, e che, anzi, potrebbe indicare la giusta via per un nuovo ritorno in auge di uno dei generi che ha fatto grande il cinema italiano.