Scombinatissimo giallo nel quale Mickey Hargitay (Gli amori di Ercole, 1960 di Carlo Ludovico Bragaglia) è uno psicologo di chiara fama, utilizzato dalla polizia – iconizzata da un ispettore nel quale si cimenta in una tremenda prova recitativa Raoul (Avere vent’anni, 1978 di Fernando Di Leo) – nelle complesse indagini su un misterioso serial-killer che dissemina un’imprecisata città – dovrebbe essere Londra, ma le auto viaggiano a destra… chissà? – di cadaveri femminili orrendamente mutilati e il più possibile discinti. Il sospetto numero uno è il parcheggiatore di un locale notturno – un quanto mai improbabile e improponibile Tano Cimarosa (regista nel 1975 di Il vizio ha le calze nere) – ma la verità è molto più complessa; e comprende l’eminente medico, sua moglie – una Rita Calderoni (Un tranquillo posto di campagna, 1969 di Elio Petri) eccessiva come non mai – e la nipote – tale Christa Berrymore – che la ama follemente. Finale in un bagno di (?) sangue. Polselli è un regista assolutamente folle; e, di conseguenza, le sue vicende sono assolutamente incongrue e appaiono – per lo più – incomprensibili. Hanno però la fortuna di trovare nella fotografia di Ugo Brunelli (come, ad esempio, nel caso di Riti, magie nere e segrete orge nel ‘300, 1973) la controparte che li rende degni di essere identificati come pellicole cinematografiche. Una volta di più, se visti nell’ottica del cinema trash, i suoi film sanno soddisfare i palati più fini con le loro vicende scombiccherate, i loro personaggi incredibili, la totale assenza di una qualsivoglia logica – artistica, produttiva, realizzativa. E questo Delirium (com’è altresì noto) ne è proprio il caso. Anche se con una durata abbreviata sarebbe sicuramente risultato un migliore passatempo per un gruppo di amici in cerca di facili risate.
Delirio caldo (1972 – Renato Polselli)