Mr. Kitty – Life (2013)
Solo-project in continua evoluzione, Mr. Kitty propone un sound di volta in volta sempre più smussato ed elegante, caratterizzato da gradevolissime nenie synthpop/indiewave dal retrogusto amarognolo ma irresistibilmente affascinanti. E questo ‘Life’, quarta prova e disco di chiusura di una tetralogia del “chiaroscuro” che esordì nel 2008 con ‘Until Death Do Us Part’, non smentisce le velleità perfezioniste del moniker dietro cui si cela Forrest Carney, schivo texano che ne diede i natali undici anni fa.
Fatte proprie le lezioni stilistiche impartite dalle influenze della retroguardia e affinato il metodo con le numerose releases a base di furbeschi remix che hanno inframmezzato le attese tra un’uscita e l’altra, ‘Life’ alza subito il tiro con “Insects”, malinconico e additivo esordio di una proposta fin troppo ricca e sfaccettata, per un totale di quindici tracce tecnicamente ben confezionate e assolutamente esenti da sbavature (forse fin troppo); tuttavia la nota dolente è da ravvisare nell’uso improprio e fin troppo impersonale di una voce monocorde, che alla lunga potrebbe stancare anche l’ascoltatore più ostinato.
Il trittico iniziale, che prosegue con “Heaven” e “Unstable” attesta su livelli massimi una qualità indiscutibile, che però tende a disperdersi nelle tracce di subito successive, in cui lo spettro di Depeche Mode e affini si palesa in maniera eccessiva, appiattendo le primeve intenzioni con asettica monotonia. Con “Drown” il mood s’incupisce, segnando un netto distacco con la prima metà del disco, malinconica sì ma trasognante e trascinante.
Qui irrompono ansie e rimpianti, lacrime trattenute e occhi gonfi di orgoglio soffocato, che forse trovano conforto nella galaverna londinese (“London”) o nella semplice fuga in cerca di sè o di qualcosa che gli assomigli, riconoscendosi nello sguardo devoto di colui/colei che ci e si ama (“Dearlove”, “Escape”). Escogitarle tutte, pianificare le alternative, via via scartarle e stracciarle una dopo l’altra e inseguire la chimera della dimenticanza, per un ritorno alle origini, per un’occhiata incosciente alla radice di tutti i mali e di tutte le preghiere.
E’ una soundtrack ideale per l’ascesi pindarica, per la divagazione mentale e, a dirla tutta, pure per l’autocommiserazione. Tuttavia è innegabile la sua evidente bellezza, romantica e tragica, distaccata e pungente al tempo stesso. Ecco, “sentimentale” è il termine più esauriente per attribuirne il giusto identikit. E’ un bel disco, specie considerando la grande bruttezza che c’è in giro, però maggiore parsimonia nel materiale proposto e una voce meglio caratterizzata avrebbero di certo fatto la differenza.