Barrymore – dopo essere stato già una figura importante del genere con il doppio ruolo protagonista di Dr. Jekyll and Mr. Hyde / Il dottor Jekyll e il signor Hyde, 1920 di John Robertson – si dimostra eccellente anche dietro la maschera di Svengali, un musicista dotato di straordinari poteri che lo rendono in grado di controllare la volontà altrui con l’ipnosi. Dopo una parte introduttiva giocata ui toni della commedia, entra in scena la protagonista femminile, Trilby – che in una scelta opposta fornisce il titolo al romanzo di Georges Louis Du Maurier alla fonte di questa pellicola – e l’umorismo si dissolve gradualmente, lasciando spazio all’”amour fou” dell’anziano Svengali per la giovanissima modella. Così, per eliminare la concorrenza del giovane pittore Billie, il musicista fa credere a tutti che la giovane si sia suicidata e sparisce, salvo riemergere diversi anni dopo come affermato direttore d’orchestra al servizio della moglie, ovvero Trilby, divenuta un’eccellente cantante grazie ai poteri mentali dell’uomo. Durante una data parigina, Billie la riconosce e la scopre prigioniera della volontà del suo anziano amante. Da lì prenderà avvio un lungo inseguimento che porterà al tragico epilogo.
Archie Mayo (che dirigerà titoli storici come The Petrified Forest / La foresta pietrificata, 1936) mantiene agile e stringata la narrazione, trovando anche il tempo per qualche prodezza tecnica – una splendida panoramica in particolare, che verrà ripresentata dal Alex Proyas nel suo The Crow / Il Corvo, 1994 – e si abbandona sulle certezze di una scenografia espressionista – opera di Anton Grot (Doctor X / Il dottor X, 1932 di Michael Curtiz) – di un atmosferico bianco-e-nero di Barney McGill (The Terror, 1928 di Roy Del Ruth) e di un cast ottimo nelle parti maschili; anche perché a Marian Marsh (The Black Room / Il mistero della camera nera, 1935 di Roy William Neill) – che risulta un po’ legnosa e incerta – basta il suo notevole fascino esteriore. Scritta da J. Grubb Alexander (The Man Who Laughs / L’uomo che ride, 1928 di Paul Leni) senza perdersi in particolari inutili, è una pellicola che ha il merito di seguire il dramma che coinvolge i suoi protagonisti con la giusta attenzione, inserendo un finale pessimisticamente fatalista dai risultati assai sorprendenti; come sorprendente è anche la suggestione erotica che – soprattutto nella prima parte – attraversa le immagini. Un classico – forse reso minore dal suo “status” di lavoro misconosciuto – la cui modernità di linguaggio riesce a rendere ancora godibilissimo.