“Se per Godot intendevo dire Dio, allora avrei detto Dio, e non Godot”. E’ ciò che rilascia Beckett in una sua intervista. Ma allora chi è Godot, e perchè tutti lo aspettano? In un clima da “teatro dell’assurdo”, senza spazio, tempo o significato, i due anti-eroi Didi e Gogo fanno scorrere il tempo tra incontri insensati e parole stranianti. Lì dove manca un senso, il lettore si sente in dovere di trovarne uno. E’ forse questo a rendere così affascinante un’opera del genere, ingiustamente criticata e sempre troppo sottovalutata per le sue infinite potenzialità. E’ semplicemente genio puro.
Beckett scrisse “Aspettando Godot” nel giro di pochi mesi, dall’ ottobre 1948 al gennaio 1949. Eppure quest’opera sarà destinata a diventare un vero e proprio terremoto teatrale, che segnò il ‘900, insieme a Brecht (però le idee dei due autori sono antitetiche).
Opera “surreale” e assurda:
Non c’è trama, ma solo dialoghi che non conducono mai all’azione: la conversazione è lo specchio del Vuoto Esistenziale, con i due protagonisti che aspettano, colmando il vuoto dell’attesa (..o della vita?) con parole a volte senza senso che hanno solo la funzione di “far passare il tempo”, perchè “si deve” aspettare Godot.
(Chi è Godot? Non lo si dice mai, nel testo…e perchè il tempo pare passare alla velocità della luce sull’albero -prima senza foglie, il “giorno dopo” in piena primavera, mentre i due protagonisti rimangono uguali?)
La vita per Beckett, non è nient’altro che aspettare, non qualcosa (che non verrà mai…) ma l’atto stesso dell’aspettare…. non è possibile cogliera una finalità, uno scopo nell’Esistenza.
Azzarderei un paragone con “il Deserto dei Tartari”, visto che Buzzati incentra tutta la trama del libro sull’attesa, sullo scrutare l’orizzonte in attesa di un qualcosa, “un nemico”, che non arriverà mai, o arriverà troppo tardi…
Da notare i numerosi silenzi e l’immobilità che costituiscono l’opera “Aspettando Godot”….d’altra parte, sembra suggerirci l’autore, cosa vale la pena di essere fatto?
Se vi ho incuriosito, procuratevi questo testo teatrale, ma con un ampio giudizio critico-introduttivo: è il modo migliore per comprendere questo dramma dell’assurdo e per niente convenzionale, infatti l’opera si presta a interpretazioni concettuali.
Non è una lettura facile ed immediata, ma ponendosi nella giusta ottica si può acquisire una nuova coscienza esistenziale.
Ma forse è meglio “chiudere gli occhi”, non sapere che cosa sia l’abisso dell’esistenza.
Anche perchè Beckett, a fine dramma, non ci offre nessun riscatto e nessuna risoluzione al Nichilismo.Ha distrutto la nostra speranza di trovare un senso alla vita,ma non ha ricostruito…..
La fine poi, è emblematica al riguardo.
Estragone: E adesso che facciamo?
Vladimiro: Non lo so.
Estragone: Andiamo via.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perchè?
Vladimiro: Aspettiamo Godot.
Estragone: Già, è vero.
Estragone: Tutte le voci morte.
Vladimiro: che fanno rumore d’ali.
Estragone: Di foglie.
Valdimiro: Di sabbia.
Estragone: Di foglie.
Pozzo: ( con ira improvvisa) Ma la volete finire con le vostre storie di tempo? è grottesco! Quando! Quando! Un giorno non vi basta, un giorno come tutti gli altri,è diventato muto, un giorno io sono diventato cieco, un giorno diventeremo sordi, un giorno siamo nati, un giorno moriremo, lo stesso giorno, lo stesso istante,non vi basta? (calmandosi) Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, e poi è di nuovo notte.