Di me le persone dicono tante cose, io dico semplicemente che sono una donna con gli occhi di una bambina di tre anni. Sono costantemente in esplorazione del mondo. Proprio come una bambina ho mille interessi e mi piace sperimentare, è cosଠche ho scoperto di amare scrivere e trovato il mio percorso di vita.
Sono una persona ipersensibile cresciuta in una famiglia che ha coltivato la mia sensibilità al meglio. In casa siamo tutti vegetariani per scelta etica e attenti alle tematiche ambientali quali l’inquinamento e la deforestazione. Miriamo, nel nostro piccolo, a ridurre il nostro impatto ambientale in modo semplice ed efficace.
E… se ancora non l’avete capito, sono logorroica da far sanguinare le orecchie.
“Schegge di Vetro†è un titolo che presenta molti livelli di interpretazione. L’ho scelto anche per questo, perchà© chiunque possa vederci qualcosa che gli permetta di riconoscersi. E la tua interpretazione è una di quelle che io stessa ho considerato ed è quella pi๠profonda. Dopotutto le donne sono portatrici di vita, in tutti i significati del termine.
Una seconda interpretazione, pi๠elementare, è lo strascico che ci portiamo dell’epoca vittoriana della visione della donna come angelo del focolare, creatura dalla natura “fragile†assimilabile al cristallo. Ogni donna sa, in realtà , quanta forza siamo in grado di esercitare su noi stesse e sul mondo che ci circonda, quanto dolore riusciamo a sopportare (anche fisicamente, studi scientifici dimostrano che è la donna e non l’uomo ad avere una maggiore resistenza al dolore) e questo ci rende tutto fuorchà© fragili. Volevo evidenziare questa definizione fuorviante che ci relega a sesso debole, quando giorno dopo giorno la vita dimostra la nostra forza, basti pensare all’impegno psico-fisico-emotivo di una donna che porta avanti una gravidanza e mette al mondo un figlio e se ne prende cura negli anni in cui è completamente indifeso.
Una terza interpretazione invece riporta in forma grafica la struttura dei brani: ogni racconto non disegna il personaggio a tutto tondo, ne esprime soltanto gli aspetti necessari alla corretta interpretazione dell’attimo narrato, per cui ogni racconto è un’istantanea, un frammento di una vita, una scheggia insomma, che col dolore che comunica diventa tagliente come vetro.
3) Nei racconti dai voce (in monologhi davvero dettagliati) ai tormenti femminili; si va dalla propria autostima e del tema del proprio corpo (“Il Fuoco”, “è l’amore”) alla violenza subita (“Sotto la pioggia”, “L’amica del cuore”), e poi ancora, l’aborto, la solitudine, l’incomprensione, il rapporto madre-figlia … Da cosa sei stata ispirata, per questa raccolta di novelle? Forse dalla quotidianità con cui i mass media pongono in risalto la violenza contro le donne e i femminicidi che negli ultimi anni avvengono con una frequenza quotidiana nella nostra “democratica” Italia? Rifacendosi ad un evento di cronaca, sono rimasta davvero sconvolta dalla vicenda di Valentina Pitzalis, completamente sfigurata, e da certi commenti riportati sul suo video, scritti da uomini appartenenti ad alcuni “partiti politici” …
Alcuni brani esprimono particolarmente il mio dolore personale, o la mia paura di trovarmi di fronte a un determinato dolore inevitabile (come la morte della persona amata, ad esempio). Altri cercano di portare alla luce dolori che ho visto vivere a persone a me vicine (incredibile quanto sia diffusa la violenza infantile e come siano le stesse vittime a tenere tutto sotto silenzio, impedendo cosଠche il mondo faccia giustizia). Ho lavorato a diversi brani interiorizzando quel dolore, ricalcandolo sulla mia pelle, in un certo senso mi sono infilata nella pelle di un’altra e in quella pelle ho scritto, lasciando venire fuori la sofferenza e la rabbia e il terrore. Sono stata un po’ tutti i miei personaggi perch੠volevo che chi leggesse si sentisse un po’ tutti i miei personaggi.
Credo inoltre che i telegiornali mostrino gli eventi da una prospettiva sbagliata. Cedono al dettaglio scabroso non per far immedesimare lo spettatore nella vittima e procurargli un’emozione che chiede giustizia, ma con una sorta di depravato voyerismo che personalmente mi disturba sia perchà© dirotta l’attenzione sulla ricerca di dettagli sordidi (svilendo quindi il valore della vita che è stata defraudata o persino distrutta) sia perchà© finisce col fuorviare le indagini. Ci stiamo assuefacendo a casi dall’efferatezza mostruosa (mi viene in mente la strage di Novi Ligure o il caso molto pi๠recente di Sara Scazzi) al punto che le “normali†violenze ci sembrano robetta. Non vediamo pi๠che dietro la notizia c’è una persona, c’è una vittima che soffre, la cui vita è andata in pezzi. Stiamo diventando vampiri, ci nutriamo dell’orrore altrui ed è una cosa che mi risulta inconcepibile al giorno d’oggi.
L’orrore nel mondo è sempre esistito (fino a 100 anni fa si tenevano esecuzioni di piazza a cui assistevano persino i bambini, neanche fosse una serata al circo), le violenze, in special modo sulle donne, sono state perpetrate e legalizzate per secoli (lo ius primae noctis, il delitto d’onore, solo per citarne un paio) e in particolare sono violenze legate alla sfera sessuale, a sminuire il potere che in realtà possiede il corpo della donna: quello di portare il piacere e la vita.
Ritengo che al giorno d’oggi i casi non siano aumentati rispetto al passato, forse sono addirittura ridotti. Semplicemente prima le denunce di violenza erano molto minori, e parlo di appena 50 anni fa, quando lo stupro era considerato semplicemente un “reato contro la morale pubblicaâ€. Quindi prima denunciare una violenza era controproducente per una donna che preferiva tacere e andare avanti. Oggi la donna sta maturando una consapevolezza maggiore della propria dignità di individuo, pretende di essere considerata con lo stesso rispetto che si riserva agli uomini ed è quindi pi๠“reattiva†contro quei reati che minano la sua integrità psicologica e fisica, per questo abbiamo la sensazione che i reati siano aumentati. In realtà sono aumentate le denunce. E in buona misura è aumentata la volontà della donna di lottare contro il proprio aggressore che, in antitesi, tende ad avere reazioni pi๠brutali per dimostrare la propria supremazia, per cui alcuni casi che prima sarebbero terminati in violenza e silenzio adesso si trasformano in delitti. Una cosa tristissima, ma in qualche modo “necessaria†a questa evoluzione cruenta verso la vera parità dei sessi, verso un era in cui (spero) non saremo pi๠considerate meri oggetti estetici e saremo realmente libere di esprimerci perchà© di noi non si vedranno pi๠solo le curve e il potere sessuale, ma principalmente il nostro mondo interiore.
La mia famiglia è caratterizzata da un susseguirsi di donne dal carattere forte e saggio e uomini di polso ma nel contempo riflessivi e capaci di comprendere quando agire e quando farsi da parte. Sono cresciuta vedendo una collaborazione che incarna (nei limiti delle imperfezioni umane) il prototipo della parità dei sessi. Questo mi ha resa pi๠recettiva al pensiero pagano pi๠primordiale, che non pone in rilievo nà© l’una nà© l’altra forza ma ne esalta le differenti caratteristiche in uno stato di perenne comunione.
La mia intenzione in questo brano sarebbe stato di inserire una figura femminile tra quelle persecutorie, cosa che purtroppo non era possibile se non a discapito della fedeltà storica che per me è importantissima. Ho cercato di compensare l’assenza di femminile nell’antitesi della strega con la presenza di un famiglio maschio, consapevole che persone pi๠vicine all’argomento avrebbero compreso la mia linea di pensiero.
5) Anche “Mia Figlia”, “un frammento brevissimo” di racconto è davvero incisivo, e quel bianco della pagina, dopo quelle sei righe, sta a significare la profonda angoscia della protagonista. Vorrei chiederti se lo hai composto quasi come se volessi scrivere una poesia…
â€Mia figlia†invece, è rimasta al suo stato embrionale perchà© nella sua brevità , nella sua essenzialità , contiene tutto quello che occorre.
Non ci sono parole per descrivere il dolore di una madre che si ritrova a dover seppellire il proprio figlio, si potrebbero versare fiumi di inchiostro e comunque non si riuscirebbe mai ad esprimere a pieno quello che è “il baratro†di una cosa innaturale come sopravvivere alla propria creatura.
Il solo modo per mostrare quel dolore è lasciar parlare il silenzio. Lo spazio bianco, appunto.
Si mettono in evidenza determinati fattori:
– la bellezza: Biancaneve, Fiordaliso, Cenerentola, la bella, sono tutte accomunate dall’essere belle. Non intelligenti, stravaganti, coraggiose, no. Belle. Come se fosse l’unica cosa che conta.
– essere principesse: quindi creature fragili, spesso “segregate†che, guarda caso, si mettono nei guai nel momento in cui sfuggono al “controllo†e cercano la propria libertà .
– il salvataggio del principe: sempre, la componente attiva è maschile. àˆ all’uomo che spetta agire, mentre la fanciulla è la parte passiva che puಠsolo attendere paziente il salvataggio, che spesso consiste in un semplice bacio, come a sottintendere che la donna non è capace di tirarsi d’impiccio nemmeno dalle situazioni pi๠semplici.
– l’antagonista: facciamoci caso, in Biancaneve è la matrigna, in Fiordaliso è la strega che adirata lancia la maledizione del fuso (attuata poi involontariamente da una vecchia che, disubbidendo all’editto reale, continua a filare sul fuso e causa cosଠla realizzazione della maledizione), in la bella e la bestia è la fata che, adirata per l’arroganza del principe lo trasforma in bestia, in Cenerentola sono la matrigna e le due brutte sorellastre. Sempre personaggi femminili, sempre emancipati, spesso dotati di poteri magici.
Questo itinerario ripetitivo sottintende un messaggio unico: cura la tua bellezza, perchà© è la chiave del potere, asserviti a un uomo e NON essere autonoma perchà© ti metti nei guai.
Credo sia inevitabile che senza il corretto stimolo intellettivo, queste bambine una volta cresciute non abbiano consapevolezza delle proprie capacità e diano valore a cose effimere, oggettivizzando il proprio corpo in asservimento al “principe†di turno per guadagnarsi uno status sociale che non credono di poter conquistare da sole.
Associando questo retaggio a un genere maschile che si sta vedendo defraudato della propria superiorità e spinge affinchà© questa creatura misteriosa e incontrollabile non prenda completo predominio su di lui (nel timore, naturale quanto errato, di ritrovarsi costretto alla stessa suddittanza che per secoli ha caratterizzato la condizione femminile rispetto al maschio) e mantenga la propria “ribellione†al sesso forte limitata agli ambiti del sesso, un ambito che, le pi๠intelligenti lo capiscono, avvantaggia pi๠il maschio della femmina.
L’uso materiale del potere sessuale è lo stadio pi๠acerbo dell’emancipazione femminile, un passaggio obbligato di sperimentazione del sà© che occorre alla donna per comprendere pi๠a fondo se stessa, le proprie capacità e le proprie esigenze, per recuperare quella consapevolezza perduta con anni di soppressione dello slancio sessuale (ricordo che è recentissima, in termini collettivi l’influenza dell’epoca vittoriana che addirittura insegnava alla donna a NON provare piacere durante l’atto sessuale e castigava quelle donne che invece non sottostavano a quell’idea di donna-madre-angelo del focolare, pura al punto da “subire†il sesso come un dovere in nome della procreazione). Quando questa generazione avrà preso coscienza dei propri bisogni, dei propri desideri, delle proprie esigenze, sarà in grado di trasmettere alle generazioni successive un bagaglio di conoscenze che le spingeranno ad una ricerca pi๠profonda e consapevole, rendendole meno inclini ad assoggettarsi agli altri e a “svendersi†come oggetti in funzione del raggiungimento di un banale status sociale.
7) La parità uomo-donna è formalmente sancita, eppure, nella realtà , viene quotidianamente violata; spesso si dice che le stesse donne avallano il silenzio e l’omertà , eppure, quelle che decidono di denunciare restano isolate o spesso, disprezzate proprio dalla stessa famiglia, senza contare l’inefficienza delle pubbliche amministrazioni e della burocrazia. Verrebbe quasi da citare Hanna Arendt, e la sua “banalità del male”: una firma o un foglio non firmato, diventano viatico del Male, che si diffonde non tanto in atti consapevolmente malvagi, quanto col sostegno di quelli dettati dall’incuria e dalla stupidità . Nella mia città quest’estate un ex marito ha ucciso con una violenza disumana l’ex moglie: le ha fracassato la testa con un mattarello. è risultato che era già stato denunciato pi๠e pi๠volte. è non è l’unico caso! Spesso perfino pedofili con una sfilza di denunce a loro carico sono “allegramente” in libertà ! Ma è davvero cosଠdifficile imporre una pena, una condanna definitiva?!
La giustizia non verrà applicata correttamente finchà© non evolverà abbastanza da capire che la condanna deve essere riabilitativa e contenitiva per evitare che l’evento possa ripetersi e non deve avere i connotati di una punizione divina eterna e inviolabile. Non ce ne facciamo niente di carceri traboccanti di pedofili, stupratori, assassini che una volta usciti saranno identici e precisi a come erano entrati. Non ce ne facciamo niente di reclusi a vita che sopravvivono coi soldi dei cittadini onesti.
Ci sono utili invece persone che vengono riabilitate a una vita onesta, persone che divengano realmente consapevoli dei propri atti orribili, perchà© ritengo che il senso di colpa sia l’unica vera giustizia applicabile perchà© la sola vera condanna è quella di non riuscire a perdonare se stessi.
Nel rapporto con l’uomo violento entrano in gioco fattori che non troviamo in altri casi (come puಠessere ad esempio lo stupro da parte di uno sconosciuto), psicologici, emotivi e anche di natura pratica.
Amare qualcuno rende ciechi, è una reazione chimica che ci spinge a minimizzare i difetti ed esaltare i pregi della persona amata. Questo meccanismo spinge la donna maltrattata a giustificare il proprio compagno, accollandosi colpe inesistenti e adducendo scuse (la pi๠classica “non voleva, non lo farà pià¹, è stato un incidenteâ€) per non dover affrontare la realtà . La donna maltrattata non subisce solo violenza fisica, la violenza è cominciata molto tempo prima mediante una forma di coercizione psicologica non calcolata da parte del maschio, ma come semplice esercitazione del proprio status di “fidanzato†(status ovviamente distorto). Al suo principio, ogni coppia ha un periodo di assestamento in cui si stabiliscono i ruoli e i confini che caratterizzeranno il rapporto interno negli anni a venire. In questo gioco di forze ciascuno tasta il territorio psicologico dell’altro in maniera inconscia, ponendo dei limiti entro i quali l’altro non puಠaccedere alla propria sfera pi๠intima e nel contempo cercando di valicare i limiti posti dall’altro. àˆ un processo che attuiamo tutti, maschi e femmine. Ed è qui che puಠiniziare la violenza psicologica.
Un uomo dal carattere troppo incisivo che è abituato a prendere con prepotenza ciಠche ritiene un proprio diritto e una donna dal carattere troppo conciliante che tende ad accontentare e sottomettersi senza far valere la propria dignità finiranno con l’istaurare un rapporto di suddittanza che potrà , negli anni, sfociare nella violenza fisica.
Se si hanno anche dei figli, spesso la donna è portata a subire per non privare i bambini della figura paterna e della sicurezza economica. Spesso, infatti, le donne che si sono ribellate e hanno trovato il coraggio di denunciare il compagno che le vessava sono state spinte a reagire quando la violenza dell’uomo si è allargata anche ai suoi figli, mostrando che il suo subire fino ad allora non era incapacità di reazione ma una volontaria immolazione per amore dei bambini.
Il video di Tori Amos è uno dei miei preferiti, trovo che abbia una forza emotiva tracinante, il potere delle immagini che sono interpretabili su molti livelli è straordinario. Abbiamo questa donna che apparentemente ci sembra vincolata, vittima impotente, ma lei riesce a mettersi in piedi, a camminare nel bosco nonostante i legacci, nonostante la benda sugli occhi, a piedi nudi nell’humus in una sorta di profonda comunione con la madre primigenia, fino a giungere all’elemento primordiale da cui proveniamo tutti: l’acqua. Le origini dunque, che rappresentano la rinascita cui va incontro ogni donna vittima di violenza: la possibilità di rinascere dalle proprie ceneri per affacciarsi a una nuova vita. Perchà© il dolore psicologico, la distruzione interiore è tale da rendere insopportabile ogni respiro, per cui a quel male o si soccombe, o si rinasce.
Paradossalmente, le persone che affrontano sofferenze indicibili hanno questo enorme potere di azzerarsi e riplasmarsi da zero, è solo una questione di volontà . Ogni dolore è una spinta a riforgiare se stessi in una forma pi๠evoluta e resistente, in qualche modo pi๠consapevole.
A grandi linee, nel tentativo di non spoilerare, posso dire che “Notturno d’Amore Rosso†racconta l’evoluzione interiore di Eleonora, una ragazza orfana di madre cresciuta in una gabbia d’oro completamente isolata dal mondo che ha un desiderio lacerante di conoscere i vampiri, a suo parere detentori di un sapere infinito in virt๠della loro vita eterna. Per incontrarli, Eleonora ogni notte li chiama con la mente e, quando finalmente uno di loro risponde al suo richiamo, non ha idea che da quel momento precipiterà in un incubo sanguinoso e terrifico, capace di portare alla luce segreti sepolti e scardinare completamente equilibri sottilissimi perpetrati per secoli.
â€Notturno d’Amore Rosso†sarà preceduto da un romanzo breve, “Straziami†che avrà funzione di introduttiva al mio universo gotico e porterà il lettore, mediante altri personaggi e un’altra storia gotica, alla figura del vampiro cosଠcome io l’ho concepita ed elaborata negli anni. Ai miei vampiri ho cercato di dare quanto pi๠realismo possibile. Ho lavorato anni e anni per costruire un’anatomia vampira verosimile, studiando testi di medicina e le principali malattie del sangue perchà© anche nei miei romanzi fantastici la base realistica è essenziale.
Di certo, i miei vampiri non hanno niente in comune con i loro cugini glitterati che tanto vanno di moda adesso – e che la sottoscritta non considera vampiri – ma si rifanno ai propri archetipi mitologici, le lamie, figure oscure già conosciute nelle civiltà della Grecia classica e dell’antica Persia.
11) Ti rivolgo la tua stessa domanda, posta nell’introduzione del tuo libro:”Quanto dolore puಠsopportare l’animo umano prima di andare in mille pezzi?”
Mi è piaciuta moltissimo anche questa frase, presa da”Illusione” :
“Di nuovo quella sensazione che Lilium sentisse frammenti di sà© andare alla deriva in un oceano di dolore… non c’è uscita quando il labirinto è nella tua testa, quando tu sei nel contempo il topo che lo percorre e il bambino crudele che ha creato le trappole. Non c’è fuga da noi stessi, non puoi sopprimere la colpa, il dolore. Non puoi riavvolgere il tempo e fare una scelta diversa.”
L’angoscia e il male di vivere, quindi, visti come intrinsechi alla nostra stessa anima, e non tanto provocati da eventi esterni, come comunemente si potrebbe pensare a prima vista?
Per rispondere alla prima domanda, io ritengo che non esista un modo per quantificare il dolore in maniera collettiva. Ciascuno ha un proprio metro personale e una resistenza interiore che varia da persona a persona e anche da situazione a situazione.
Nella mia – breve – vita, credo di essere arrivata alla conclusione che nessun dolore sia mai troppo grande rispetto alle nostre capacità di sopportazione, elaborazione e sopravvivenza. Il segreto sta nel ritorcere quel dolore a nostro vantaggio, rendendolo un punto di evoluzione, il principio di una costante rinascita. Non è semplice, ma ci si puಠriuscire.
Per rispondere alla seconda, ho sempre pensato che tutti soffriamo del male di vivere, o almeno io ne ho sempre sofferto. Non sono una persona “naturalmente†attaccata alla vita, soffro di continui stati depressivi immotivati e ho tentato il suicidio pi๠volte (anche quando non avevo ancora toccato la VERA sofferenza ma credevo di sà¬), in principal modo perchà© non riesco a comprendere come sia possibile vivere in un mondo che, anche in natura, si basa sulla violenza e sulla prevaricazione del forte sul pi๠debole.
Osservandomi intorno mi sono resa conto che spesso le persone riempiono la loro vita di fuffa pur di non diventare consapevoli del male di vivere che li abita.
Ho scoperto che il dolore diventa solo l’evento che obbliga la persona ad affrontare il senso di vuoto che ha sempre sentito dentro e ha tenacemente ignorato, perchà© il vuoto c’era già , il dolore l’ha solo portato alla luce.
Ci tengo a precisare una cosa che, con la sola lettura per diletto, probabilmente puಠsfuggire. Nonostante “Schegge di Vetro†sia una raccolta di storie sul dolore e abbiano quasi tutte una conclusione tragica, il mio intento non è quello di istigare al suicidio di massa (come ormai diciamo scherzosamente io e la mia editor quando parliamo di “Scheggeâ€).
Tutti, in un modo o nell’altro, possiamo riconoscerci in un brano di “Schegge di Vetroâ€, perchà© tutti abbiamo saggiato il morso della sofferenza sulla nostra anima. Voglio che chi legge si identifichi in ciascuna sofferenza e comprenda che il dolore è la cosa che ci accomuna di pià¹, che non siamo soli, perchà© tutti soffriamo.
Voglio spingerlo/a a scoprire dentro di s੠un percorso alternativo a quello oscuro delle mie protagoniste. Voglio provocare quel moto di ribellione davanti alla resa al dolore, voglio che si dica “io sono ancora in tempo, farಠdiversamente, io non mi lascerಠbattere dal dolore!†perch੠siamo sempre pi๠grandi di tutto quel che ci accade, dobbiamo solo diventarne consapevoli.