Pi greco il teorema del delirio si muove attorno alla storia di Max Cohen un genio matematico convinto di spiegare il mondo con un solo numero: il pi greco. La sua vita diventa tormentata e totalmente deviata da una estenuante lotta contro i numeri quantitativi. La borsa quindi diviene il suo demone da esorcizzare , il suo regno maledetto dove la follia potrebbe divenire successo e dove il successo potrebbe in poco tempo divenire fallimento.
Le previsioni di Max sembrano divenire a poco a poco sempre più precise ma mentre la matematica si cuce a carne viva alla sua anima ,la sua vita si sgretola come un castello di sabbia in balia del vento. La sua casa è un utero dai connotati cyberpunk dove “Euclide” , il suo supercomputer fatto in casa , diviene il suo coinquilino , la sua ossessione che amplifica le sue mancanze e le sue ossessioni. Il personaggio si pone nel limbo dello “uberman” , oltreuomo Nietscheano in grado di costruire macchine cibernetiche dagli scarti e di formulare teorie matematiche dal retrogusto impossibile almeno quanto geniali.
Lasciando la trama e gettandosi nel teorema dell’assurdo psicologico creato dal regista; quel che ci appare è un continuo disorientamento caotico privo di certezza e ricco di visioni surreali improbabili. In realtà andando a fondo e squarciando la pellicola che avvolge lo strato superficiale del film , si nota che tutto è una rappresentazione nitida e dettagliata delle struttura mentale del protagonista , divisa magistralmente da tre impalcature e da innesti simbolici magistrali.
I blackout successivi alle emicranie e la scena del “goban” ( secondo la tradizione giapponese la tavola del go ) sono sicuramente due punti focali dell’immaginario sul quale si basa la pellicola. Da sottolineare come il “goban” assuma le sembianze di un vero e proprio microcosmo vivente inizialmente semplice ed ordinato ma subito dopo caotico e complesso. Posizionando le pietre bianche e nere nella tavola del go si possono avere possibilità inimmaginabili di partite anche se comunque limitate (si narra che finora non ci siano ancora state due partite uguali un po’ come succede per i fiocchi di neve )
Essenzialmente la tavola del go diviene il simbolo dominante di questo complesso mondo digitale che si tramuta nella pura e cruda verità assumendo tutti i contorni della realtà , evidenziando l’eterna lotta dell’ordine e del caos. Le formiche sono la quintessenza del regista nonchè una delle più eloquenti metafore della vita ovvero quello l’emblema del gruppo e della socialità .La metafora ed il suo valore simbolico si pone in perfetto contrasto con la solitudine e l’alienazione di Max sedotto ed abbandonato dalla sua stessa instabile solitudine.
Le formiche assumono inoltre il legame perfetto tra razionale e sogno , in questo caso il regista si avvale di una teoria psicologica che afferma che chi è afflitto da sensi di vuoto e solitudine spesso subisca allucinazioni in particolare per l’appunto quelle popolate da orde di formiche che simboleggiano il reale bisogno colmare l’irrefrenabile desiderio di compagnia nascosto nei tumuli dell’inconscio.
Il bianco e nero come della pellicola diviene determinante . Il montaggio del regista assume un retrogusto ipercinetico dove il tema del caos e dell’ordine viene sorretto da solide tecniche di accelerazioni e su di una dettagliata e maniacale cura dei dettagli e la bravura con la quale viene descritta la paranoia , con primi piani allucinanti , inquadrature oblique fecondate da incessanti musiche elettroniche che ne amplificano la psicologia. “ho capito che fare un film è un’esperienza paranoica. Perchà© si dice sempre che ogni scena deve essere correlata al tuo personaggio principale, al tuo messaggio. àˆ lo stesso modo in cui vedono il loro mondo i paranoici-schizofrenici. Che il mondo intero ruoti attorno a loro. Perciò filmare è un’esperienza paranoica.”
Grazie alla descrizione ed alle tecniche con le quali vengono “disegnate” l’ossessione , i blackout e le emicranie molti studiosi hanno descritto quei frammenti di dolore come “Cluster headaches” ovvero il dolore più grande che si possa percepire così forte da superare addirittura quello dell’amputazione di un arto senza anestesia. Il dolore sovrumano descritto a meraviglia dal regista indipendente si sposa alla perfezione con il personaggio principale che diviene un fragile involucro nel quale viene iniettata un messaggio “divino” destinato all’umanità che pian piano lo logora , lo devasta fino a quasi distruggerlo totalmente , poichà© non in grado di sostenere questo enorme peso.
Per molti frangenti Aronofky sembra essere stato rapito dagli attuali b-movie americani che stanno infestando le sale , per intenderci quelli girati a basso costo con un 16mm in bianco e nero sgranato molto più vicini al video che al lungometraggio. Analogie ci sono anche nei costi vicini ai 60.000 dollari ed alla scenografia totalmente “fatta in casa” scritta dallo stesso regista e dal protagonista Sean Guilette.
La bravura e la diversità però stanno nelle sfumature ossessive , maniacali e paranoiche che si intrecciano al caos ed all’ordine i quali ciclicamente si rincorrono , si osservano , si studiano e si sfiorano senza mai toccarsi a fondo.
L’attrazione degli opposti fatto da continui avvicinamenti e da momentanei allontanamenti ripercorre in parte le ancestrali follie anarchiche già tracciate dai mostri sacri del genere come Lynch e Cronemberg su tutti ricalcandone anche gli aspetti prettamente ossessivi e visionari .
La dannata simbiosi tra uomo-macchina , le teorie che si muovono su di questo inesorabile processo contagiano l’osservatore come un virus assetato di corteccia celebrale. Un film acerbo , arduo da descrivere ma che si pone nel’esatto centro di un mondo freddo fatto di regole precise, macchine e solitudine che va a cozzare contro quello emotivo , umano imperfetto.
Apprezzabili sono i molti cameo presenti nella pellicola, come quello di Clint Mansell, il della colonna sonora, nei panni del fotografo-spia, fino ad arrivare al padre di Darren Aronofsky nelle vesti di un distinto uomo d’affari che fornisce a Max il nuovo chip per il super computer.