Autori di “The Accuracy of Silence”, i Sorry, Heels ci hanno svelato tutti i retroscena che caratterizzano il loro debutto ufficiale, dopo un paio di EP e l’esperienza a nome Chants of Maldoror. I Sorry, Heels propongono un post-punk dai riflessi malinconici e lividi, che loro stessi amano definire, nell’intento, trasversale e simbolico. Ne abbiamo parlato con Fabiano, Simona e David.
1) Per prima cosa benvenuti! Presentatevi ai nostri lettori!
Fabiano: Ciao! Allora, siamo i Sorry, Heels e veniamo da Frosinone, ridente cittadina a circa 80 km dalla Capitale. Siamo ufficialmente “in giro” con questo nome dal 2013, anno di uscita del nostro primo EP, ma credo che molti lettori conosceranno alcuni di noi per via di precedenti avventure musicali…
Simona: Ciao a tutti, è un piacere conoscervi e siamo onorati di questa intervista.
2) Sorry, Heels: perché questo monicker? Che significato ha?
Simona: l’idea di questo nome mi è venuta mentre riascoltavo i primi brani che abbiamo composto.
La sensazione che provavo era qualcosa di sensuale e spigoloso allo stesso tempo, l’immagine del tacco racchiudeva entrambe le cose. Il Sorry invece sta ad indicare il fatto che la nostra musica ed il nostro modo di comporla è imprevedibile. Quindi “Sorry, Heels” è l’immagine di quello che siamo e di quello che vogliamo esprimere.
3) Dopo aver esordito con due Ep (“Wasted” e “Distances”, rilasciate il primo full-lenght “The Accuracy of Silence”. Passate a diversi stili: per esempio in “Light’s end” le vocals hanno una sfumatura quasi shoegaze, un sussurrato triste e opaco, così come “Bruises, not scars”… in “Carving a Smile” passate a una metrica più decisa e pulsante, così come “Last Day on Earth”, con chitarre molto alla Mephisto Walz… “Passing Through” inizia con un intro recitato e rimanda a un classico sound “scheletrico”, “Fragment” vira sul post-punk asincrono e scarno. Come descrivereste il vostro sound, se doveste usare una sola parola? è difficile incanalare nel songwriting tutte queste vostre sfaccettature o al contrario le canzoni “si fanno da sé”?
Fabiano: Allora… premetto che a me non sono mai piaciute quelle bands che producono canzoni tutte molto simili tra loro, con gli stessi suoni, le stesse soluzioni, ripetute all’infinito… Trovo sia una cosa stancante, e al contrario ho sempre apprezzato quegli artisti che fanno della varietà un valore… penso a Bowie o ai Led Zeppelin, ad esempio. Per quanto riguarda noi Sorry, Heels
posso garantirti che non c’è assolutamente nulla di premeditato, le canzoni davvero nascono da sole, e semplicemente ne seguiamo la naturale inclinazione. Siamo persone che ascoltano molta musica, dei generi più svariati, quindi è anche facile essere abbastanza “variegati”.
Simona: Concordo con Fabiano sul fatto che i gruppi che fanno sempre le stesse cose personalmente mi annoiano.
Mi sembra di guardare sempre lo stesso film. Invece trovo molto stimolante potermi cimentare ogni volta con qualcosa di diverso. Come ho detto anche altre volte noi non facciamo musica in maniera ragionata, siamo alla ricerca di un’atmosfera e su quello strutturiamo il resto. Allo stesso tempo siamo consapevoli del fatto che abbiamo una proposta molto trasversale, e che il fatto di non poterci etichettare rende tutto più difficile. Ma ne siamo orgogliosi, perché componiamo con il cuore e questo ci fa sentire liberi.
4) Curiosa la scelta di coverizzare “N.I.B” dei Black Sabbath… come mai questa scelta? La vostra versione è più evanescente, sfumata, liquefatta rispetto alla versione originale…
Fabiano: Fare una cover che suoni simile all’originale è totalmente privo di senso, anche perché sarà sempre meglio la versione originale. Poi, eseguire un brano di un gruppo lontano dalle proprie sonorità è molto più stimolante, oltre a lasciarti una certa libertà creativa.
Simona: Questa canzone così come anche Paranoid mi ricordano la mia
adolescenza, quando ascoltavo tanto Black Sabbath e Led Zeppelin. Quindi quando è saltato fuori questo pezzo nessuno di noi ha avuto dubbi. Nel rifarla però volevamo dare una nostra impronta e far sentire le nostre atmosfere (un po’ come hanno fatto anche i Cardigans in passato).
5) Da dove è preso lo strano intro di “In Love with Silence” (per inciso, la canzone più ossessiva e torbida, anche nell’incedere delle vocals)?
Fabiano: E’ la voce di Antonin Artaud, un estratto da una trasmissione radiofonica del 1947 nota con il titolo italiano di “Per farla finita con il giudizio di Dio”. La cosa ci interessava perchè in quest’opera, realizzata appositamente per la radio, Artaud affronta la tematica del “corpo senza organi”, ovvero -per semplificare al massimo il concetto- un corpo senza
organizzazione, totalmente libero e fluttuante, non organizzato e non organico ovvero non funzionale ad uno scopo preciso. Questo concetto può essere letto sia a livello psicologico che come metafora politica. Ovviamente ci sono delle rispondenze con il testo della canzone, ma forse sono palesi solo a noi…
6) Quali sono i temi che trattate, dal punto di vista delle lyrics?
Fabiano: Le liriche scritte da me ruotano invariabilmente attorno agli stessi temi, sempre di natura molto intima, che sviluppo però in maniera “poetica”, svuotandoli della tipica narrazione “per eventi” che è una cosa che sinceramente mi ripugna; mi concentro piuttosto sugli aspetti atmosferici ed evocativi, in maniera, se vogliamo, simbolica. Sono molto legato alla poesia dei “grandi simbolisti” francesi dell’ottocento, ed è da li che viene il mio modo di intendere la musicalità di un testo e il modo di usare le parole.
Simona: I testi che scrivo io non hanno un tema ben definito. Piuttosto raccontano immagini, sensazioni, frammenti di vita. Ogni singola frase è come se fosse un fermo immagine.
7) E per quanto riguarda il cover artwork? Ricorda certe copertine
minimal degli anni ’80.
David: Tra le proposte di artwork che avevo realizzato abbiamo scelto quella che secondo noi rappresentava meglio l’atmosfera dei brani contenuti nell’album. Sicuramente le copertine del post-punk sono state un punto di riferimento, in particolare le realizzazioni della Factory.
8) Avete all’attivo un paio di video. Potete descriverne il making of? Come mai avete optato per la scelta della danza?
David: Nel caso del video di Last Day On Earth abbiamo preso spunto dalla nostra vita di tutti i giorni, l’inevitabile routine… ovviamente vista con un’ottica più “poetica”.
Mentre il video di In Love With Silence è stato un esperimento. La ballerina che ha interpretato la canzone non conosceva il brano e ha improvvisato in modo spontaneo ciò che suggeriva l’atmosfera della canzone. Poi il montato delle varie riprese e la fotografia hanno creato il filo conduttore dell’intero video.
9) Dal punto di vista live vi siete già esibiti, e inoltre avete all’attivo anche l’esperienza col vostro precedente progetto, Chants of Maldoror. Potete raccontarci qualcosa di più, per quanto riguarda la vostra attività on stage?
Simona: Quello che più ci interessa dal vivo, è far provare al pubblico, che ci segue le stesse emozioni che proviamo noi nel suonare i nostri pezzi. A volte, se la situazione ce lo permette, proiettiamo delle immagini alle nostre spalle.
Queste immagini spesso rappresentano i nostri gusti, non solo al livello musicale, ma anche artistico letterario e cinematografico. Le scalette che eseguiamo spesso sono caratterizzate da dei crescendo. Partiamo da pezzi più lenti per arrivare a pezzi più aggressivi; in maniera da evocare un mix di sensazioni contrastanti.
David: E’ sempre molto difficile, di questi tempi, organizzare live show fuori dalla nostra città, un grosso dispiego di energia che ci porta spesso a rinunciare… ma quando saliamo sul palco siamo sempre molto entusiasti e i nostri live sono sempre molto energici.
10) Concludete a vostro piacimento l’intervista!
Simona: Stiamo componendo i pezzi per il nuovo disco, quindi ci auguriamo che continuerete a seguirci…
Fabiano: Mi piace concludere con una citazione, a me da sempre cara: “L’arte è un simbolo perché l’uomo è un simbolo”.