Diamo la parola a questo giovanissimo regista che si sta facendo conoscere con una serie di cortometraggi dalle atmosfere inquietanti e vittoriane, spesso tratte dai capolavori della letteratura. Il suo lavoro è visionabile su YouTube, e visto che in Italia ormai raramente si girano film e cortometraggi di matrice gotica/orrorifica, ho pensato di proporgli l’intervista, con l’augurio che possa concretizzare tutte le sue visioni oscure, incarnadole in molti altri cortometraggi, e perchè no, un intero film.
Sentiamo cosa ci racconta!
1) Ciao e benvenuto, Emanuele! Presentati ai nostri lettori!
Anzitutto ti ringrazio per la calorosa accoglienza, Lunaria, nonché per l’opportunità messa a disposizione.
Mi chiamo Emanuele Arciprete, ho ventitré anni e vivo a Napoli. Attualmente sono impegnato nella stesura della tesi per potermi laureare in Lettere Moderne, presso la Federico II; e prevedo di trasferirmi a Firenze o Bologna per proseguire gli studi. Tuttavia, non consentirò che questo spostamento possa avere ripercussioni sul mio impegno registico – prioritario, nella mia vita, assieme alla scrittura. Ecco perché cerco di condurre un’esistenza che sia quanto mai consacrata in toto all’Arte, alla sua analisi e alla sua creazione. In questo senso, tranne alcuni piccoli esperimenti condotti in precedenza, la regia costituisce solo l’ultimo canale espressivo al quale sono approdato, da quattro anni a questa parte; mentre la scrittura, assieme al disegno, ha da sempre segnato il mio percorso sensibile e poietico.
I miei modelli letterari sono: Gabriele D’Annunzio, Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire, Howard Philip Lovecraft; come modelli registici, invece, vi sono: Martin Scorsese, David Lynch, Stanley Kubrick, Mario Bava, Friedrich Wilhelm Murnau, Roman Polanski e il primo Dario Argento. E perché no, parliamo anche di quelli musicali: si va dai Black Sabbath, ai Type 0 Negative, fino agli HIM, senza tralasciare, in ambito classico, Maurice Ravel, Claude Debussy e Richard Wagner.
2) Su YouTube si possono vedere i tuoi cortometraggi. Partiamo da “Fosca”, una serie di tre cortometraggi (anche se rimasti incompiuti), ispirati al libro-capolavoro della Scapigliatura: “Fosca” di Tarchetti!
Iniziamo facendo un breve commento, così puoi avere modo di parlarci della “genesi” del tuo cortometraggio, svelandone i punti focali, perchè se ho ben capito rappresenta il vostro esordio a nome Icarus.
Per prima cosa, dico subito che la sceneggiatura segue fedelmente, per filo e per segno, l’Opera di Tarchetti, persino nelle frasi, così come la fotografia – l’incipit è da applausi; inoltre è suggestiva la scelta di girare in bianco e nero, e nei toni seppia, durante i ricordi del protagonista, Giorgio – e la musica, che sono resi magistralmente: la bellezza dei paesaggi incanta, così come la cura dei particolari tipicamente ottocenteschi: il calamaio, la penna, l’inchiostro sul foglio, le candele, le giacche e le camicie degli uomini, il treno… i riferimenti al teschio, all’assenzio…
Questi sono sicuramente i punti di forza della trilogia.
Ecco, vorrei che ci parlassi proprio del “making of” della trilogia.
Perchè hai voluto omaggiare Tarchetti, e come avete scelto le location, i costumi ecc. è tutto girato a Napoli e in Campania?
La sceneggiatura di “Fosca” è stata scritta tenendo sempre accanto il libro di Tarchetti. L’intenzione, infatti, era sin da subito quella di omaggiare un’opera spesso così ignorata nella Letteratura Italiana – un’opera che, soprattutto a livello personale, mi ha condizionato moltissimo, sin dalla prima lettura al quinto anno di liceo.
Pertanto, ritengo acquisisca ancora più valore, il nostro progetto, se si mette in conto come, senza alcuna esperienza alle spalle prima di allora – parliamo del 2010 – abbiamo voluto metterci in gioco, guidati da null’altro se non da una febbrile reverenza e da uno spirito d’iniziativa, che ben prescindevano dagli scarsissimi mezzi a disposizione. Infine, c’era già un’amicizia profonda a legare alcuni di noi, e questo è stato forse il vero motore della vicenda. Senza di essa, sarebbe stato difficile affrontare numerose avversità.
È iniziato così, come un esperimento ancora immaturo, che però, col tempo, ha assunto una dimensione e una dedizione sempre più profonde, benché inevitabilmente marcate dalla costante ristrettezza economica e dalla mancanza di attrezzature adeguate. Ciò nondimeno, abbiamo guardato oltre; ci siamo fatti le ossa, lavorando sul testo e sezionandolo come durante una lezione d’anatomia del Boito. Si è cercato di ricreare un’atmosfera complessiva, attraverso piccoli dettagli evocativi, come quelli da te colti, coi quali ricomporre la totalità di un’epoca, i suoi topoi, le sue ombre e le sue luci.
Parliamo di una “trilogia”, è vero, perché solo tre puntate di otto abbiamo pubblicato sul canale Youtube; epperò abbiamo comunque intenzione di far uscire, operando una selezione, quanto meno ancora la quinta puntata, incentrata sulla gioventù di Fosca. Troppo grande è il nostro legame con questo lungometraggio, che ci ha tenuti impegnati, tra una serie abbastanza lunga di vicissitudini, per tre anni: troppo grande perché lo si possa lasciare così, spezzato, anche piuttosto bruscamente.
A proposito della sua realizzazione, molti costumi sono stati ereditati da vecchi antenati, ed altri li abbiamo scovati in un magazzino teatrale, dove poterli acquistare a poco prezzo.
I luoghi scelti come set si trovano quasi tutti in Campania – molti dei quali sono edifici borbonici – escluso qualche dettaglio, ripreso ad esempio presso l’Oasi di Ninfa, vicino Latina, oppure a Torre Alfina, in provincia di Viterbo.
La decisione di traslare l’intera narrazione da Milano-Parma, al Meridione e a Napoli, è stata dettata in particolar modo dal fatto che, tutti napoletanissimi nella compagnia esordiente, non saremmo mai riusciti a mascherare adeguatamente l’accento nostrano, col rischio di sembrare ridicoli qualora avessimo finto di essere milanesi. Si è quindi approvato di non inibire l’influsso dialettale, preferendo cambiare ambientazione alla storia.
3) Stranamente, l’unico punto debole, a mio avviso, ma anche di altri spettatori che hanno lasciato i commenti, è proprio la scelta di… una Fosca troppo bella! Nel romanzo, specialmente all’inizio, Fosca assume valenze spettrali e orride, persino vampiresche, assumendo, specie verso la parte centrale e la fine del romanzo, le caratteristiche della personificazione stessa della malattia e della tomba; cito qualcosa, dal capitolo XV: “Il mio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca […] e mi trovai solo con essa. Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare una idea, così vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua […] Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne intravedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’eseguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la proporzione. Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati – occhi d’una beltà sorprendente. Non era possibile credere che ella avesse mai potuto essere stata bella, ma era evidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto della malattia.”
Ecco, l’attrice che invece avete scelto… è troppo bella!, anzi, in tal senso, in alcune immagini, è persino seducente e non ispira per niente il disgusto, ma piuttosto, la tenerezza; cosa che contrasta con la Fosca del romanzo, che è persino inguardabile. Per esempio, nel libro, spesso quando stringe la mano di Giorgio, lui ha orrore e disgusto, e neanche lo nasconde. Forse avete avuto una sorta di “tabù”, nel mostrare una Fosca davvero orribile?
Nessun tabù: si è trattato di una scelta ben precisa. Con poche risorse a disposizione, truccare in modo realistico una ragazza, in modo tale da reggere l’intera storia, sarebbe stato assai arduo, a maggior ragione perché il personaggio di Fosca è difficilmente inquadrabile: la sua bruttezza poggia su di una bellezza sfiorita, divorata. L’errore molto grave di Scola, nel suo “Passione d’Amore” (film che ho evitato di vedere fintanto che le riprese del nostro lungometraggio non si fossero concluse) è stato proprio questo, ovvero di ritrarre una Fosca non magrissima, ma fondamentalmente brutta di suo, senza alcuna contraddizione perversa nel fascino distorto. La Fosca di Scola, insomma, dispone dello stesso charme di una vecchietta sgraziata – ciò che nulla s’adegua al terribile profilo ritratto da Tarchetti, secondo il quale, tra l’altro, Fosca avrebbe solo venticinque anni. E noi, per essere davvero realistici, avremmo dovuto scegliere una fanciulla ammalata d’una forma gravissima di anoressia – poiché la magrezza è assai difficile da simulare. Alla luce di questo, abbiamo preferito ritrarre Fosca come quello che ella, nel libro, è solo metaforicamente: una sorta di Vampiro baudelairiano. Il magnetismo degli occhi, l’estrema malattia mentale, il conflitto che in Giorgio si scatena nell’essere diviso tra due donne potenzialmente intoccabili, l’una rovesciamento dell’altra: questo è stato il nostro piano interpretativo.
4) Al contrario, Giorgio e Clara sono invece ben resi e nella parte, come ce li si immagina nel romanzo. Il vostro Giorgio è molto decadente, il tipico gentiluomo ottocentesco, tormentato nell’interiorità, mentre Clara è perfettamente sbarazzina, così come appare nel libro. I due attori hanno reso abbastanza bene i loro personaggi.
Si è rivelato più semplice costruire il tipo di rapporto molto infantile instaurato tra Giorgio e Clara, in cui lei vive quello che, malgrado il matrimonio, si manifesta a tutti gli effetti come il primo amore, mentre lui ricerca un riflesso della perduta figura materna: la scena del confetto, l’amore per gli animali, la briosità di Clara, ben si confanno ad una fanciulletta nella prima adolescenza. Emiliano Ceglie, nel ruolo di Giorgio, è stato molto credibile nell’impersonare quel tipo di gentilezza antica e logorata, quasi aristocratica, al contempo sublime e malinconica – tutte sfumature caratteriali che, a dire il vero, gli appartengono anche nella vita reale.
5) Avete reso splendidamente le scenografie e i paesaggi; la scena al castello, dei due protagonisti, tra le rovine, lascia davvero senza parole: avete quasi reso un senso del sublime romantico, che si prova di fronte ai dipinti di Friedrich. Vorrei chiedervi se pensate di completare finalmente il ciclo, magari se vi proponessero qualche finanziamento o collaborazione.
Sono ben lieto che tu abbia potuto apprezzare la bellezza disfatta di un castello per il quale nutro una vera attrazione. Si trova vicino Caserta, a Maddaloni, e abbiamo dovuto interamente ripulirlo, da soli, poiché in molti l’avevano oltraggiato con scritte e rifiuti.
Attualmente il ciclo, in realtà, è già concluso: le otto puntate sono state montate, e si è portata a compimento pure gran parte del doppiaggio. Tuttavia, se finora non abbiamo terminato l’intero lungometraggio, è stato perché il lavoro si è man mano reso più logorante, e ci siamo accorti come intanto finisse per ostacolare anche la realizzazione di nuove opere. Questo perché Fosca è stato il nostro primo progetto: inevitabilmente, presenta grandi limiti strutturali, tali da impedirci, ad esempio, la partecipazione ad un qualsiasi festival. A parte questo, poggiando la nostra compagnia su ragazzi che son tutti studenti universitari, il tempo per lo studio ci ha spinti a valutare quali fossero le possibilità: la scelta verteva tra il portare avanti solo la post-produzione di Fosca, limitando dunque la possibilità di sviluppare nuove idee, oppure l’andare avanti, seppur a malincuore. Abbiamo optato per la seconda via; ma nulla toglie che in un secondo momento, magari, si possa concludere tutto e pubblicarlo su Youtube. Sino ad allora, come ho già scritto, faremo uscire solo la quinta puntata – a mio parere, la migliore delle otto.
6) Ora parliamo di “Oblivium”, cortometraggio basato su una storia molto allucinatoria; puoi parlarci del making of? Lo avete girato sempre a Napoli?
“Oblivium” è la nostra opera più recente, alla quale abbiamo lavorato oltre dieci mesi. Un cortometraggio che ci ha dato tantissimo, e che si è preso anche tantissimo: fatica, anzitutto, ed un po’ di tristezza per alcuni risvolti personali. Se non altro, avevamo alle spalle l’esperienza accumulata con “Fosca”, e col nostro precedente cortometraggio, “Le Lune di Giove”, primo ad essere uscito sotto il marchio “Icarus”.
Ad aprile 2013, per oltre un mese, abbiamo quindi tenuto gli incontri di pre-produzione, in cui si è affrontato come rendere il carattere di determinati personaggi – della madre e dei dottori in primis; dopodiché si è passati all’azione. Sui set sono stato affiancato da molte più persone che in precedenza, in special modo da ben due bravissimi direttori della fotografia, assieme a diversi assistenti impegnati nell’allestimento delle scene. Per ottobre, abbiamo concluso le riprese; e fino a gennaio si è lavorato alla delicata post-produzione: montaggio, musiche e doppiaggio.
I set adoperati si trovano quasi interamente nel napoletano: dai corridoi dell’Università Suor Orsola Benincasa, ai saloni del Convento Vincenziano, ai boschi della Riserva degli Astroni, passando per altre ambientazioni, quali sotterranei di palazzi, stanze di alberghi ottocenteschi (Il Bed and Breakfast – Palazzo Carafa di Maddaloni) e lugubri corridoi presso l’associazione teatrale Il Pozzo e il Pendolo.
7) Mi è piaciuta molto la parte poco prima del finale (che non sveliamo nei dettagli, per non rovinare la scena agli spettatori): lo avete reso molto bene, con quell’effetto di buio, squarci di luce improvvisa (rimanda quasi all’effetto stilistico della poesia di Pascoli, “Il lampo”: la terra ansante/livida, in sussulto;/il cielo ingombro, tragico, disfatto:/bianca bianca nel tacito tumulto/una casa apparì sparì d’un tratto;/come un occhio, che, largo, esterefatto,/s’aprì si chiuse, nella notte nera.).
Un horror famoso, nel quale si analizza la bruttezza, e il disgusto del mondo circostante di fronte al “mostro deforme” (che appunto, reagisce al disprezzo dal quale è circondato, diventando appunto il mostro che gli altri si aspettavano già in partenza), è “Basket Case”; c’è anche una puntata di “Ai confini della realtà”, che era incentrato sulla “presunta bruttezza” della protagonista. Più in generale, come ti è venuta l’idea del soggetto? Pensi di girare altri horror? Mi pare che più che puntare sulla “macelleria gratuita”, sei più propenso a puntare sull’atmosfera, e sul crescendo, di questa atmosfera. Anche in “Fosca”, ci sono scene in crescendo: le grida di Fosca, mentre Giorgio pranza, e la scena del feretro…
Confesso la mia ignoranza a proposito di quel film, “Basket Case”, e ammetto di non aver visto nemmeno la puntata di cui parli! Mea culpa. Anche in questo caso, la mia fonte è stata letteraria, e trattasi del racconto “Lo Straniero” di Lovecraft, un’opera alla quale sono particolarmente legato. Proprio grazie ad essa, all’età di dodici anni, sulle pagine di un’antologia scolastica, conobbi quello che appunto considero come un maestro insuperato, il cupo sognatore di Providence. Fu una vera folgorazione, e da allora la storia de “Lo Straniero” è divenuta come il punto zero per una nuova ispirazione che mi ha costantemente sedotto nel tempo. A diciassette anni infatti scrissi “Oblivion”, il racconto da cui abbiamo tratto il cortometraggio, sebbene cambiando il titolo in “Oblivium” per evitare casi di omonimia con altri film.
L’horror mi appartiene per propensione naturale, e credo che, in un modo o nell’altro, esso emerga ed emergerà sempre nei miei lavori: un orrore che sia intessuto di atmosfere e contraddizioni, la cui ponderazione si fondi sulla sorpresa, sull’immagine indotta ma non svelata. È un orrore più elegante, quello a cui miro, in grado di trarre alimento da paure intangibili, spesso ai limiti dell’allucinazione. In questo senso, giammai potrei girare uno splatter. Per carità, il fascino del sangue è innegabile, ed io stesso vi cedo più volte, seppur nei limiti, senza travalicare cioè una costante regola di buon gusto.
8) Visto che in “Fosca” hai dimostrato molta bravura nella scelta delle location, e nel rendere l’effetto delle rovine, del castello, della campagna, del bosco, le onde del mare e il temporale, vorrei chiederti se ti piacerebbe girare altre due storie legate al romanzo gotico: “Il castello di Otranto” di Walpole e “L’Italiano o Il Confessionale dei Penitenti Neri” di Ann Radcliffe, romanzi tutti incentrati sul travaglio emotivo dei personaggi e sulle ambietazioni orride e sublimi. Non a caso, “L’Italiano” è proprio ambientato a Napoli.
Tocchi un punto caldo, siccome i suddetti romanzi sono argomento della mia tesi, che affronta “La suggestione gotica”, in particolare nella Letteratura Italiana, ma con grandi riferimenti alla tradizione inglese. E ti dirò: ancor più che “Il castello di Otranto” e “L’Italiano o Il Confessionale dei Penitenti Neri”, avrei un enorme piacere nel girare una trasposizione de “Il Monaco” di Matthew Gregory Lewis, libro che personalmente ho adorato.
9) Che film ti piacerebbe girare? Quali libri vorresti riproporre sul “grande schermo”?
Attribuisco alla cinematografia lo stesso valore d’una poesia, a livello di concepimento: ambedue poggiano su di un’intuizione immediata, talora insperata; pertanto è difficile prevedere quali film girerò in futuro, così come mi è difficile profetizzare cosa scriverò. In particolar modo perché vivo una forma di equilibrio tra soggetti originali (ed è il caso de “Le Lune di Giove”, la cui sceneggiatura è stata scritta in collaborazione con Federico Scatola e Stefano Crispino; oppure dello stesso “Oblivium”) e tra soggetti desunti da libri altrui (come nel caso di “Fosca). Se però devo essere propriamente sincero, avrei due autentici desideri, per ora irrealizzabili ma assai tentatori: girare una trasposizione de “Il Piacere” di D’Annunzio, e sognando ancora più in grande, una de “La Divina Commedia”.
10) Puoi anticiparci qualcosa? State lavorando ad altro? Se non sbaglio siete anche disposti a girare video per le band, vero? Volete lasciare i contatti, nel caso qualcuno volesse contattarvi, per la sua band?
In cantiere c’è quella che sarà una versione abbastanza visionaria e steampunk de “L’uomo della sabbia” di Hoffmann. Proprio in questi giorni si cominciano a definire i primi dettagli dell’approccio al soggetto; eppure ci vorrà del tempo perché tutto prenda forma, trattandosi di un’idea assai complessa da realizzare.
Non molto prima che la “Icarus” sorgesse, ho girato il videoclip “Benvenuto in Italia” per i “Gruppo Sanguigno”. Ora, la “Icarus” è sia una compagnia cinematografica, che un ricco contenitore di progetti partenopei, e in questo senso, confluiscono in essa anche le opere di un altro regista, Tommaso Battimiello, mio collega di Facoltà. Insieme, giriamo videoclip per tutte quelle band e quegli artisti che non intendono ricorrere ai costosi tariffari dei professionisti ufficiali: presso di noi si può trovare un perfetto connubio di qualità, professionalità e risparmio.
I nostri contatti sono:
EMAIL: Icarusdream90@gmail.com
CANALE YOUTUBE: http://www.youtube.com/user/IcarusChannel?feature=watch
PAGINA FACEBOOK: https://www.facebook.com/Icaruscinema
11) Concludete a vostro piacimento!
Rinnovando i miei ringraziamenti per l’interesse, e per questo focus sulle nostre attività, spero che in tanti possano apprezzare un percorso artistico costellato di visioni, di soffuse inquietudini e incubi malsani!