
One-Eye è un guerriero muto e orbo, tenuto in cattività da gruppi rivali di Vichinghi che lo usano a guisa di gladiatore in violente lotte all’ultimo sangue con altri schiavi combattenti. Liberatosi dei suoi carcerieri, tra i quali risparmia il solo giovanissimo Are, incontra un manipoli di Vichinghi cattolici diretti alla Crociata per riconquistare la Terra Santa. Accompagnato dal fido Are, che ne fa da portavoce, il guerriero s’imbarca sulla nave dei nordici convertiti per un lungo viaggio che li porterà ben più lontano della preventivata Gerusalemme; e che non lascerà sopravvissuti.
L’unico vero difetto di questa intelligente rivisitazione del romanzo conradiano Heart of Darkness / Cuore di tenebra è un eccesso di calligrafismo, che, saltuariamente, finisce per annullare – per saturazione – la potenza evocativa della straordinaria fotografia di Morten Søborg (w Delta z, 2007 di Tom Shackland). Per il resto siamo nel reame della perfezione.
Il regista danese Nicholas Winding Refn (Bleeder, 1999) gioca, più ancora che sulla sottrazione, sul suggerimento, mantenendo il lungo viaggio (iniziatico) su un livello volutamente figurativo, affidandosi a un ritmo lento, trasognato – in alcuni momenti le immagini si cristallizzano in prolungati “tableaux vivants” – e, grazie anche agli splendidi scenari scozzesi, a una visionarietà estraniante, a tratti surreale. A creare un’atmosfera ancor più onirico-visionaria concorre anche lo scarso utilizzo dei dialoghi – asciutti e sempre incredibilmente significativi – riconducendo alla parola (e la scelta del mutismo nel protagonista non appare affatto casuale) un’importanza che il cinema attuale sembra aver completamente dimenticato.
Un immenso Mads Mikkelsen (King Arthur, 2004 di Antoine Fuqua) interpreta splendidamente il singolare eroe di questo percorso di purificazione attraverso i lati più oscuri dell’animo umano, accompagnato da un’altrettanto perfetta compagnia di attori – tra i quali vale la pena menzionare Marten Stevenson (dopo il suo esordio in Blessed, 2008 di Mark Aldridge) che indossa le vesti del giovane Are, innocente figura adolescenziale che porta in sé la sincerità e la capacità d’integrazione della sua giovane età.
Le musiche rarefatte – in stile “dark-ambient” – con potenti “crescendo” chitarristici rendono ancor più lisergica – o “epifanica” – la visione, trascinando lo spettatore in un lungo viaggio all’inferno e (quasi) ritorno che molto ha da dire sul colonialismo e sui colonizzati; e, ancora di più, sulla natura ambigua e schizofrenica dell’essere umano.
Non è di certo un film adatto al pubblico qualunquistico che riempie le sale multiplex di oggigiorno; ma merita un’attenta visione (da parte di menti aperte e pronte ad accettare la sfida di un regista non intenzionato a facili concessioni per platee narcotizzate) che rimarrà a lungo inchiodata nella memoria.
Valhalla Rising (Nicholas Winding Refn, 2010)