La capacità di David Bowie sta nel preconizzare i tempi e le mode o di adattarcisi senza forzature, riconfigurando la propria essenza camaleontica alle istanze del momento. E questa è una virtù peculiare per avere salva la vita nel vasto e spietato mondo del musicbiz. Probabilmente è pure tutto ciò che serve per non essere dimenticati o snobbati dagli scribacchini di turno, i quali, in presenza del fu Duca Bianco, vuoi per una linea editoriale propensa alle facili lusinghe, vuoi per una redazione più reticente ma tutto sommato accondiscendente, hanno sempre dimostrato scarsa obiettività in materia. E pure stavolta si ripresenta l’increscioso episodio, fomentato da un hype di viral marketing che ha preceduto l’uscita del disco (dopo ben 10 anni di vuoto). A destra e a manca si grida al ritorno del profeta, lo si osanna come non mai, come fosse il guru di una religione che tutto questo tempo se ne sia rimasta in placida attesa per il nuovo avvento del caro Messia, in eremitaggio stoico in chissà quale altura o caverna.
Molto rumore per nulla. Anzitutto il sound è un passo indietro, un back to the roots, la qual cosa potrà essere fonte di sollazzo per i nostalgici che strisciano là fuori ma non lo è per chi, come il sottoscritto, pretende dal Bowie di turno di rimettersi in gioco com’è giusto che sia (visto che ora come ora se lo potrebbe pure permettere, anzichè scegliere come al solito la strada più semplice, quella già battuta e abusata). Il tappeto sonoro si apre con la title track, blando esempio della caratura di bassa lega di cui s’è appena accennato, con vocalizzi, musiche e testi appena sufficienti a motivarne l’ascolto: una qualità al ribasso dunque, salvata solo in un secondo momento dal videoclip diretto da Floria Sigismondi (suo pure il video di “The Stars Are Out Tonight”, altro singolo estratto dal lotto).
Episodi tutto sommato decenti e di buon auspicio li si ritrovano in “Love Is Lost” e, seppur in misura assai minore, nell’ormai nota “Valentine’s Day”, dove l’effettistica d’avanguardia (centellinata e quasi impercettibile) sposa alla perfezione il recupero vintage di certe sonorità glam-rock che tutti noi conosciamo bene o quasi. Il resto del disco si lascia ascoltare senza colpo ferire e senza lasciare chissà quale gradevole ricordo. Certo, una cosa bisogna dirla: visto lo squallore delle sue ultime uscite discografiche, con quest’astuta operazione di marketing di cui The Next Day è l’evidente climax, si percepisce un deciso miglioramento che lo risparmia dall’insufficienza. Non che ci volesse molto eh. Il sound engineering è comunque ottimo ma non basta.