E’ sempre difficile avvicinarsi ad una band di nuova generazione che dichiari apertamente e senza remore le proprie influenze accantonando pregiudizi di sorta. A maggior ragione che l’ultimo decennio abbia visto la nascita di una miriade di gruppi che tuttora guardano voracemente agli anni ’80, riscoprendoli, celebrandoli e, più spesso, saccheggiandoli.
In questo contesto, anche il trio napoletano dei Geometric Vision, accolto recentemente sotto l’ala della Swiss Dark Nights, rischia di non restare esente dai preconcetti che il proprio “Dream” suggerisce all’ignaro ascoltatore. Lo “Chant d’Automne” di Baudelaire che fa da incipit all’album su un tappeto di soffocate distorsioni sintetiche e spasmi elettronici, per quanto amabilmente claustrofobico, potrebbe farsi portavoce del solito revival di icone, immaginari, suggestioni e atmosfere trite e ritrite-amate e riamate da giovani e meno giovani vestiti di nero, araldi del gotico in tutte le sue forme e bohémien metropolitani dall’estetica punk. Eppure “Dream” è molto più di questo.
Le dieci tracce che compongono questo disco disegnano una parabola, un sentiero le cui tappe hanno il potere di mutare violentemente l’umore dell’ascoltatore. Condurre per mano il fruitore non è mai cosa scontata. Se i suoni e le strutture principali dei brani rappresentano un limpido omaggio alla “golden age” della Dark-Wave più definita, la vena compositiva del gruppo non ristagna nemmeno per un attimo. L’alchimia che viene qui proposta è incredibile: si è consapevoli di star consumando qualcosa di derivativo, ma questo qualcosa si fa vieppiù delizioso man mano che ci si addentra nel cuore di questo gioiellino.
“Solitude of the Trees” è forse l’episodio più rigoroso che vi capiterà di incontrare durante l’ascolto: gli echi di Clan of Xymox, dei Cure più minimali del periodo ’81-’82 (Seventeen Seconds-Faith) e, soprattutto, dei Neon, galoppano attraverso un gusto spiccato per le melodie più fredde e taglienti. Già con “Never Stop the Dance” l’oscurità lascia il posto ad un’elettronica più personale e ad una lirica corale che fa dell’epicità il suo punto di forza, ma è quando si superano le prime tre tracce che emerge la vera essenza del gruppo partenopeo. L’organico rappresentato da “We Have No Time”, “Skies” e “In My Cold Room” è un vero e proprio climax emozionale dai timbri e dal retrogusto squisitamente (dream/synth)pop, sapientemente celati dall’austerità che impongono le personalità degli autori. Le chitarre di Roberto Amato dipingono paesaggi onirici, scandendo le armonie con timida maestria e leggerezza, intrecciandosi talvolta col basso di Campanile (“Skies”), che più di altri ha assimilato la lezione di Peter Hook e di Paul Raven rendendola propria, talvolta con il synth (“In My Cold Room”). La voce di Ago, in questa tripletta, mette a nudo un autentico potenziale: in “We Have No Time” non teme di rivelare i suoi colori più caldi ed evocativi, commuovendo e rincorrendo sfumature di rara semplicità e bellezza. Allo stesso tempo, se in “Skies” resta monocorde senza strafare, riesce a restituire interpretazione anche in una prova “robotica” come quella di “In My Cold Room”, ricordando a tratti il grande Mark Mothersbaugh dei Devo. In un lavoro che non fa principalmente leva sulle linee vocali quanto sui suoni e sulle atmosfere, stupisce la spontaneità di tali suggestioni.
La chimica che i ragazzi sono riusciti a bilanciare a questo punto dell’album basterebbe a confutare ogni scetticismo riguardo la natura del progetto. Tale piglio creativo in un “corpo” denso di richiami al passato prende alla sprovvista e non riesco ancora a capacitarmi di come sonorità tanto “old school” possano evitare di annoiare e resistere conservando immediatezza.
Il viaggio prosegue con una successione di brani dall’incedere più elettronico e gelido: “Two Rums (I Miss You) Four Rums (I Lost You)” lascia più spazio a spirali psichedeliche e scanditi momenti “dance” mentre “Stranger” porta avanti il discorso ritmico facendo dei suoni medi e legnosi del basso i veri protagonisti.
Mentre annego, mio malgrado, nelle nebbie del “Sogno” che chiude questo compendio oscuro del 2013, penso a come sia stato piacevole scoprire -finalmente- un tributo sincero (che non si nasconda a tutti i costi, insomma, dietro penosi tentativi di “innovazione”) e diretto, senza fronzoli né barocchismi. I Geometric Vision restituiscono nuova “psyché” ad una scena naturalmente esauritasi con gli anni senza sembrare ridicoli o superflui imitatori.
Non fate l’errore di liquidarli come l’ennesimo gruppo “revival” e non frammentate l’ascolto di “Dream”. Rischiate di perdervi qualcosa di cui potreste avere bisogno.
