Attivisti ecologi – tra i quali rimane coinvolta la figlia di un funzionario delle Nazioni Unite – partono alla volta della giungla cilena per salvaguardare un’area, abitata da una tribù selvaggia, dalle ruspe – e dagli ex militari – al soldo di una multinazionale interessata ai ricchi giacimenti di gas naturali sepolti nel sottosuolo. La manovra dimostrativa ha successo, ma, al momento del rientro negli States, l’aereo su cui viaggiano ha un guasto e si schianta nella giungla. Per i superstiti, catturati dai quei locali che sono venuti a salvare – primitivi e cannibali – è l’inizio di un calvario dal quale nessuno sembra poterne uscire vivo.
Eli Roth (Cabin Fever, 2002; Hostel, 2005) omaggia, a suo modo, il cinema cannibalico dei vari Deodato e Lenzi, aggiornandolo ai tempi odierni, sforzandosi in un progetto inattuabile culturalmente prima ancora che cinematograficamente. A differenza del caotico Hostel – diviso in tre parti nettamente distinte e mai realmente amalgamate – qui mantiene un certo controllo della materia – anche se, in società con il co-sceneggiatore Guillermo Amodeo (Aftershock, 2012 di Nicolás López), non può e/o non sa evitare passaggi ridicoli (il cadavere imbottito di marijuana), fallimentari trovate comiche (l’attacco di dissenteria di un’attivista, l’atto onanistico di Alejandro) di grana tanto grossa da poter rivaleggiare con i peggiori esempi dell’”American Pie comedy” (o i nostri “Pierini” più “grossi”); e un improvvido sottofinale che ha tutta l’apparenza di una resa a quella “multiplex generation”, qui apparentemente contestata – che gli consente di ottenere un risultato moderatamente efficace.
Inopportuno com’è paragonarlo a un cinema, filiazione di una società completamente diversa, Roth si accomoda allo spirito odierno eliminando qualunque scena di violenza sugli animali e riducendo gli estremismi sadico-splatter che furono, tutto sommato, la forza dei titoli che omaggia. Apparente tradimento, in realtà l’impiego di figure caratteristiche della società odierna – nel gruppo troviamo un ”hypster”, una “vegan”, una lesbica, uno “sballone”, un “colored”, a soddisfare le esigenze di una comunità ipocritamente eterogenea e integrata – sembra indicare, nell’ottima chiusa che riprende quella del lenziano Cannibal ferox, 1981, che i civilizzati non sono migliori dei comunque pessimi selvaggi, solo maggiormente dissimulatori – in un altro sostanziale mutamento, i ragazzi non fanno nulla per provocare una crudele ritorsione, ma vengono semplicemente individuati come dei nemici dall’Anziana del villaggio.
Tecnicamente ben fotografato da Antonio Quercia (Knock Knock, 2015 dello stesso Roth) e ottimamente musicato dallo spagnolo Manuel Riveiro (The Stranger, 2014 di Guillermo Amoedo), Roth si affida a un gruppo di interpreti poco noti ma di buona efficacia, con una coppia di protagonisti cileni – Lorenza Izzo e Ariel Levy – in grado di tenere il peso del loro ruolo.
Il film scorre agevolmente, a patto di accettarne i suoi momenti – decisamente – bassi, con diverse sequenze forti ben sorrette dagli ottimi effetti della storica KNB EFX Group – anche se il passaggio disturbante più efficace (l’arrivo al villaggio dei prigionieri) è, curiosamente, privo di alcun effetto – e un ritmo abbastanza sostenuto che non rallenta mai, sfociando in uno spettacolo di più che accettabile intrattenimento; ancorché sia sempre difficile comprendere le dosi di furbizia e onestà intellettuale del regista bostoniano.
The Green Inferno (2013, Eli Roth)
1 commento
Sempre Border line, il buon Roth anche se vi ho visto molta più volontà “politica” in questo The Green Inferno rispetto a un film pompato e dichiaratamente ipocrita come Hostel